Il 2014 è stato uno spartiacque nella storia dei rapporti fra Occidente e Russia. La lenta normalizzazione diplomatica iniziata negli ultimi anni di vita dell’Unione Sovietica con Michail Gorbačëv e continuata dai successori Boris Eltsin e Vladimir Putin si è bruscamente interrotta in Ucraina, la culla della civiltà russa. Un arresto civile provocato dalle politiche filorusse dell’allora presidente Viktor Janukovyč è sfociato in un’insurrezione violenta, alimentata e sostenuta dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti, che ha infine assunto i caratteri di una vera e propria rivoluzione: Euromaidan.

La casa è stata privata del cortile, seguendo il saggio suggerimento dell’oggi defunto stratega e geopolitico Zbigniew Brzezinki esposto nel libro per addetti ai lavori “La grande scacchiera”, spingendo il proprietario a correre ai ripari: incendiare il Donbass e occupare la Crimea. Il Cremlino ha ottenuto una vittoria parziale: pur non avendo annullato il processo di inglobamento dell’Ucraina nell’orbita euroamericana, lo ha fermato a tempo indeterminato.

L’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca era stata vissuta con grandi aspettative e speranze da conservatori e isolazionisti americani, per via delle promesse elettorali circa la fine delle guerre infinite e la normalizzazione dei rapporti con le maggiori potenze globali, ma l’agenda estera non si è rivelata altro che una prosecuzione di quella obamiana, soprattutto sul fronte russo. Per capire che cosa sia successo, e che cosa potrebbe accadere in futuro, abbiamo intervistato Tiberio Graziani, direttore di Eurasia – Rivista di Studi Geopolitici, e presidente del neonato think tank transnazionale Vision and Global Trends e dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie.

Trump aveva fatto dell’apertura alla Russia uno dei cavalli di battaglia della sua campagna elettorale, ma sta invece portando avanti una politica di contenimento anche più asfissiante di quella del predecessore. Avrebbe dovuto riconoscere il nuovo status della Crimea, relegare la Nato all’irrilevanza, rivedere le sanzioni. Invece, sta armando l’Ucraina, rafforzando il fronte orientale dell’Alleanza atlantica, e ha proseguito e approfondito il regime sanzionatorio. Nonostante i gesti smentiscano le parole, alcuni sono convinti che Trump stia combattendo contro lo “stato profondo” e che l’obiettivo finale sia realmente l’inizio di una politica filorussa. Lei cosa ne pensa? Che ruolo gioca il Russiagate in tutto questo?

Penso che non bisogna confondere le dinamiche della politica interna di un Paese con quelle della sua politica estera. Certamente le tensioni interne possono generare un punto di non ritorno, vale a dire un cambio totale dei vertici di una nazione, un rivolgimento di tutto il sistema nazionale e quindi anche un ripensamento del suo interesse nazionale e della sua politica estera.

Nel caso particolare degli Stati Uniti, la tensione politica tra il cosiddetto “Stato profondo” e l’Amministrazione Trump è una questione interna (interessante da studiare anche per comprendere le contraddizioni strutturali degli apparati Usa) che tuttavia, per ora, non mette a rischio il sistema di potere nordamericano, tantomeno inficia le linee strategiche della sua politica estera che sono quelle di sempre, il perseguimento dell’egemonia globale.

L’America First di Trump ha una doppia valenza. Una ad uso della politica interna che mira a mobilitare la cosiddetta America profonda, populista, razzista, ma soprattutto i ceti produttivi e le corporazioni che sono stati colpiti dalla crisi finanziaria ed economica. L’altra ad uso esterno, volta a riaffermare gli Usa sulla scena mondiale dopo il cosiddetto istante unipolare.

L’America First di Trump equivale, tanto per fare un esempio ed un accostamento che parrebbero di primo acchito impropri, alla Nazione indispensabile di Madeleine Albright; tutti e due i sintagmi esprimono infatti lo stesso concetto, quello del Destino manifesto degli Usa, vale a dire, in termini concreti, il perseguimento dell’egemonia mondiale. La questione del Russiagate si inserisce nello scontro, durissimo, tra Trump e il Partito Democratico e gran parte dell’Establishment statunitense.

Steve Bannon è ritenuto l’eminenza grigia di Trump e, sebbene i rapporti siano ufficialmente terminati, lavora senza sosta per la realizzazione dell’agenda estera della presidenza e le sue previsioni (su 5G, Cina, Turchia, crisi liberale e ascesa populista) sono incredibilmente profetiche. L’unica analisi bannoniana che finora si è rivelata fallace è proprio quella sull’avvicinamento tra Stati Uniti e Russia in chiave anticinese. Se Bannon e la lobby neocon-evangelica di cui egli è membro e che esercita grande influenza su quest’amministrazione desidera realmente questo scenario, perché ancora nulla è stato fatto in proposito, anzi è stata aumentata la pressione sulla Russia in ogni campo, favorendo il saldamento del partenariato con la Cina?

L’analisi di Bannon (o meglio il suo wishful thinking) si è rivelata fallace, come Lei osserva, perché non ha tenuto conto dei reali fattori di potenza: sul piano geostrategico la Russia costituisce un ostacolo alla penetrazione economica ed al posizionamento militare degli Usa nella massa eurasiatica. La Cina è consapevole del fatto che una Russia debole favorirebbe e accelererebbe il tentativo egemonico di Washington su scala globale, con il risultato di esporla maggiormente alle pressioni statunitense, per cui opta intelligentemente per un rafforzamento del partenariato con Mosca.

Stati Uniti e Russia non sono sempre stati acerrimi rivali e ritenuti nemici naturali dai maestri della geopolitica. L’aiuto russo durante la rivoluzione americana e la cessione dell’Alaska sono i casi più emblematici di quella che sembrava configurarsi come un’amicizia destinata a durare, ma l’ascesa dell’Unione sovietica sembra aver invertito inevitabilmente quella traiettoria. Ritiene possibile un ritorno ai rapporti di grande collaborazione pre-rivoluzione russa? Che cosa potrebbe indurre tale cambiamento?

I veri rapporti di collaborazione si costruiscono sulla fiducia reciproca e sugli interessi comuni, elementi che al momento mi sembrano totalmente assenti. Come mi pare assente anche un altro elemento che generalmente genera e condiziona alleanze e partenariati, persino quelli impensabili: quello di un nemico comune cui fare fronte insieme.

Il primo passo per indurre un cambiamento nelle relazioni tra Mosca e Washington è certamente la creazione di un clima di fiducia reciproca e la ripresa di un dialogo sul ruolo della NATO.

Recentemente John Bolton è stato in visita in Moldavia e Bielorussia per sondare il terreno e offrire opportunità economiche alternative a Mosca ai due paesi. Si tratta di una sfida lanciata direttamente negli ultimi due capisaldi del mondo russo in Europa. Quale ritiene possa essere il futuro dei due paesi: Russia o Occidente? E perché?

L’iniziativa di Bolton mira a creare le premesse di una ingerenza “occidentale” nelle società civili della Moldavia e della Bielorussia con lo scopo di attrarle nell’orbita euroatlantica e consolidare la presenza NATO nell’Europa orientale. Se a tale iniziativa seguiranno altre azioni – vuoi di “soft power”, vuoi di altra natura – allora si porrà la questione del loro futuro posizionamento geopolitico. In questa partita, un ruolo importante sarà verosimilmente giocato, volontariamente o involontariamente, dall’Unione Europea, lo stesso ruolo che gli Usa le assegnarono nel caso dell’Ucraina, con le tragiche conseguenze che tutti conosciamo.

Come vede il futuro delle relazioni russo-americane

Non roseo. Tuttavia, data la complessità delle questioni in gioco, da quelle della sicurezza regionale ed internazionale a quelle connesse all’economia mondiale, e il numero di attori coinvolti inclusi la Cina, l’India, la Turchia e forse anche la nuova Europa di Macron, Stati Uniti e Russia troveranno margini di manovra per cercare soluzioni reciprocamente soddisfacenti.