Le prime componenti degli S-400, il più moderno ed efficiente sistema anti-aereo prodotto dalla Russia, è giunto in Turchia e tra qualche mese sarà operativo. Ciò ha destato un’aspra crisi tra Ankara e gli Usa, che sostengono che tali missili siano incompatibili con i parametri della Nato. La questione ovviamente non si limita a semplici fattori di “compatibilità”; i parlamentari statunitensi che hanno auspicato rappresaglie contro Ankara hanno ammesso che il problema è che gli S400 sono “il sistema ideato dalla Russia per abbattere i caccia F35”, in uso all’aviazione degli Usa, dei paesi Nato e degli alleati regionali (The New York Times, 09/04/2019). 

Ankara non desidera uno scontro con gli Usa, ma la semplice possibilità di attuare contromisure serve a scoraggiare la realizzazione di uno scenario in cui queste si rendano necessarie. Fuat Uğur, noto editorialista di area nazional conservatrice, lo dice esplicitamente:

quando inizierà l’operazione contro le Unità di autodifesa popolare (Ypg) e il Partito dell’unione democratica (Pyd) nel nord della Siria, gli Stati Uniti non potranno fornire loro il supporto aereo desiderato.

E spiega la questione in termini netti:

il timore degli Usa, e di Israele, che rimane dietro le quinte, è dovuto alla consapevolezza che la Turchia (…) non sarà un obiettivo facile. (…) I codici degli S200 e degli S300 sono già più o meno noti a Usa e Israele, ma questi non conoscono, né potranno decifrare, il funzionamento degli S400, poiché il loro sistema operativo sarà preparato ad hoc per la Turchia (Turkiye, 30/04/2019). 

Lo spettro del Curdistan

Giunto al potere con l’ambizione di fare del suo paese un polo autonomo nello scacchiere regionale, Erdogan inizialmente si riavvicinò a Damasco, i cui rapporti con la Turchia erano stati tradizionalmente tesi. Poi, però, Ankara si inserì nel fronte che mirava ad abbattere il presidente Assad, vedendo nei ribelli islamisti la possibilità di fare una politica pan-islamica, o meglio pan-sunnita, che avrebbe sostituito la precedente impostazione neo-ottomana. Il presidente turco disse che in breve avrebbe pregato a Damasco, nella Grande Moschea degli Omayyadi, accolse sul suo territorio un variegato ventaglio di oppositori siriani e aprì le frontiere a un flusso di uomini e mezzi per rimpinguare le bande armate che muovevano contro Damasco. Poi però qualcosa cambiò; Washington non volle, o non poté, intervenire in prima persona, mentre nel 2015 la Russia scese in campo. Da allora Damasco ha riconquistato terreno e l’opposizione siriana si è sciolta. Gli Usa hanno puntato sull’irredentismo curdo, lievemente dissimulato sotto le spoglie di un “Fronte democratico siriano”; non potendo abbattere il governo siriano, mirano a balcanizzare il paese

Per Ankara, però, l’emersione di un Kurdistan autonomo solleverebbe la questione curda anche all’interno del territorio turco. Ed è un incubo di cui gli Usa, l’“alleato strategico”, non si curano, proprio come avvenuto tempo prima in Iraq. Erdogan dedusse che di Washington non si poteva fidare e la conferma la ebbe nel 2016, quando denunciò l’aiuto di Washington ai militari golpisti. Il generale in pensione Beyazıt Karataş ha dato voce al sentimento di delusione turco:

Per anni ci siamo ingannati: “l’America è nostra amica”, allineandoci politicamente e militarmente alla Nato, facendo concessioni come presunto candidato all’adesione all’Ue. Credevamo che il percorso verso la civiltà moderna risiedesse nell’attaccamento agli Stati Uniti. Eppure siamo stati costantemente ingannati nel corso dell’occupazione dell’Irak e della primavera araba in Siria, e siamo noi a pagarne le conseguenze (Aydinlik, 24/02/019).

Paesi dotati di S-400

I limiti operativi di Washington 

Confidando nel suo status di superpotenza, Washington non ha trattato per trovare una posizione comune, tentando piuttosto di imporre il fatto compiuto. Ankara ha dunque cercato appoggi altrove e Mosca si è adoperata per accattivarsene le simpatie. La Russia ha reagito con moderazione all’abbattimento, nel 2015, di un caccia russo da parte turca e all’assassinio dell’ambasciatore Karlov, nel 2016. Nel giorno del golpe il Cremlino si è affrettato ad affermare il proprio sostegno a Erdogan, facendo poi numerose concessioni per coinvolgerlo nella gestione concordata del conflitto siriano. Ha incluso la Turchia nei negoziati di Astana e nella gestione di aree di congelamento del conflitto. Da ultimo ha frenato l’avanzata di Damasco in direzione di Idlib, controllata da gruppi protetti da Ankara. Nel frattempo, l’autonomismo curdo sostenuto da Washington persuadeva Ankara che la vittoria di Damasco sarebbe per lei il male minore. 

Per spingere la Turchia a rinunciare agli S400, Washington ha minacciato sanzioni e la sospensione della consegna dei caccia F35, nonostante alla loro progettazione Ankara abbia partecipato con oltre un miliardo di dollari. Ma ciò non è bastato. Il ministro degli esteri Çavuşoğlu ha anzi affermato che se non potesse ottenere gli F35, Ankara opterebbe per “velivoli simili da altri paesi”, probabile allusione ai caccia SU57 russi. Washington sembra aver moderato il proprio atteggiamento, nel timore che rappresaglie possano incoraggiare Ankara ad accrescere ulteriormente la cooperazione militare con Mosca. Il presidente Trump ha scaricato la responsabilità su Obama, colpevole di non aver concesso subito i “Patriot” ai turchi. Ma la faccenda è troppo grossa e ritorsioni saranno probabilmente adottate a breve, se non altro perché gli Usa vogliono dissuadere altri paesi dal seguire l’esempio turco.  

F35A

C’è qualcosa di emblematico in questa storia. “Ducunt volentem fata, nolentem trahunt“; questa massima antica suggerisce che il destino guida chi si lascia indicare la strada e trascina chi gli si oppone. Sembra questo il principio ispiratore della politica estera Usa: dettare la direzione agli alleati, nella persuasione che chi si oppone sarà comunque ricondotto con le cattive sulla strada che ha rifiutato di seguire con le buone. Questa politica però incontra difficoltà con i paesi che per peso, storia o determinazione della loro classe dirigente non accettano di farsi dettare una linea contraria ai loro interessi. Erdogan lo ha detto chiaramente:

Washington deve abbandonare l’illusione che la nostra possa essere una relazione asimmetrica (The New York Times, 10/08/2018).