La nuova via della seta, che rinverdisce i fasti geniali di condottieri irripetibili della nostra storia come Marco Polo o più recentemente Enrico Mattei. In questi giorni nelle gole profonde dei media caldi, freddi e ibridi dello Stivale, si è tirato a indovinare gli effetti del maxi accordo economico e sociale tra la Cina di Xi Jinping e il Governo gialloverde della duplice intesa.

Abbiamo scelto Fabio Massimo Parenti, professore associato dell’Istituto Internazionale Lorenzo de’ Medici a Firenze, membro del think tank CCERRI di Zhengzhou, membro di EURISPES, e autore del libro è Geofinance and Geopolitics, per chiarire le idee ai pensatori e non pensatori italiani, spostando l’attenzione dalla pancia alle meningi, per una delle misure più influenti della politica estera del nostro Paese nel Ventunesimo secolo.

Dribblando demagogia e tecnicismi, con l’accordo concluso, quali sono i reali vantaggi e svantaggi economici, politici e sociali per l’Italia e la Cina?

I vantaggi sono moltissimi, a medio e lungo termine, gli svantaggi non li vedo. Al momento si stimano 20 miliardi potenziali che dovrebbero essere generati dagli accordi sottoscritti. Gli accordi valgono 2,5 miliardi, ma con un potenziale 20 miliardi, secondo la stima del MISE. Ma cominciano dal contesto. Primo, abbiamo anticipato i grandi paesi Ue firmando un MoU che farà da cornice ad una cooperazione più solida con Beijing. Cosa vuol dire? Significa che per la prima volta il rapporto con la Repubblica popolare non passerà solo da iniziative di singoli, imprese, associazioni ecc… ma attraverso un quadro di cooperazione definito a 360 gradi. La nostra incapacità di agire come paese è stato costantemente denunciato da tutti gli operatori italiani con rapporti aperti con la Cina. L’Italia si muove finalmente come sistema paese. E siamo solo all’inizio. Alcuni vantaggi ci sono stati anche in passato: società rilevanti come Pirelli non hanno chiuso ed hanno mantenuto gli occupati grazie all’acquisizione da parte della ChemChina. L’acquisizione di quote di imprese italiane da parte cinese si presenta diversificata settorialmente. Ricordiamo a titolo d’esempio le acquisizioni Candy, Esaote, Cdp reti o le joint venture con Huawei, sono tutte avvenute secondo le cosiddette regole di mercato. Non è colpa della Cina se siamo in crisi da più di 15 anni.

Se le nostre istituzioni non saranno in grado di negoziare al meglio i prossimi investimenti cinesi, sarà, ancora una volta, un problema nostro. Nella peggiore delle ipotesi si pareggerà, nel caso in cui rimanessimo immobili. Questa volta Genova e Trieste entrano ufficialmente nei nuovi piani di investimento. Seguiranno i porti del meridione. Se vediamo quanto la Cina importa (valore decuplicato negli ultimi 20 anni e il trend accelera), i nostri prodotti avranno spazi inimmaginabili altrove. Ed infatti il valore del nostro export sta aumentando di anno in anno. Le battute sulle arance non stanno né in cielo, né in terra, si parla di energia, porti, ferrovie, finanza, università, turismo ecc… Il valore del consumo al dettaglio della gigantesca classe media cinese (parliamo di circa 6 trilioni di dollari) è di gran lunga superiore a quello statunitense.

Che impatto potranno avere sul PIL italiano i futuri investimenti della nuova via della seta? Può contribuire realmente sulla crescita?

Certamente. È noto: gli investimenti sono la componente della domanda aggregata col più alto moltiplicatore. L’indotto dei settori menzionati è enorme. Ribadisco. Sta alle istituzioni spingere di volta in volta per operazioni il più possibile vantaggiose, facendo gioco di squadra con le imprese e i diretti interessati. Negoziando per ottenere il più possibile, in termini di investimenti greenfield, apporto di nuovo capitale, conservazione e aumento dell’occupazione locale ecc.…

La preoccupazione principale delle piccole e medie imprese italiane in merito all’accordo è la concorrenza “sleale” che alcune imprese cinesi commettono in Italia violando le regole in materia di diritti del lavoro, di adempimenti fiscali e di rispetto dell’ambiente e della salute umana. L’accordo prevede un maggiore controllo di tali situazioni – che arrecano comunque un danno all’economia nostrana – o non cambierà niente?

Le misure antidumping verso prodotti cinesi sono aumentate a partire dall’entrata nel WTO. Nel 2014 erano 51, al terzo posto mondiale dopo Usa e India. Rappresentano il grosso delle barriere al commercio poste dall’Ue, che è responsabile in questa materia. Quindi, barriere già ci sono, anche in relazione ai settori sussidiati. Non avendo riconosciuto nel 2016 lo status di economia di mercato alla Cina, sussistono trattamenti speciali, che la Cina contesta in base alle clausole del protocollo di accesso al WTO. Ma qui andremmo troppo nel tecnico.

Quando parliamo di concorrenza sleale, inoltre, non può non venire in mente il detto evangelico della pagliuzza e della trave. Se in Italia abbiamo una evasione enorme, e non da oggi, e condizioni lavorative che sono peggiorate progressivamente negli ultimi 20 anni, il problema non è cinese. Abbiamo centinaia di partecipazioni cinesi nei capitali delle nostre imprese, decine di migliaia di partite iva regolari e una quota di illecito di cui non so fornire dettagli. In tema di precarietà, la mia generazione sa di cosa parla, ne ha fatto ampia esperienza. Certo, la Cina è partita da una condizione molto più arretrata e per noi negli anni 80 e 90 ancora non accettabile, in merito a condizioni di lavoro in certi settori del manifatturiero. Il trend è stato tuttavia positivo, di sviluppo. Oggi infatti è un’altra storia, un’altra Cina.

Le leggi sulle condizioni di lavoro sono divenute, soprattutto dal 2008, stringenti e avanzate. Le politiche locali, su impulso del governo centrale, hanno favorito un costante aumento dei salari (ma questo durante tutti i 40 anni di riforme). I salari oggigiorno sono analoghi o superiori ai nostri in molti settori manifatturieri e superano i nostri nei settori avanzati, dei servizi ad esempio. Segnatevi questi dati e divulgateli: la Cina non punta più sull’export come volano della propria economia… sono anni che il contributo netto della bilancia commerciale (quindi beni e servizi) varia tra il 3 e il 2 per cento del PIL. Ma se consideriamo il contributo di questo valore netto alla crescita del PIL, parliamo di +0, … o -0, … sin dal 2010, insomma, intorno allo 0%, spesso negativo (dati FMI). Ma chi lo dice questo? Meglio, chi guarda i dati reali? Il nostro dibattito è così libero sulla Cina che parliamo di una Cina che non esiste più.

In questo senso il memorandum non fa nulla di specifico, se non riportare la relazione bilaterale entro la struttura normativa delle istituzioni internazionali e dell’Ue. Gli accordi istituzionali sono invece un primo passo anche per prevenire l’evasione fiscale. E’ una nuova piattaforma di cooperazione, che fa rientrare gli accordi sottoscritti tra istituzioni e imprese entro il sistema normativo dell’UE e delle Nazioni Unite. I paletti sono stati posti, poi la realtà cozza frequentemente coi principi, ma la volontà è evidente.

Foto di Kristoffer Trolle

Un italiano che decide di fare impresa, lavorare o studiare in Cina, avrà agevolazioni nel futuro prossimo?

Sì, s’è deciso, in uno degli accordi istituzionali, di eliminare la doppia imposizione fiscale sul reddito e prevenire evasione ed elusione. Inoltre, pochi giorni fa è passata una nuova legge sugli investimenti esteri in Cina che equipara le aziende straniere a quelle cinesi, senza trattamenti preferenziali per quest’ultime o vincoli maggiori per le prime.

I rapporti con gli Stati Uniti di Donald Trump – deciso oppositore dell’imprenditoria cinese – potranno subire degli inclinamenti dopo l’ulteriore avvicinamento del Governo gialloverde a Pechino?

A mio avviso ci sono moltissime variabili in gioco che non consentono facili equazioni. Il problema non è tanto Trump, che sarebbe anche felice di un nuovo protagonismo italiano, se fosse in grado di contenere e almeno in parte competere col mercantilismo franco-tedesco (il vero bersaglio delle operazioni di Trump in Europa). Il problema serio è ancora una volta in quel mostro, definito il “complesso militare-industriale”, che ha una vita autonoma dalla presidenza statunitense. Ecco, secondo questa prospettiva, noi, in quanto piattaforma militare e logistica americana nel cuore del mediterraneo, usata sempre e costantemente per tutti i traffici d’armi e le operazioni di guerra in Medio oriente e Africa, non dovremmo legarci troppo alle potenze emergenti. Il mio timore è che il significato geopolitico dell’operazione italiana sulla BRI allerti le forze peggiori del militarismo e statunitense, cominciando a stuzzicare e dividere l’Italia, data la atavica mancanza di unità nazionale che ci contraddistingue in negativo.

Nell’ultimo decennio grandi imprenditori, consumatori e politici cinesi hanno attenzionato l’arte, l’enogastronomia e lo sport d’Italia. Gli investimenti nei due club calcistici di Milano e l’assunzione di chef, maestranze e allenatori di alto livello in Cina ne sono un esempio lampante. Forse i vertici italiani, più che attenzionare la cultura della muraglia, hanno osservato con cura i suoi enormi capitali. Certo, sappiamo benissimo che la Cina non si fa abbindolare e quando si muove negli investimenti ha sempre un piano di costi-benefici preciso. Secondo lei, l’Italia è percepita come una colonia da conquistare dall’impero economico ex maoista? E il popolo cinese come percepisce la figura dell’italiano?

Parto dall’ultima. I cinesi amano l’Italia. Abbiamo nomi illustri che nei secoli hanno portato arte e pensiero italico, assimilando allo stesso tempo la cultura cinese, profonda, complessa, avanzatissima per molti secoli. I sincretismi sono stati innumerevoli. Pensiamo al sempre citato Matteo Ricci. Meno conosciuto e citato è il gesuita e pittore Giuseppe Castiglione (XVIII sec), che ha dipinto per la corte imperiale, fondendo tradizione occidentale ed orientale e per questo apprezzatissimo. Non so se già sono visitabili, comunque una sala della città proibita contiene esposizioni dei suoi lavori. I cinesi amano l’opera italiana, il design italiano, la nostra storia. Perché? Riconoscono un’antichissima civiltà. Non dimentichiamo che lo stato cinese si definisce più per il suo legame con la civiltà (definito “stato di civilizzazione”) di almeno 3000 anni che per le caratteristiche tipiche di un moderno stato-nazione. La Cina, in fondo, si sente legata, per definizione storica, a pochissimi popoli; l’Italia è uno di questi. La profondità della cultura cinese ha sempre consentito una sinizzazione naturale degli stranieri entrati nel paese di mezzo. Come da noi, e in Cina forse ancor di più, si cade dentro una profondità storica che fa tutto da se…. Qui il discorso è ampissimo. Rimando alla Perla del Drago, stato e religioni in Cina, di Maria Morigi.

Tornando, per concludere, alla prima parte della domanda. La Cina non può vedere l’Italia come una colonia, sia per quello che ho cercato di spiegare, sia perché la Cina è il paese più antimperialista della storia. Da sempre la Cina ha combattuto e avversato l’imperialismo, da qui la presa di distanza dall’URSS dopo la morte di Stalin. La Cina è il leader dei paesi del terzo mondo, tradizionalmente, e ciò fa parte del DNA della cultura diplomatica e della politica estera cinese. Anche qui una montagna di libri e di riferimenti storici. Per quanto riguarda capitali o cultura. Ne ho scritto sul blog di Beppe Grillo. Comunque, le autorità italiane vedono entrambi gli aspetti. Le visite e le attività svolte dalla coppia presidenziale hanno mostrato che l’Italia – certe sue componenti importanti – conosce la Cina. L’accoglienza è stata all’altezza di quella che riservano i cinesi agli ospiti speciali.

I capitali cinesi sono i più cospicui al mondo, fanno gola e bisogna trovare formule cooperative all’altezza delle opportunità esistenti, ma sempre in una logica di reciprocità. Tuttavia, come dico sempre, se pensate di fare solo business coi cinesi, arriverete a un punto di rottura. Le basi per cooperare a lungo termine sono culturali… vi rigiro questo antico detto cinese, altrimenti anche qui sarebbe troppo lunga.

If you bond together for profit, when the profits stop the relationship ends. If you bond together for power, when the power stops the relationship ends. Only when you bond together with a true heart can a relationship truly last.