Sono state fornite diverse chiavi di lettura ed interpretazioni allo sciopero della fame organizzato dai detenuti palestinesi ed iniziato il 17 aprile, non a caso in coincidenza con la giornata del prigioniero palestinese.

In molti hanno voluto leggervi una sfida alla sbiadita leadership di Mahmud Abbas da parte di Marwan Barghouti; il carismatico leader di al-Fatah oramai in carcere dal 2002 e condannato a cinque ergastoli. Anche lui, a detta di alcuni, spaventato dalla possibilità di perdere popolarità tra la popolazione vista la sua condizione di prolungata cattività e l’impossibilità di dirigere un Partito che si è dimostrato troppo accondiscendente con l’oppressore. Oppure, è stato interpretato come una semplice azione umanitaria (questa è la prospettiva di Qassam Barghouti, figlio di Marwan), priva di dimensione politica, e volta al miglioramento di condizioni carcerarie oggettivamente terribili considerando l’isolamento, i limiti imposti alla visite familiari, la mancanza di appropriate cure mediche, gli abusi della polizia penitenziaria e la possibilità di essere imprigionato senza incriminazione e processo (detenzione amministrativa) per un periodo di sei mesi, rinnovabili per ragioni di sicurezza.

Ciascuna di queste interpretazioni ha una sua parte di verità. É un dato di fatto che il Presidente dell’ANP Abbas, da sempre spaventato dalle mobilitazioni di massa e da tutto ciò che in qualche modo possa mettere a rischio il mantenimento delle sue posizioni di scarso potere, non abbia visto di buon occhio l’iniziativa. Non è un caso che i vertici dell’ANP abbiano da subito cercato di fare pressioni su Barghouti affinché disdisse la chiamata allo sciopero salvo poi farla propria nel momento in cui migliaia di palestinesi sono scesi in piazza in sostegno dei detenuti. Manifestazioni che sono culminate nella giornata della rabbia del 28 aprile e nella protesta del 3 maggio tenutasi in piazza Mandela a Ramallah, in concomitanza con l’incontro tra Abbas e Trump a Washington.

Le proteste nei territori palestinesi dello scorso 3 maggio

Non si può dimenticare il fatto che Barghouti, nonostante la cattività, durante il congresso di al-Fatah di novembre-dicembre 2016, sia stato ancora una volta il più votato. Ed è inevitabile che Abbas, conscio di una popolarità in netto calo e desideroso di non infastidire più di tanto un vicino che, al contrario di quanto fece col suo predecessore Yasser Arafat rinchiuso nel suo ufficio di Ramallah per gli ultimi anni di vita, gli concede almeno sostanziale libertà di movimento, non fosse esattamente entusiasta dell’appoggio all’iniziativa.

La critica alla leadership di Abbas all’interno dell’ANP è dunque evidente. Abbas, oltre ad essersi dimostrato incapace di influenzare anche minimamente Israele, ha rinforzato quel connubio Israele-USA-ANP che ha ulteriormente esasperato la popolazione palestinese. Ed in questo senso la lotta dei detenuti palestinesi va letta come una protesta contro le generali condizioni di vita a cui il popolo palestinese è costretto. La cattività è la realtà metaforica della vita di ogni palestinese sottoposto a diversi gradi di restrizioni militari e poliziesche. In un certo senso ogni palestinese è un prigioniero. La Cisgiordania è suddivisa di tre diverse aree (A,B,C), di cui la zona A, l’unica ad amministrazione e controllo diretto palestinese, rappresenta solo il 17% del territorio totale.  Gerusalemme Est è tagliata fuori dal resto della Cisgiordania e sottoposta costantemente alla costruzione di nuove colonie. Gaza è considerata all’unisono una prigione a cielo aperto. Mentre i palestinesi sia all’interno di Israele che nei paesi limitrofi non vivono in condizioni migliori: apertamente discriminati o costretti all’interno di angusti e sovraffollati campi profughi come quello libanese di Ein el-Hilweh.

Ogni palestinese vive nella realtà quotidiana intrappolato dietro muri e checkpoint nell’infinita attesa di un miglioramento delle proprie condizioni di vita. I 6500 prigionieri palestinesi nella carceri israeliane (di cui 200 donne e 25 bambini) non sono che un’avanguardia per coloro che stanno fuori ma costretti a loro volta in uno spazio chiuso, seppur più ampio. Marwan Barghouti, e con lui i 1500 prigionieri che hanno aderito allo sciopero, è consapevole di questa triste realtà. Ed è altresì ben conscio del fatto che i diritti non possano essere elargiti da un’oppressore, come ha affermato nel messaggio lanciato dalla sua cella il primo giorno dello sciopero.  Nonostante Hamas ed altre forze politiche abbiano imposto ai propri prigionieri di non seguire l’iniziativa e boicottare lo sciopero, il capo del comitato detenuti di Hamas Abbas Sayyid vi ha aderito, così come quello del Jihad Islamico Zayid Bseisi e quello del Fronte Popolare Ahmad Saadat.  Il rifiuto di Hamas a collaborare va ancora una volta interpretato alla luce delle recenti frizioni tra al-Fatah ed il Movimento islamico. Ancora una volta, le promesse di unità che i rappresentanti dei due Partiti si erano scambiate nell’incontro di gennaio a Mosca si sono risolte in un nulla di fatto. Con Hamas ben deciso a non lasciare il potere a Gaza ed Abbas pronto a non pagare più ad Israele i costi dell’energia elettrica fornita alla Striscia pur di far perdere al Movimento islamico il consenso della popolazione. Oramai siamo di fronte alla lotta per l’egemonia tra due governi senza potere.

È di particolare interesse, in questo senso, il progressivo appiattimento del Movimento islamico sulle posizioni delle monarchie del Golfo, sue principali finanziatrici, interessate a regolarizzare in modo compiuto un’alleanza con il sionismo resa più che evidente da comuni interessi geopolitici. Il recente Documento su principi generali e politiche pubblicato da Hamas, in questo senso, è abbastanza contraddittorio. Di fatto, pur rifiutando categoricamente ogni riconoscimento di legittimità all’entità sionista, e pur considerando territorio palestinese lo spazio che va dalle rive del fiume Giordano fino al Mar Mediterraneo, ipotizza la creazione di uno Stato sovrano (con Gerusalemme capitale) lungo i confini del 4 giugno 1967, antecedenti alla cosiddetta an-Naksa (la sconfitta); aprendo così all’Iniziativa di pace araba sponsorizzata dai sauditi nel 2002. Un’iniziativa non del tutto sgradita all’attuale governo israeliano visto che tanto Netanyahu quanto Lieberman hanno spesso affermato di essere disponibili (disponibilità che comunque rimarrà sempre e solo a parole) ad una eventuale negoziazione sulla base della proposta saudita purché ne venga escluso il cosiddetto “diritto al ritorno” dei rifugiati e venga considerato il mutato scenario internazionale ormai sempre più favorevole ad Israele che, con l’amministrazione Trump, ha ottenuto carta bianca per fare ciò che vuole nel Levante. Non è un caso se il 22 maggio, il Presidente Trump, in compagnia della figlia Ivanka, del genero/consigliere ultra-sionista Jared Kushner, e del Segretario di Stato Tillierson si recherà, come primo viaggio ufficiale all’estero, proprio a Gerusalemme per partecipare alle celebrazioni della vittoria israeliana del 1967, e dopo in Arabia Saudita. E non è un caso che il prossimo ambasciatore USA in Israele sarà David Friedman, anch’egli apertamente simpatizzante con il sionismo radicale. Aveva dunque poche possibilità di successo Mahmud Abbas quando il 3 maggio si è recato a Washington nella speranza di ottenere qualche rassicurazione da parte del Presidente statunitense. Donald Trump ha semplicemente posto l’accento, ancora una volta, sulla lotta al terrorismo, sulla sicurezza di Israele e sulla fine dell’istigazione all’odio. Oltre a sottolineare, mettendo apertamente in imbarazzo Abbas, consapevole della sensibilità di tale tema tra l’opinione pubblica palestinese, l’importanza del serrato lavoro di collaborazione tra l’intelligence israeliana e quella palestinese.

L’incontro tra Abbas e Trump dello scorso 3 maggio

Il popolo palestinese necessita dunque di liberarsi da una leadership incapace e da ambigui benefattori sempre più collusi con i suoi oppressori se vuole realmente puntare alla propria autodeterminazione. Marwan Barghouti, seppur non completamente privo di responsabilità, l’ha intuito da tempo, e questo sciopero è in primo luogo una critica all’attuale guida dell’ANP. Il Gran Muftì di Gerusalemme Hajj Amin al-Husayni in una fatwa del 1934, quanto mai attuale, affermò: “Dare la terra della Palestina in possesso ai sionisti, i quali hanno apertamente dichiarato quali siano le loro ferme intenzioni, significa decretare la scomparsa dei musulmani e spegnere la luce dell’Islam in questa sacra terra […] Coloro che scacciano i musulmani dal loro territorio, Dio li considera iniqui, alla stessa stregua di coloro che combattono i musulmani per la loro fede. Anche se costoro fossero musulmani o facessero parte della loro famiglia, i veri musulmani devono fuggirli”.