Dall’inizio della tregua, lo scorso 5 settembre in seguito agli accordi di Minsk, sono già 957 le vittime registrate dalle Nazioni Unite. Una media di 13 morti al giorno che certifica come il cessate-il-fuoco non sia mai stato veramente rispettato da entrambi gli schieramenti, che l’hanno interpretato solo come un temporaneo congelamento del conflitto e un consolidamento delle posizioni in vista di una futura – e forse decisiva – offensiva primaverile. Lo scorso giovedì è avvenuto l’ennesimo incidente che ha visto un autobus pieno di civili essere colpito nei pressi di un checkpoint delle FAU (Forze Armate Ucraine), provocando 12 morti e 13 feriti. Gli scontri si stanno intensificando un po’ ovunque lungo la linea del fronte anche se il punto più caldo rimane sempre l’aeroporto internazionale di Donetsk.

Il Sergeij Prokofiev – o meglio ciò che ne resta – è situato a 10 km a nordovest della principale città del Donbas e ha un importante valore strategico, poiché assicura il controllo della principale arteria stradale della regione; ma il suo valore simbolico è ancora più importante. Già in due occasioni – tra il 26 e 27 marzo (prima battaglia) e tra il 28 settembre e il 2 dicembre (seconda battaglia) – le Milizie della Repubblica di Novorossya (RN) avevano inutilmente tentato di strapparlo alle unità governative. A guidare l’attacco durante la notte tra il 12 e il 13 gennaio sono state alcune unità d’elite dei ribelli tra cui il Battaglione “Somalia”, comandato da Mikhail “Givi” Tolstykh – di origine georgiana -, la Brigata “Sparta” di Arseny “Motorola” Pavlov – veterano della Seconda Guerra Cecena -, gruppi dell’Armata Ortodossa Russa e il Battaglione Internazionale, composto in maggioranza da serbi, bielorussi e armeni. La difesa dell’aeroporto invece è in mano agli elementi appartenenti alla Guardia Nazionale, al 3° Reggimento Forze Speciali di Kirovohrad, alla 93ª Brigata Meccanizzata di Dnipropetrovsk, alla 79ª Brigata Aeromobile di Mykolaiv e alla 17ª Brigata Carri di Kryvyi Rih. Queste forze rappresentano la “punta di lancia” delle FAU e sono state dislocate in quella zona dopo che 25ª brigata aeromobile e una parte rilevante dell’esercito si erano rifiutati di combattere, avevano disertato o si erano arresi consegnando armi e veicoli al nemico. La caduta dell’aeroporto, che agli occhi dei lealisti è il simbolo della “resistenza all’invasione russa”, sarebbe una tragedia non solo per il morale delle truppe, ma anche perché obbligherebbe il governo di Kiev a riprendere l’offensiva su larga scala o a rassegnarsi alla definitiva perdita delle regioni separatiste. La Russia ha proposto nuovamente giovedì scorso il ritiro dell’artiglieria pesante da entrambi i lati – su di una fascia di 14,484 km – per allontanare le granate dalle aree più densamente popolate di Mariupol, Donetsk, Horlivka e Luhansk, ma il presidente Poroshenko ha rifiutato la proposta senza offrire alcuna valida alternativa.

La scomoda verità è che nessuno degli attori in gioco – USA, Russia, Ucraina – vuole veramente che la tregua tenga, mentre l’unico che vorrebbe la pace – una parte della UE – non solo è ininfluente, ma anche profondamente corresponsabile dello scoppio del conflitto. Gli Stati Uniti con questa guerra hanno sfilato uno storico alleato alla Russia, bloccato le velleità d’integrazione tra l’Europa e la Federazione e obbligato i riluttanti alleati della NATO a investire in nuovi armamenti. Il governo ucraino, uscito dal golpe di Majdan, sapendo di aver perduto definitivamente la Crimea e probabilmente anche le regioni filo-russe e non può cercare la pace perdendo la faccia con i suoi nuovi sponsor atlantici, ma non può neppure schiacciare nel sangue la rivolta senza provocare una reazione russa. La Russia stessa ha subito una pesante sconfitta strategica perdendo una parte della sua industria militare, subendo le sanzioni e rischiando di ritrovarsi delle basi NATO a poche centinaia di km da Mosca; quindi cerca di limitare i danni spostando il più possibile a ovest i confini dello scomodo vicino e mantenendo una diffusa instabilità nella regione che impedisca una rapida integrazione dell’Ucraina con l’Occidente. Unica e vera sconfitta da questo gioco geopolitico è l’UE che, obbligata a sostenere l’Ucraina in bancarotta e a pagare il conto salato delle sanzioni, ha solo da perdere nella prosecuzione di questo conflitto. A differenza di Mosca, infatti, l’incapacità di Kiev di controllare le regioni separatiste e le gravi misure economiche che sarà obbligata a prendere, non faranno che favorire le tensioni interne e ad aprire analoghe insurrezioni nelle province meridionali e orientali, da Odessa a Kharkov. Nel frattempo si continua a morire nell’indifferenza delle capitali europee ora preoccupate solo della guerra all’ISIS.