In molti hanno dubitato delle capacità di Nicolas Maduro, delfino designato da Hugo Chavez per continuare la rivoluzione bolivariana iniziata all’alba degli anni 2000. La prima metà dell’anno aveva decretato un attacco continuo al governo venezuelano in carica e alla persona di Maduro indicato come un anello debole e isolato all’interno dello stesso chavismo. Tutte queste ipotesi si sono verificate infondate davanti alle prove e agli ostacoli che il presidente ha saputo superare abilmente a partire dalla convocazione della nuova Assemblea Costituente di fine luglio. Quella che era sembrata alla maggioranza della stampa e dei media una mossa disperata e tesa solo ad esautorare l’Assemblea Nazionale, che dal dicembre 2015 ha una maggioranza dei 2/3 a favore del cartello dell’opposizione della Mesa de la Unidad Democrática (Tavola dell’unità democratica), è stata, invece, la prima mossa verso il ritorno ad una normalizzazione interna. Insediatasi sulla base del voto popolare, con oltre otto milioni di aventi diritto che si recarono alle urne nonostante le minacce e le violenze delle opposizioni, l’AC ha ridefinito le priorità di un Paese in enorme difficoltà economica.

Hugo Chávez (1954/2013)

Hugo Chávez
(1954/2013)

Dall’Assemblea Costituente è arrivata la forza dirompente di una nuova generazione cresciuta negli anni del chavismo e che non intende rinunciare ai principali successi di questo ventennio in cui il Venezuela ha sconfitto l’analfabetismo, la fame (dati FAO 2015) e la povertà con enormi progressi sul piano dei diritti sociali e la riduzione della disuguaglianza. Una volta esautorata l’AN è stato decretato il calendario elettorale che ha visto trionfare la coalizione del Grande Polo Patriottico sia alle elezioni per i governatori regionali del 15 ottobre sia alle elezioni amministrative della scorsa domenica. Nonostante avessero a più riprese richiesto di fissare le date degli appuntamenti elettorali i principali artefici delle violenze di piazza susseguitesi da aprile a luglio hanno poi boicottato queste tornate.

Se così è stato per gli oltranzisti Leopoldo Lopez, Henrique Capriles e Julio Borges dei partiti Voluntad Popular e Primeiro Justicia oltre che per María Corina Machado di Vente Venezuela (Vieni Venezuela), diverso è stato l’atteggiamento dello storico partito socialdemocratico Acción Democrática (Azione Democratica) guidato da Henry Ramos Allup che ha schierato propri candidati risultando vincitore in quattro stati regionali. Il successivo giuramento dinnanzi all’Assemblea Costituente dei quattro eletti ha decretato l’insanabile frattura nella Mud, dove la vera posta in palio sembra ormai essere la candidatura per le elezioni presidenziali che si terranno verso la fine del 2018. Un altro leader dell’opposizione, l’ex sindaco della capitale Caracas Antonio Ledezma, è, invece, andato ad ingrossare le fila degli esuli che girano l’Europa e il mondo occidentale per chiedere sanzioni e interventi contro il proprio stesso popolo.

L’ex sindaco di Caracas spesso nominato tra i “prigionieri politici” ha evaso gli arresti domiciliari per fuggire prima in Colombia e da lì in Europa

L’ex sindaco di Caracas spesso nominato tra i “prigionieri politici” ha evaso gli arresti domiciliari per fuggire prima in Colombia e da lì in Europa

I numeri non mentono mai e quelli a sostegno del chavismo sono evidenti: diciannove dei ventitré Stati regionali conquistati (in seguito alla ripetizione del voto di Zulia dopo il mancato giuramento del candidato dell’opposizione eletto a metà ottobre), trecento dei trecentotrentacinque comuni al voto conquistati tra cui ventidue dei ventitré capoluoghi regionali e storiche roccaforti dell’opposizione come Maracaibo ed il distretto di Sucre, nell’area di Caracas. Anche il numero dei votanti risulta confortante, se, infatti, in occasione del voto per l’AC si erano recati alle urne i fedelissimi della rivoluzione bolivariana con un dato superiore agli otto milioni e pari al 41,5% degli aventi diritto, per le elezioni regionali il dato è salito al 61,1% per poi scendere al 47,3% in quest’ultima tornata.

Le partite più importanti, però, il governo di Maduro le ha giocate e vinte sul piano finanziario e internazionale. In seguito alla visita del capo di Stato venezuelano a Mosca sono stati stretti nuovi e più prolifici accordi commerciali con il gigante euro-asiatico e gli ottimi rapporti tra le due nazioni hanno consentito una ristrutturazione del debito di 3,15 miliardi di dollari che la Repubblica sudamericana si è impegnata a pagare nei prossimi dieci anni con l’ausilio di rate minime per i primi sei anni. A scongiurare il default, prematuramente dichiarato dall’agenzia Standard&Poor’s, hanno contribuito le manovre attuate oltre che con il ministro delle Finanze russo Anton Siluanov anche con l’altro grande creditore, ovvero la Cina. Secondo il ministro degli Esteri cinesi Geng Shuang il pagamento del debito da parte dello Stato venezuelano “procede normalmente” così come i rapporti, con quello che è uno dei quattro partecipanti sudamericani (insieme a Perù, Cile e Bolivia) alla Asian Infrastructure Investment Bank (Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture, AIIB) risultano ottimi.

Nicolas Maduro e Vladimir Putin

Nicolas Maduro e Vladimir Putin

Il provvedimento che più sta facendo discutere, sia i detrattori che coloro che risultano tra i più entusiasti, è di certo il lancio del Petro, una nuova criptovaluta simile al bitcoin. L’intenzione del governo socialista è quella di utilizzarla per le transazioni finanziarie all’estero garantendola tramite le riserve di oro, petrolio, gas e diamanti. In ogni caso si tratterebbe della prima moneta virtuale di emanazione statale strettamente legata ad un governo, cosa che ridurrebbe la libertà di convertibilità in qualsiasi moneta del mercato internazionale, vero punto di forza di questo tipo di valuta. Si tratta del secondo provvedimento attuato dal Venezuela per contrastare e aggirare il blocco finanziario imposto dagli Usa dopo la decisione di riqualificare il paniere monetario per gli scambi internazionali estromettendo il dollaro per fare strada a rublo russo, yuan cinese, rupia indiana ed euro. In attesa dei primi risultati Nicolas Maduro, forte della ricomposizione delle due anime del chavismo (quella militare e quella civico-sindacale) ha già annunciato la propria candidatura per le elezioni presidenziali del prossimo anno, scelta, anche questa, per nulla scontata solo pochi mesi fa.