In Accademia Militare, durante le esercitazioni di AIC (Addestramento Individuale al Combattimento), con la mimetica appiccicata alla pelle dal caldo, la crema di mascheramento che irrita la pelle, le gocce di sudore che bruciano gli occhi, il peso di elmetto, combat jacket e fucile d’assalto e i piedi stretti dagli anfibi che ti lacerano la pelle lasciandoti le veschiche, il mio Comandante ci redarguiva: “Siate seri, anche in addestramento. Seguite i nostri consigli. Perché se qui non fate le cose fatte bene vi fate male, in teatro operativo siete morti”. Arrivavamo alla fine dei percorsi Sast o della giornata di esercitazioni distrutti, accaldati, sfibrati, doloranti. Il tirocinio addestrativo in Accademia è una prova dura. Generazioni di cadetti sono pronti a confermarlo. Ma è niente al confronto dello stress che si prova in una missione reale. Quando invece di andare in copertura per far contento il tuo comandante di plotone ci devi andare perché altrimenti l’imboscata talebana ucciderà te e i tuoi commilitoni, quando il peso che hai addosso non sono i 4 kg di arma individuale più 2-3 kg di elmetto e jacket ma 18-20 kg di equipaggiamento più giubbotto antiproiettile e bergen che ti comprimono la cassa toracica e la schiena, quando invece di fare un duro percorso Sast di una decina di minuti rimani sotto il fuoco nemico per ore, quando invece di sparare un caricatore da 5 colpi in piena sicurezza al poligono devi svuotare interi caricatori finché l’arma non si surriscalda e ti brucia le mani, quando invece di correre tranquillo in adunata o verso la mensa dopo l’esercitazione devi camminare lentamente e stare attento a non mettere il piede dove potresti non ritrovarlo più. La realtà delle missioni all’estero, anche se di supporto al mantenimento della pace, è questa. Ed è una realtà quotidiana. A cui si aggiunge la polvere che ti entra dappertutto, le esplosioni, i falsi allarmi, gli ordigni improvvisati, il freddo delle montagne afghane, il contatto con la popolazione locale, l’isolamento delle FOB (basi operative avanzate), la lontananza da casa, la felicità di sapere che il proprio turno di missione è quasi al termine o il dolore di dover seppellire un collega che più che un collega è quasi un fratello. Perché in missione l’uomo accanto a te è più importante della famiglia a casa; la seconda è il motivo per cui ti trovi in un paese così lontano dal tuo, il primo è colui che ti aiuterà a tornarci. Non c’è retorica, è la realtà. Perché anche se la missione è di pace, in zone di conflitto si combatte e si muore. E prima che delle pallottole i soldati rischiano di diventare vittime della censura mediatica e dell’ipocrisia di una classe politica che accetta l’azzardo di mandare uomini e donne in missione, ma non ha il coraggio morale di assumersi la responsabilità derivante dagli inevitabili contraccolpi che queste operazioni comportano. Tale assunzione di responsabilità, di cui è partecipe anche la società civile, non inizia e finisce con l’apertura o la chiusura dei portelloni del C-130 che parte o ritorna in Italia, ma si estende anche dopo, quando al militare viene chiesto di tornare in famiglia, di reinserirsi in società, sia quando i suoi turni di missione sono trascorsi tranquillamente sia quando ha dovuto affrontare situazioni drammatiche. Gli si chiede di fare qualcosa che tante volte, da solo, non è in grado di sostenere, perché anche se non è più in teatro operativo, dentro di sé egli è ancora in guerra.

Si chiama PTSD, o sindrome da stress post-traumatico, una condizione psicologica che accomuna coloro che sono stati vittime di shock emotivo e che, secondo gli studiosi, negli eserciti europei avrebbe un incidenza del 5-8%. Nelle forze armate statunitensi questa percentuale sale addirittura al 20-30%. Migliaia di reduci del Vietnam, di Panama, della guerra del Golfo, dell’Iraq vivono oggi per le strade delle città americane come dei senzatetto. I sintomi del PTSD sono numerosi: insonnia, incubi, flashback intrusivi, problemi di memoria, evitamento, irritabilità, ansia, aggressività, tensione, che spesso sfociano in consumo incontrollato di alcool, droghe, psicofarmaci. A ciò si sommano spesso anche i sensi di colpa, la così detta sindrome del sopravvissuto; ci si sente colpevoli per essere vivi, per non essere morti insieme ai propri colleghi. E queste problematiche si riversano come un torrente in piena all’interno delle mura domestiche, rendendo pericolosa anche la convivenza con i propri cari. Piero Follesa, reduce dell’attentato di Nassirya nel novembre 2003, ha dichiarato a Repubblica: “Non so se posso considerarmi felice di essere ancora vivo. Ho aggredito mio figlio perchè mi aveva sfiorato una spalla. Avevo la bava alla bocca e le pupille dilatate. Quando sento che qualcosa non va, la notte mi chiudo a chiave in camera da solo e dico ai miei: “Se mi sentite urlare, sbattere, imprecare, non aprite. Prima o poi mi passa”.

E’ una delle poche testimonianze dirette delle conseguenze dello stress post-traumatico in Italia. Perché se la Gran Bretagna, la Norvegia, l’Olanda affermano di avere una incidenza di casi intorno al 4-5%, non si spiega come mai i vertici delle Forze Armate italiane, da sempre tra i contingenti più numerosi e impegnati all’estero, dichiarino di aver censito solamente 32 casi di PTSD e 4 suicidi tra i reduci; sul totale di uomini impegnati all’estero (oltre 35.000 solo in Afghanistan) la percentuale statistica è praticamente zero. I primi numeri sono stati forniti in seguito ad una interrogazione parlamentare del deputato Marco Marcolin e il Ministero della Difesa ha ammesso con onestà che probabilmente si tratta di numeri sottostimati. L’Osservatorio Epidemiologico della Difesa avrebbe segnalato 16 casi di PTSD tra il 2007 e il 2010 più altri 17 militari ricoverati al Celio di Roma dopo il rientro dall’Afghanistan, 7 di essi solo nel 2012. Nella risposta all’interrogazione parlamentare, l’allora Ministro Mauro spiegò che l’incidenza dei disturbi da stress nelle Forze Armate italiane fosse sensibilmente minore rispetto ad altri paesi europei per merito di una “migliore selezione del personale”, e per “il minor carico operativo per intensità e durata”. Effettivamente i militari italiani prestano servizio oltremare in turni semestrali, a differenza delle truppe statunitensi che rimangono in missione quasi 9 mesi e, nei periodi più duri della guerra in Iraq, anche 15 mesi, sottoponendoli in tal senso sicuramente a maggiori carichi di stress. Questo non elimina il fatto che le truppe italiane, sia in Iraq che in Afghanistan, hanno affrontato aspri combattimenti nelle basi operative avanzate dei distretti di Farah o per la conquista dei ponti di Nassirya, tanto per citare i casi più famosi, e numerosi sono i militari che hanno subito attacchi o assistito alla morte di colleghi.

Quale che sia la verità sui numeri dello stress post-traumatico, l’Italia ha partecipato a missioni in Libano, Somalia, Bosnia, Kossovo, Iraq, Afghanistan, schierando ogni volta quasi 9000 uomini sparsi nei vari teatri operativi. Un impegno umano così grande, con i rischi di cui sopra, che non si è mai tradotto in studi e analisi sulle condizioni dei soldati, che non ha mai portato alla creazione di strutture o associazioni per il recupero e il sostegno ai reduci. Nella letteratura accademica anglossassone il tema dei disturbi post-traumatici nei soldati è ampiamente affrontato e le riflessioni su di esso hanno portato indubbiamente a risultati positivi nel reinserimento in società del personale impegnato all’estero. In Italia, la ricerca e le iniziative in tal senso sono piuttosto scarne. Un primo passo importante è stato compiuto recentemente dallo Stato Maggiore dell’Esercito che ha accettato di collaborare alla realizzazione del documentario Reduci, diretto da Andrea Bettinetti, nel quale vengono intervistati alcuni soldati italiani, donne e uomini, feriti in Afghanistan. Tra questi il caporal maggiore Monica Contrafatto, filmata durante la rieducazione motoria presso il Centro Protesi di Budrio, che racconta l’attacco subito nella valle del Gulistan dai colpi di mortaio. A lei è costato una gamba, al suo collega Michele Silvestri la vita. Ma davanti alle telecamere trova il coraggio e anche l’ironia per parlare: “Mi è capitato di scordarmi che mi manca la gamba, mi sono alzata dal letto di colpo… ho fatto un tonfo allucinante… infatti oggi tengo le grucce vicino così le vedo quando mi sveglio”. Un altro collega, il maresciallo Carmine Pedata, rimasto ferito nella Fob Ice, ha scelto di non lasciare l’ospedale fino a che non avrà un grado di autosufficienza tale da presentarsi “nel modo giusto” alla moglie e alla figlia. Al contrario il primo caporal maggiore Careddu, rimasto paralizzato per l’esplosione di un ordigno improvvisato, ha avuto la fortuna di trovarsi accanto una ragazza che invece di abbandonarlo l’ha sposato sulla sedia a rotelle. Non c’è vuota retorica, ma solo storie raccontate con sincerità. Le ferite di questi militari sono fisiche, evidenti, ma per tanti altri la sofferenza è più silenziosa, è tutta dentro la loro mente dove la guerra non è mai finita e continua ogni giorno.

Si sceglie di andare in missione per i più disparati motivi e ci si è fatta tanta ipocrisia sopra; si va in missione per pagare il mutuo di una casa, per poter organizzare il matrimonio della propria figlia, per pagare i debiti o le rate della macchina, per mandare i figli all’università, perché si crede nel proprio lavoro e in quello che si fa, per mettere a frutto la propria professionalità, per portare la bandiera del proprio paese all’estero. Sono motivazioni semplici, umili, talvolta magari anche confliggenti tra di loro, ma esulano totalmente dalle scelte politiche o dalla battaglia ideologica sul giusto o sbagliato di queste operazioni. Dietro alla divisa dei soldati ci sono padri, madri, fratelli, fidanzati, cugini, amici, persone buone e cattive, egoiste o altruiste, stronze o gentili, arroganti o umili. Si può non essere d’accordo sul mandare i nostri soldati a combattere in paesi che per noi non hanno valore strategico se non di mero calcolo politico, si può criticare la scelta razionale di una persona di andare in quei posti, si può odiare il costo economico ed umano di 13 anni di guerra, ma ciò non sminuisce che queste persone pagano spesso un prezzo alto e lo fanno con il Tricolore sulla spalla. E quando tornano a casa, oltre al falso e osceno moralismo del politically correct della società e della politica, oltre all’assenza di un qualsiasi tipo di sostegno, spesso devono anche affrontare il fatto di non essere mai realmente tornati dalla “missione di pace”. Bertold Brecht ha scritto che dev’essere maledetto quel paese che ha bisogno di eroi; io dico che bisogna maledire quel paese che manda in guerra i suoi uomini e lì li abbandona.