Siamo alle porte di Rusape, una cittadina di circa 30,000 abitanti nella provincia del Manicaland, nel Nord Est dello Zimbabwe. Edificata sulle rive della diga Rusape e tagliata da una delle più antiche linee ferroviarie del Paese, è conosciuta per ospitare una vasta comunità ebraica autoproclamatasi diretta discendente di una delle originarie tribù della terra d’Israele. Infatti qui vivono circa 4,000 persone che hanno aderito alla congregazione Beth El e che osservano attivamente i dettami imposti dalla Torah, pur riconoscendo in William S. Crowdy il loro profeta e liberatore.

Rusape è un punto di riferimento per gli ebrei in tutto Zimbabwe, al punto che ogni anno molti fedeli, anche provenienti dal vicino Zambia, si radunano nella sinagoga per recitare lo Shema nella caratteristica mescolanza linguistica del posto, tra inglese, ebraico e shona.

Foto di Antonio Maria Merlino

Il simbolismo giudaico visibile in alcune zone città, irrompe negli edifici e nelle attività commerciali, e il blu cobalto, colore riconducibile al concetto di divinità nell’ebraismo, spezza la monotonia del paesaggio in uno spettro cromatico che incuriosisce e disorienta.

Foto di Antonio Maria Merlino

Guwazah, eminente guida spirituale della comunità, definisce infatti il culto locale come l’esito di un sincretismo tra rastafarianesimo, cristianesimo, ebraismo e animismo Shona. Questa dottrina profetica è inoltre zeppa di rimandi alle lotte di emancipazione dall’oppressore bianco, di panafricanismo e anti colonialismo. E non potrebbe essere altrimenti giacché solo nel 1980, lo Zimbabwe, sino ad allora denominato Rhodesia, ottenne formalmente l’indipendenza.

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È una tiepida sera di novembre e le campagne che fiancheggiano l’autostrada, costellate di bushes e costruzioni fatiscenti in una mescolanza cromatica disomogenea, si tingono improvvisamente di accecanti bagliori. Non appena qualcuno dà fuoco ai cumuli di foglie secche ammucchiate ai bordi delle strade, l’odore acre di tabacco si fa penetrante e pungente.

Basta fare un giro nei dintorni per notare le immense distese di tabacco che ormai rappresenta il principale business del Paese, generando profitti annui di circa 3,7 miliardi di dollari e facendo dello Zimbabwe il quarto esportatore al mondo.

Foto di Antonio Maria Merlino

A Rusape si respira un’aria diversa e le dense fumate nere che si levano alte nel cielo lasciano presagire l’alba dell’ennesima Chimurenga. Questa parola di paternità Shona significa letteralmente lotta, e sta ad indicare la sanguinaria guerrilla insurrezionalerivoluzionaria condotta prima dalle tribù indigene degli Shona e Ndebele contro la Corona Inglese nel 1890 e successivamente, in un arco di tempo che va dal 1966 al 1979, dai movimenti nazionalisti Zanu e Zapu contro l’allora governo Rhodesiano di Ian Smith.

Oggi, però, Rusape sembra essere travolta da un’insolita inquietudine, da un qualcosa che assomiglia tanto a un brusco risveglio dopo 37 lunghi anni di letargo. Questa volta niente spargimenti di sangue e nessun invasore occidentale da combattere, ma solo tanto sgomento difronte a un tramonto ormai annunciato: le dimissioni di Robert Mugabe.

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Camminando per le strade è facile intravedere uno stato di profonda agitazione nei volti dei passanti, e per molti di loro sembra trattarsi di una corsa contro il tempo agli sportelli prima che la caduta del regime rischi di mandare in fumo i risparmi di una vita. Potrebbe succedere qualsiasi cosa ora in Zimbabwe e c’è molta confusione riguardo agli esiti di questa transizione. Qualcuno si ferma comunque a fare due chiacchiere e a raccontare aneddoti più o meno curiosi dell’era Mugabe. Uomo ben educato a pane e gesuiti, con una scholarship all’Università di Fort Hare in Sud Africa, un Bachelor of Arts in storia e inglese e un Bachelor of Science in Economia conseguito presso l’Università di Londra per corrispondenza, Mugabe è stato per decenni il volto controverso dello Zimbabwe. Dotato di straordinario carisma e raffinata cultura seppe adattare l’esperienza marxista – appresa in Ghana e perfezionata grazie alle strategie di guerriglia maoiste – al contesto locale. Egli riuscì a conquistare il potere e con impareggiabile scaltrezza e brutalità a neutralizzare i suoi oppositori politici, compreso l’ex alleato e leader delle milizie ZPRA, Joshua Nkomo.

Mugabe, d’altronde, condivide un infausto destino con molti altri leader africani: presentatosi al popolo come liberatore dall’oppressore bianco si trasformò in un sanguinario despota una volta conquistato il potere. Accusato nel 1964 di essere il promotore di alcuni atti di guerriglia, fu perseguito dal governo rhodesiano e imprigionato per circa 11 anni prima di salire alla ribalta sulla scena politica dello Zimbabwe. Dopo aver vinto le elezioni come primo ministro del 1980 e aver assicurato l’immunità ai 200.000 bianchi, successivamente rinegoziata come ritorsione verso il Regno Unito, accentrò nelle sue mani tutti i poteri dello Stato, autoproclamandosi nel 1987 Capo di Stato e delle forze armate. Passato alla storia per la brutale azione militare che prese il nome di Gukurahundi, espressione shona che può tradursi letteralmente come “la prima pioggia mattutina che lava via la pula”, Mugabe si rese responsabile in cinque anni, dal 1983 al 1987, di una pulizia etnica di circa 20,000 Ndebele, tacciati come dissidenti. L’indescrivibile crudeltà che contraddistinse la sua quinta brigata addestrata dalla Korea del Nord ebbe allora risonanza mondiale, indignando gran parte della Comunità Internazionale.

Foto di Antonio Maria Merlino

Ancora oggi, percorrendo l’autostrada che collega Rusape alla capitale Harare, ci si può imbattere in vecchie lapidi collocate sul ciglio della strada, che stando ai racconti della gente del posto, apparterrebbero ai civili caduti durante quegli spargimenti di sangue.

Sebbene Mugabe sembrò in un primo momento essere in grado di rilanciare l’economia dello Zimbabwe attraverso un piano quinquennale di ristrutturazione basato essenzialmente sulla rimozione dei controlli governativi sui prezzi di vendita dei prodotti agricoli, divenne ben presto impopolare. Infatti, di fronte alle prime avvisaglie di malcontento non esitò affatto a utilizzare le armi contro i civili. Così come nell’agosto del
1998 spedì un vasto contingente militare in aiuto di Laurent Kabila durante la guerra civile nella Repubblica Democratica del Congo, prosciugando le già esangui casse dello Stato.

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Alcuni abitanti di Rusape ricordano con sgomento quel lontano febbraio del 2000 quando Mugabe, in risposta alla sconfitta sul referendum per l’adozione della nuova costituzione osteggiata dal Movement to Democratic Change, alimentò un clima di violenza senza eguali. Approfittando del serpeggiante malcontento nella popolazione, Mugabe di fatto incoraggiò lo spossessamento ed espropriazione di quei terreni appartenenti ai latifondisti bianchi e ai leader dell’opposizione, rimediando embarghi e dure sanzioni economiche da parte dell’Unione Europea.

Per la prima volta, e con grande incredulità da parte della Comunità Internazionale, nel marzo del 2008 Mugabe fu finalmente messo di fronte alla sconfitta subita alle elezioni presidenziali contro Tsvangirai, leader del MDC. Durante il ballottaggio, tra presunti brogli e acclarati atti di corruzione, centinai di oppositori di Mugabe furono spogliati di tutti i loro beni e circa 153 persone persero brutalmente la vita negli scontri. I mesi a seguire furono caratterizzati da un altissimo livello di tensione tanto da richiedere l’intervento del vicino Sud Africa affinché si trovasse un accordo che potesse includere l’opposizione nella compagine governativa. Accordo che effettivamente si perfezionò e culminò qualche tempo dopo in un Governo di Unità Nazionale (GNU). Tuttavia, pur avendo promesso significative riforme in campo sanitario ed elettorale, Mugabe non avviò mai un processo di ristrutturazione in grado di rilanciare l’economia e l’istruzione.

Foto di Antonio Maria Merlino

Basti pensare che solo nel 2009 circa 4 milioni di persone, trattandosi perlopiù di giovani studenti, abbandonarono il Paese a causa della scarsissima qualità del sistema scolastico-universitario e della mancanza delle opportunità di lavoro. In un rapporto Unicef datato febbraio 2009, la situazione dell’istruzione in Zimbabwe fu definita come una vera e propria “catastrofe nazionale”. Stando ai dati emersi dal rapporto, il 94 % delle scuole nelle zone rurali erano chiuse e sul totale delle 70 visitate, 66 erano ridotte in uno stato di totale abbandono. Inoltre, nell’unica scuola funzionante, solo un terzo degli alunni frequentava le lezioni.

Foto di Antonio Maria Merlino

Era il 21 Novembre del 2017 quando l’ormai 93enne presentava una lettera di dimissioni indirizzata al Parlamento, accolta da tutti con grande entusiasmo. Dopo giorni di grave crisi politica, nel timore che l’ex capo della sicurezza Emmerson Mnangagwa soprannominato “il coccodrillo” potesse preparare un colpo di stato, Mugabe firmava una resa pacifica. Mnangagwa diventa così Capo di Stato ad interim, scongiurando la temuta ipotesi di successione da parte di Grace, moglie di Mugabe.

Le elezioni tenutesi nel luglio scorso hanno decretato la vittoria del “coccodrillo” sul rivale Nelson Chemisa (Mdc) per un totale di 50,8% di voti contro il 44,3%, pur essendo state contestate dall’opposizione per presunti brogli. Come afferma Stephen Chan, esperto di politica africana presso la London University, le ultime elezioni dello Zimbabwe posso essere giudicate “palusible to credible” ma non “free and fair”, aggiungendo che la sottile differenza tra i voti ottenuti dai partiti è indice dell’ineluttabilità del cambiamento generazionale in atto.

Foto di Antonio Maria Merlino

Moltissimi giovani pensavano ingenuamente che fosse arrivato il momento del rinnovamento e che anche lo Zimbabwe, al pari di altre nazioni africane, potesse avviarsi verso un processo di effettiva democratizzazione. Ciò, alla luce dei fatti, sembra non esser affatto accaduto e anche piuttosto lontano dal potersi compiere nel futuro prossimo. Mnangagwa, infatti, non ha lesinato l’uso della forza per sedare le proteste di
contestazione del voto, causando la morte di 6 manifestanti e ponendosi in perfetta continuità con le vecchie “strategie” da regime.

Pochi mesi dopo le elezioni non è cambiato gran ché. Nonostante i proclami di apertura a nuovi investimenti esteri, la situazione economica non dà significativi segnali di miglioramento. Con i circa 18 miliardi di debito che lo Zimbabwe deve agli istituti di credito internazionali, col tasso di inflazione galoppante e con l’aumento generale dei prezzi, l’annunciata crescita sembra ancora essere molto lontana. L’interesse economico di Mnangagwa si è tuttavia rivolta ad Oriente. Il forum on China – African Cooperation FOCAC di quest’anno ha favorito la stipulazioni di nuovi accordi tra i due partner, a seguito di una richiesta di aiuto dell’ammontare di circa 2 miliardi di dollari per frenare la crisi di liquidità che sta interessando il Paese.

Foto di Antonio Maria Merlino

Il Presidente Xi Jinping ha pertanto annunciato un pacchetto di aiuto di 60 miliardi affinché si possa rilanciare il settore industriale e agricolo così da incrementare gli investimenti e intensificare la cooperazione bilaterale. Xi Jinping sta inoltre promettendo agevolazioni alle imprese cinesi che investiranno in Zimbabwe nei prossimi tre anni, nella speranza che lo Zimbabwe possa considerevolmente aumentare i flussi di merci verso la Cina. In occasione dell’intensificarsi delle relazioni, la Cina ha poi promesso di finanziare importanti progetti come l’Hwange thermal project, il Robert Mugabe International Airport e il Victoria Falls International Airport. La strategia del grande dragone in Africa sub-sahariana è ormai chiara da tempo: porsi come volano per l’industrializzazione in un ottica di scambio anziché di sfruttamento. Basti pensare, infatti, che la Cina negli ultimi anni ha finanziato progetti come la linea ferroviaria Nairobi-Mombasa costata 3,2 miliardi di USD nell’ottica del più ambizioso Belt and Road Initiative, che ammonterebbe a un costo di circa 12 volte quello del Piano Marshall (tra i 2 e 3 trilioni di USD all’anno). Quale sia il cammino tracciato per lo Zimbabwe, come d’altronde per molti altri Paesi Africani, è ancora difficile dirlo. Sebbene la cosiddetta Globalization from below messa in atto dalla Cina sembri muoversi su binari diversi rispetto alle vecchie strategie predatorie e neo coloniali delle vecchie potenze, una cosa è certa: l’Africa resterà sempre la terra di qualcuno.

So we carry the noose
and beg to be dragged again
in the name of development.
All I know is the land is here
and the people’s bare feet maul the dry earth
till freedom come.

Chenjerai Hove

 


La redazione ringrazia Antonio Maria Merlino per la gentile concessione delle fotografie.