La decisione del presidente dell’ Autorità Nazionale Palestinese di aderire alla Corte Penale Internazionale ha mandato su tutte le furie israeliani e statunitensi, portando il governo di Tel Aviv a congelare il trasferimento circa 100 milioni di euro (500 milioni di shekel) di dazi doganali all’ANP. Eppure la decisione del governo palestinese era nell’aria, soprattutto dopo la votazione della settimana scorsa del Consiglio di Sicurezza dell’ ONU, di bocciare la risoluzione che chiedeva ad Israele un ritiro dai territori occupati entro il 2017. Una mossa necessaria, quindi, quella di firmare il trattato di Roma, costitutivo della CPI, per Abu Mazen, ultima chance rimasta ad una amministrazione in netta difficoltà, di portare a casa un risultato dopo più di vent’anni di inconcludenti incontri diplomatici. Aderire alla Corte Penale Internazionale sarà anche una mossa di facciata, se vogliamo anche abbastanza inconcludente, ma ha comunque la sua importanza poiché permetterebbe, teoricamente, ai palestinesi di portare davanti ad un tribunale internazionale gli israeliani che, in questi anni, si sono macchiati di crimini di guerra nella più totale impunità.

E se patetiche sono le dichiarazioni di Lieberman, ministro degli esteri israeliano, che sentenzia “la fine degli accordi di Oslo”, e le minacce di ritorsioni da parte del primo ministro Netanyahu, ancora più sgradevoli sono le condanne per la decisione palestinese di Stati Uniti e di stati come Francia e Regno Unito che, a differenza di Washington e Tel Aviv, sono firmatari, con le dovute riserve, del trattato di Roma. (La Francia ad esempio è stata tra gli sponsorizzatori dell’art 124 del trattato che permette ad alcuni stati di firmare ma non accettare la giurisdizione della corte per sette anni). Parigi si è addirittura scusata con Tel Aviv per aver sostenuto l’ANP nella votazione al Consiglio di Sicurezza sul ritiro israeliano, sostenendo di averlo fatto per impedire la richiesta di adesione alla CPI. Posizioni discutibili che hanno portato l’ex commissario ONU per i diritti umani nonché giudice della Corte Penale Internazionale, Navi Pillay, a bollarle come “ipocrite”; come dargli torto? Eppure questi paesi hanno spesso invocato il mancato rispetto della giustizia internazionale per punire paesi come la Libia, l’Iraq e la Siria, ma questo non è altro che l’ennesimo esempio di come. invece di punire l’ingiustizia, queste nazioni cerchino piuttosto di punire la ricerca della giustizia. Tutta quest’isteria è ,oltretutto, poco comprensibile dal momento che, qualora la domanda palestinese dovesse essere accolta, a finire sul banco degli imputati sarebbe anche il braccio armato di Hamas. Una sostanziale divisione della colpa, anche se Israele sa che sarebbe la parte a pagare il prezzo più alto.

Netanyahu, con le elezioni imminenti, cerca di utilizzare la questione per favorire la sua campagna elettorale. Dopo aver vinto senza troppi problemi le primarie del suo partito, può ora concentrarsi su tutti quei temi cari al suo elettorato, e la querelle sulla Corte Penale Internazionale non poteva arrivare in un momento migliore , dal momento che gli permette di rispolverare un suo vecchio cavallo di battaglia, quello della difesa dell’ “esercito più morale del mondo”. Mostrarsi forte può solo accrescere il suo potenziale in vista delle difficili consultazioni di marzo, anche se, mostrare troppo i muscoli in un paese stanco della guerra e in parte preoccupato per la deriva a destra dell’esecutivo, potrebbe ritorcersi contro l’eterno Bibi, ed essere solo simbolo dell’ormai evidente isolamento internazionale israeliano che, nonostante il sostegno obbligato di Stati Uniti e alleati sulla questione della CPI, continuerà a farsi sempre più concreto se Tel Aviv non invertirà bruscamente la rotta.