A conclusione dell’ultima riunione, il Federal Open Market Committee, organo della banca centrale statunitense, ha deciso di non eseguire correzioni di politica monetaria e dunque, per i prossimi mesi, il tasso di interesse ufficiale – il “prezzo” al quale la banca centrale concede prestiti agli istituti di credito – resterà invariato. Ha dichiarato però di esser pronto a dare un taglio entro la fine di quest’anno, per contrastare l’aumento delle “incertezze” nelle prospettive economiche degli Stati Uniti e del resto del mondo. L’abbassamento del tasso di interesse è uno strumento generalmente utilizzato dalle banche centrali per stimolare la domanda di moneta finalizzata ad accrescere gli investimenti.

Alla precedente riunione, l’aspettativa generale era che la Cina e gli Stati Uniti fossero sulla buona strada per firmare un accordo commerciale; ma nel giro di pochi giorni, lo scenario venne rovesciato quando Trump sostenne che la Cina stava arretrando rispetto agli impegni presi e minacciò di imporre una tariffa del 25% su ulteriori 300 miliardi di dollari di merci. Da allora, i negoziati sono giunti ​​ad un punto morto. Si prevede che i nuovi aumenti delle tariffe entrino in vigore a luglio a meno che non si verifichi un cambiamento dell’ultimo minuto a seguito dell’incontro tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping al vertice del G20 di fine mese in Giappone.

Il capo del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde aveva già rilevato che la guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina preannunziava un rallentamento della (già misera) crescita economica globale, invitando Washington e Pechino a deporre le armi. In un rapporto pubblicato il 23 maggio, il F.M.I. stimava che l’ultimo giro di tariffe doganali avrebbe provocato una riduzione della crescita mondiale dello 0,3% l’anno prossimo e, quando verranno aggiunte le nuove restrizioni, l’impatto sarà una riduzione dello 0,5%, equivalente a 455 miliardi di dollari.

Dopo la rottura dei colloqui USA-Cina, l’intero sistema commerciale internazionale era precipitato in ulteriore stato di agitazione per la decisione di Trump di imporre dazi doganali al confine col Messico, come strumento di pressione al fine di bloccare il flusso di immigrati e rifugiati negli Stati Uniti; la revoca dell’ultimo momento è arrivata sulla base di un accordo raggiunto col governo messicano. Qualunque sia stato l’esito immediato del conflitto, la minaccia di imporre tariffe doganali ha generato un’onda d’urto nel sistema commerciale internazionale poiché ha chiarito che gli Stati Uniti sono pronti a usare ogni espediente economico e commerciale per rincorrere i propri obiettivi politici.

Ma il conflitto commerciale si espande oltre la Cina e il Messico. Di recente, l’India ha aumentato le tariffe su alcune merci provenienti dagli Stati Uniti, come rivalsa per la decisione dell’amministrazione Trump di rimuovere alcuni privilegi commerciali per sostenere le economie dei Paesi meno sviluppati. La decisione ha colpito circa 6 miliardi di dollari di merci indiane precedentemente importate negli Stati Uniti in esenzione doganale. Trump ha criticato le politiche protezioniste dell’India e spinge per un nuovo accordo bilaterale su un ammontare di scambi commerciali tra i due Paesi del valore di 142 miliardi di dollari.

La settimana scorsa, il presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi ha dichiarato che l’istituto di Francoforte potrebbe fornire un nuovo stimolo ai mercati finanziari alla luce della morbidezza persistente dell’economia europea e dell’inflazione costantemente al di sotto dei valori considerati convenienti. Intervenendo alla conferenza annuale della BCE a Sintra in Portogallo, Draghi ha comunicato che, in assenza di concreti miglioramenti, la BCE avvierà una nuova sessione del programma di quantitative easing (acquisto di titoli di Stato e altri titoli obbligazionari nel mercato secondario). Le affermazioni di Draghi hanno causato una discesa del valore dell’euro rispetto al dollaro, sollecitando una risposta furiosa da parte di Trump. Draghi ha replicato affermando che la BCE intende semplicemente adempiere il proprio mandato, finora del tutto disatteso, di tenere l’inflazione ad un tasso vicino al 2%.

Tuttavia, finché si ostinerà a pompare denaro nelle casse degli intermediari finanziari, non si avrà altro risultato di ravvivare il circo della finanza bramosa di profitti a danno dell’economia sociale, mentre è ora di affermare con forza che il denaro creato dalla BCE deve essere messo direttamente a disposizione degli Stati, per dare avvio ad una grande stagione di investimenti pubblici in servizi e infrastrutture a beneficio dei cittadini.

Le osservazioni di Trump indicano che gli Stati Uniti sono pronti a rafforzare il proprio atteggiamento di sfida nei confronti dell’Unione Europea nelle trattative commerciali in corso; minacciano tariffe del 25% sulle autovetture, le quali avrebbero un forte impatto sulla Germania, che saranno imposte se Bruxelles non soddisferà le richieste, in particolare sull’apertura dei mercati europei alle esportazioni agricole statunitensi.

Il denaro abbonda nelle banche d’affari e nei mercati finanziari e il massiccio trasferimento di ricchezza dalla base al vertice negli ultimi tre decenni ha creato le condizioni di una crisi sociale senza precedenti. L’effetto principale delle varie misure di stimolo introdotte dalle banche centrali e dai governi – il programma di allentamento quantitativo e la politica fiscale favorevole ai super-ricchi – è stato l’ulteriore espansione del parassitismo e dello sfruttamento.

L’aumento dei conflitti economici tra le maggiori potenze ha sollevato preoccupazioni in vista di una nuova, imminente recessione; in questa condizione, l’Italia è priva di margini autonomi di manovra, appesa alla bontà di Mario Draghi, i cui stimoli, finché non toccheranno direttamente le tasche dei cittadini, non avranno altro effetto che fornire nuova linfa alla speculazione finanziaria.