In Libia è scontro aperto. E l’Italia giallo-verde, col simpatico volto di Conte, annuncia di volersi porre come ‘mediatrice’ all’interno del conflitto. Eppure, è lecito domandarsi quale sia l’autorità riconosciuta al ‘Bel Paese’ da parte degli attori internazionali chiamati in causa, più o meno direttamente, nella vicenda.

In Italia, gli appelli alla pace, le allusioni e recriminazioni a Macron si spendono a non finire. Fiumi di inchiostro per interrogarsi su quale sia la parte della Francia in questa vicenda. A titolo di esempio, l’esplicita allusione fatta da Salvini commentando la situazione libica al Giornale radio Rai (radio1) venerdì scorso.

Personalmente con altri colleghi stiamo cercando di puntare alla pace e al dialogo parlando con tutti. Qualcuno temo, per interessi economici e per egoismi nazionali, stia giocando alla guerra.

Invece La Stampa di questa domenica titola Parigi sotto accusa: “Sul campo di battaglia consiglieri francesi tra le truppe di Haftar”. Un articolo in cui si afferma che, secondo le rivelazioni di un mercenario egiziano, la Francia avrebbe inviato i propri consiglieri militari per appoggiare il maresciallo nel suo tentativo di espugnare Tripoli.

Un j’accuse forte e chiaro si leva da ogni parte in Italia, che certo non dimentica quando, nel 2011, l’allora presidente francese, Nicolas Sarkozy, decise di intervenire in Libia. Ufficialmente al fine di aiutare gli insorti delle cosiddette Primavere arabe, concretamente dando fine al governo di Muammar Gheddafi e facendo cadere il territorio in una profonda instabilità politica, tra le cui attuali conseguenze, ci è ben noto l’incremento dei flussi migratori verso l’Italia.

Eppure Parigi sotto accusa non si sente. E d’Oltralpe, nessuna risposta s’intravede all’orizzonte. Una breve scorsa ai pochi titoli dei media francesi a riguardo è significativa e sufficiente a comprendere che, delle recriminazioni italiane, poco o nulla importa. Non solo all’Eliseo, ma neppure all’opinione pubblica francese. Molto più interessata, invece, all’ennesimo bilancio dell’ennesima manifestazione dei gilet gialli.

Andando a scavare su Google news le attualità francofone legate alla Libia, il bottino è ben magro. E le uniche parole spese sono a tributo dei civili implicati nel conflitto. Dell’Italia, neanche il sentore. Per lo più i giornalisti si sono dedicati a copia-incollare una dichiarazione della World Health Organisation in Libya del venerdì 13 aprile, che riportava il numero di morti a 121 e quello dei feriti a 561.

Per il resto, un unico articolo fa la sua comparsa su L’Opinon, rivista sposata all’economia neo-liberale e non certo il cuore dell’opinione pubblica francese, per individuare la Libia come terreno di scontro tra Francia e Italia. Che i francesi non si interessino a quanto avviene nel continente africano? Manco per niente. Le parole si spendono quando dalla Libia ci si sposta alla crisi algerina o sudanese. Per il dossier Libia, la parola d’ordine è, invece, basso profilo. Voli partono e rientrano in sordina sulla la tratta Bengasi-Parigi. Senza che dichiarazioni ufficiali vengano fatte. Salvo poi confermare dall’Eliseo che degli emissari di Haftar sono venuti, ma nulla di più.

A meglio comprendere il momento contingente, valido sembra il riferimento a un’altra fase storica. Nel 1975 dal 5 all’8 settembre la Francia accoglieva, col volto del Presidente Jacques Chirac, Saddam Hussein a braccia aperte in qualità di “amico personale”. Il 18 novembre 1975 veniva firmato un accordo di cooperazione franco-irakena a Bagdad. L’attitudine francese, criticata da più parti, gli assicura, oltre allo sviluppo di un programma nucleare irakeno, la vendita di numerosi materiali da guerra e a mantenere un accordo che, dal 1972, gli garantisce la perennità degli interessi petroliferi in Irak nell’arco di dieci anni.

Anche al profilarsi del conflitto Iran-Irak, la musica non cambia. Il Presidente, questa volta socialista, François Mitterrand invia il 25 maggio un messaggio a Saddam Hussein assicurandogli il sostegno francese. E l’allora Comunità economica europea (CEE) si dimostra incapace di individuare una strategia comune. I principali attori europei “fanno prevalere i loro interessi politici e commerciali, molto spesso contraddittori.  Arrivano unicamente a redigere il testo di una dichiarazione insipida” (Pierre Razoux, ‘La guerre Iran-Irak 1980-1988. Première guerre du Golfe’, Editions Perrin).

Questa volta, neanche la dichiarazione siamo arrivati a redigere. Tantomeno a discutere delle nuove problematiche concernenti i flussi migratori. E l’Unione Europea, da un bel po’, non è più soltanto economica. Ma nel Fezzan e in Tripolitania c’è il petrolio. Haftar continua la sua marcia. E l’Eni, nel frattempo, evacua il personale.