«Oggi, fino ad ora, sono passate circa 250 persone. Forse il 20 per cento di loro arriverà negli Stati Uniti. Per lo più rimangono bloccati in Messico o vengono presi e rispediti nel loro Paese». Sono le cinque del pomeriggio di una giornata di agosto e il sole ancora non è tramontato sul Rio Usumacinta, il lungo fiume che segna il confine tra il Guatemala settentrionale e il Messico. È un giorno come tanti a La Técnica, una piccola comunità lungo la sponda, nel cuore della giungla della remota regione guatemalteca del Petén. A fare il bilancio dei migranti che hanno attraversato il fiume fino a quel momento è Juan Pablo, responsabile della Pastoral Social de Mobilidad Humana del Vicariato Apostólico de Petén, che insieme alla Croce Rossa ha un presidio nella comunità per accogliere i nuovi arrivati e dare informazioni e beni di prima necessità – uno zaino, del sapone, qualche prezioso consiglio – a chi si appresta a proseguire il viaggio.

Il Rio Usumacinta, sulla sponda opposta il Messico (Foto di Ludovica Popescu)

Quando a marzo lo ricontattiamo la situazione è molto cambiata. Nel frattempo, infatti, hanno preso il via le ormai celebri “carovane”: gruppi di migliaia di persone, principalmente dall’Honduras e da El Salvador, che si uniscono per marciare compatti verso gli Stati Uniti. “Negli ultimi mesi la situazione migratoria è molto mutata lungo tutta la frontiera guatemalteca. Il nostro lavoro è aumentato dopo l’inaspettata formazione della prima carovana”, dice ora Juan Pablo.

Secondo le stime dell’Unicef, nella seconda metà di gennaio oltre 12mila migranti irregolari hanno percorso la strada da Tecun Uman, nell’estremo ovest del Guatemala, fino alla vicina città messicana di Tapachula, nel Chiapas. 12mila persone in appena 14 giorni. E solo attraverso quel breve tratto di confine occidentale lungo il Rio Suchiate. Veri e propri “sfondamenti” di massa che rappresentano solo la parte più evidente di una marea umana che, da tempo, attraversa quotidianamente il poroso confine tra Guatemala e Messico, dalla riva del Pacifico fino ai moli turistici sull’Atlantico, passando per le inestricabili selve del Petén. “Secondo i nostri monitoraggi, ogni giorno dalle 75 alle 100 famiglie attraversano qui il fiume [Usumacinta]”, ci aggiorna il responsabile della Pastoral Social.

Cartello della Oficina de Turismo della Cooperativa La Técnica (foto di Ludovica Popescu)

Per la sua natura di zona di frontiera, che da sempre ha modellato la sua storia, lo sperduto villaggio de La Técnica si trova inevitabilmente nel mezzo di questa emorragia costante che sta svuotando il Centro America. La comunità è nata negli anni ’70 nell’ambito di un capillare programma del governo per colonizzare la remota e isolata regione del Petén, fino ad allora esclusiva di alberi, animali, isolati chicleros (i raccoglitori della gomma degli alberi) e boscaioli abusivi messicani.

Successivamente, grazie all’impenetrabile Sierra Lacandona e al vicino confine messicano, la zona è diventata una base privilegiata della guerriglia anti-governativa nel corso della guerra civile che per trent’anni ha insanguinato il Paese, fino agli Accordi di Pace del 1996. Adesso l’intricata giungla, un tempo rifugio dei guerriglieri, è il luogo dove si accampano i migranti in attesa di imbarcarsi per attraversare il confine.

La comunità di La Técnica (Foto di Ludovica Popescu)

Sia nel 2017 che nel 2018 eravamo stati testimoni di questi attraversamenti e avevamo potuto notare la crescita del fenomeno nel corso di appena 12 mesi. L’estate scorsa, il flusso di persone nei pressi del molo era costante: i colectivos – i furgoncini da 9 posti che in Guatemala ti portano ovunque – arrivavano a tutte le ore del giorno e della notte, stipati fino all’inverosimile, scaricando una trentina di individui alla volta. Se una lancia era pronta, venivano caricati tutti a bordo diretti verso l’altra sponda. Altrimenti erano sistemati in un affitta camere poco lontano. Se chiedi a locandieri e lancheros un commento su questo giro di affari, ti rispondono che per loro sono clienti come gli altri.

Il piccolo e isolato ufficio immigrazione che dovrebbe controllare i documenti si trova qualche chilometro prima, lungo la strada sterrata (l’unica) verso l’interno. Situazione simile in Messico, a differenza della strada asfaltata e delle pattuglie della polizia che cercano di intercettare gli irregolari appena sbarcati. Una realtà che rende le due sponde del fiume di fatto una sorta di intercapedine libera tra i due Stati.

La Croce Rossa e la Pastoral Social aiutano principalmente piccoli gruppi o persone sole. Le grandi comitive sono roba dei coyotes”, ci confidava qualcuno a bassa voce. “In questi giorni, lungo questa frontiera, si nota ancora di più la presenza di trafficanti di uomini, che portano famiglie intere verso gli Stati Uniti”, aggiunge ora Juan Pablo. I famigerati coyotes – trafficanti di uomini, droga e armi – si fanno pagare fino a 10mila dollari a persona per un viaggio dall’Honduras agli Stati Uniti. La stragrande maggioranza dei loro “clienti” (un buon 95%, secondo le stime della Pastoral Social) viene proprio dal poverissimo e violento Honduras, sempre più nel baratro dopo il colpo di Stato del 2009, reso possibile anche dal comportamento quantomeno ambiguo dell’Amministrazione Obama. Qualcun altro viene da El Salvador e una piccola parte, “in aumento”, dal Nicaragua alle prese dallo scorso aprile con una grave crisi politica e sociale.

Informazioni per i migranti a La Técnica (Foto di Ferdinando Calda)

Il viaggio fino a qui è relativamente tranquillo, a parte qualche estorsione da parte della polizia. Il vero inferno comincia in Messico”, ci spiegava il responsabile della Pastoral Social nel piccolo capanno di legno che funge da ufficio. Tra Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua, infatti, esiste un accordo di libera circolazione (Accordo centroamericano sui controlli di confine, conosciuto anche come CA-4) che permette ai cittadini dei Paesi firmatari di attraversare la dogana con la sola carta d’identità nazionale.

Il Messico, quindi, rappresenta di fatto la prima vera frontiera per questa gente. E il piccolo Stato del Guatemala è un passaggio quasi obbligato, posizionato com’è di traverso tra i due Oceani. Già nell’estate del 2017, seduti la sera sul pontile di Livingston, vivace località turistica affacciata sull’Atlantico, avevamo potuto vedere le lance stracariche sbarcare famiglie intere di quelli che certo non erano turisti. 4/5 sbarchi con decine di persone a bordo nel giro di poco più di un’ora.

Il Rio Usumacinta, sulla sponda opposta il Messico (Foto di Ferdinando Calda)

Come se poi arrivare negli Stati Uniti fosse una soluzione”, commentava amaro Juan Pablo: “Lì gli irregolari diventano dei fantasmi: senza documenti, bene che vada, saranno sfruttati con il lavoro nero e dovranno pagare una stecca a un prestanome con il conto in banca per poter inviare qualche rimessa a casa”. Un’altra faccia del business sulla pelle dei migranti.

Un traffico in aumento, che ancora nell’estate del 2017 a La Técnica non appariva così intenso ed evidente. A distanza di un anno, proprio di fronte al nostro alloggio, era comparso un nuovo edificio con stanze da affittare ai migranti di passaggio. Insieme a noi, amareggiato dalla vista del nuovo business in crescita, c’era Camillo, un ex guerrigliero ora presidente della cooperativa del luogo, che porta avanti un progetto di turismo comunitario per proteggere la cultura e il territorio e per valorizzare il vicino e semisconosciuto sito monumentale Maya di Piedras Negras.

Ha un’andatura zoppa a ricordo di una ferita di proiettile mal curata quando aveva 17 anni, uno sguardo buono e intenso che rivela tristi ricordi, e il costante e profondo desiderio di far crescere la propria comunità. Al momento, però, da queste parti l’affare più redditizio non sembra essere il turismo.