Chi ha avuto modo di seguire la newsletter di Francesco Costa avrà sicuramente notato come i due filoni principali della sua produzione dell’ultimo mese siano stati il Texas – dove si è svolto il suo viaggio più recente – e le vicende dell’ormai ex direttore dell’FBI James Comey, legato in maniera indissolubile alle vicende del RussiaGate.

Per ripercorrere i momenti salienti dell’annosa questione, occorre ricordare come la revoca a Comey del ruolo di direttore dell’FBI, il 9 maggio 2017: la notizia venne data dal portavoce della Casa Biana Spicer, che diffuse il comunicato ufficiale alla stampa alludendo alla volontà di evitare possibili pressioni amministrative nei confronti della Presidenza.

 

Il caso Comey ha mobilitato gran parte dei media internazionali: la sua deposizione è stata seguita da milioni di persone

Le accuse successivamente mosse da Comey non sono meno forti: si parla dell’esplicito tentativo, da parte del presidente Donald Trump, di condizionare le indagini rivolgendosi direttamente al direttore, che ha deciso di rendere pubblico il tentativo di Trump di rendere più morbido il trattamento riservato al suo National Security Advisor Michael Flynn. Era il 14 febbraio 2017: durante la riunione nello Studio Ovale, a cui era presente anche Comey, Trump avrebbe liquidato il suo entourage per poter scambiare alcune parole in privato con l’allora direttore dell’FBI, in modo da suggerire una possibile gestione del caso Flynn dimessosi poco prima.

L’indicazione rivolta da Trump sarebbe venuta attraverso il verbo “vorrei” che, lungi dall’essere un dettaglio, rischia di segnare un importante confine all’interno della giurisprudenza: l’azione qualificata dal condizionale, infatti, non costituisce per la legge un comando esplicito, dunque si tratterebbe di un’azione non orientata al condizionamento di un funzionario pubblico. All’interno dei casi giudiziari su cui si fonda l’interpretazione della legge statunitense esiste però un precedente: si tratta di un caso del 12 marzo 2008, la cui sentenza – la numero 07-2601 – affermava che l’uso del condizionale potesse essere considerato una forma di ostacolo alla giustizia. Ad ogni modo, si trattava di un caso che riguardava dei privati cittadini, niente di paragonabile al presidente degli Stati Uniti, sulla cui possibilità di essere inquisito pesa la mancanza di un’opinione giuridica univoca – né la Costituzione, né la Corte Suprema hanno mai risposto a questo quesito -. L’opinione più diffusa è che, fintanto che è in carica, il presidente possa essere sottoposto esclusivamente a procedura di impeachment, ma mai ad un arresto per ragioni giudiziarie, ma si tratta solo di una possibile interpretazione.

Prove definitive della condotta di Trump non sembrano esserci, anche se Comey afferma di essersi annotato la conversazione avvenuta fra lui ed il presidente, che d’altro canto l’ha definito “fuori di testa”. Tuttavia, l’ex direttore dell’FBI è stato ritenuto un testimone chiave all’interno delle indagini condotte dal Senato, che l’8 giugno ha chiamato Comey a fornire la sua versione dei fatti. Si tratta di un evento di portata straordinaria, le cui conseguenze sono già visibili a partire dalla nomina di consulente speciale da parte del Dipartimento di Giustizia USA, con il compito di investigare sul RussiaGate e fornito di poteri molto più ampi di quelli concessi a Comey da direttore dell’FBI.

Nemmeno la possibile politicizzazione della figura di Comey può essere un sentiero percorribile per Trump: non trattandosi di una figura politica, non vi sono particolari motivi per poter dubitare della veridicità delle sue affermazioni, rilasciate sotto giuramento. La testimonianza giurata dell’ex direttore non ha prodotto, di fatto, novità sostanziose, per quanto ciò non costituisca un fatto insolito: l’indagine è ancora in corso, per questo ogni informazione che Comey può diffondere deve essere ponderata con cautela, tanto per non compromettere il lavoro svolto quanto per non eccedere con la divulgazione di informazioni riservate. Il precedente storico che offre è però invidiabile

Se c’è un punto su cui il testimone è convinto al 100% è il fatto che le interferenze russe nella campagna politica americana ci siano state: sulla questione Comey ha espresso sospetti “indubbi”. Il livello di influenza, in base a quanto detto dall’ex direttore, non avrebbe riguardato i dispositivi adoperati per registrare il voto, quanto piuttosto la diffusione di leaks provenienti dagli ambienti democratici per poter condizionare la percezione degli elettori. Ne sono un esempio le mail dello staff elettorale Dem diffuse via web, dove si mostrava il lavoro svolto dai consiglieri per adeguare il messaggio politico di Clinton a seconda del gruppo etnico a cui indirizzava i propri discorsi – aggiungendo qualche sporadico insulto a Sanders -. In questo anche Comey, che ha gestito la questione delle mail di Clinton, ha contribuito a sua volta in maniera indiretta.

Questa volta, però, i leaks non sono più la componente principale: si parla di indagini. Per quanto Trump non sia direttamente indagato, i suoi collaboratori esposti all’inchiesta sono numerosi ed importanti, e Flynn è solo il nome più citato: a farne le spese è anche Carter Page, consigliere per la politica estera; Paul Mananfort, ex capo del comitato elettorale; per non parlare, ovviamente, del consigliere e marito di Ivanka Trump Jared Krushner.

Le tappe che hanno portato ai sospetti contro Jare Kushner, genero di Donald Trump e ritenuto vicino ad ambienti diplomatici russi 

Per il momento sono in corso quattro indagini differenti: la prima, condotta dalla Commissione Intelligence del Senato, riguarda il ruolo delle interferenze russe; la seconda, condotta dalla Commissione Intelligence della Camera, riguarda tanto le interferenze russe quanto la fuga di notizie; la terza, che fa capo alla Commissione Giustizia del Senato, riguarda Michael Flynn e i pagamenti da lui ricevuto; la quarta, la più importante, è quella di cui abbiamo parlato prevalentemente, ossia l’indagine condotta dall’FBI riguardo ogni aspetto della vicenda.

Ad occuparsi di quest’ultima è attualmente un procuratore speciale particolarmente ostico: Robert Muller. Direttore dell’FBI dal 2001 al 2013, è stato nominato da Bush anche in base alle sue solide convinzioni repubblicane. In seguito, Obama ha confermato la nomina di Muller per altri due anni volendo ricompensare l’ottimo lavoro svolto, fatto che rende la sua onestà difficilmente dubitabile. Conosciuto come un funzionario capace ed integerrimo, il suo mandato come direttore è superato in durata solo da J. Edgar Hoover.

Fra i provvedimenti più rilevanti presi da Muller vi è il ritiro del Segretario della Giustizia Jeff Session dall’inchiesta sulle influenze russe, avendo riconosciuto nella sua figura possibili conflitti di interesse. Si tratta di un atto che Comey non avrebbe potuto compiere, per cui si può dire che il vincitore effettivo di questo primo round sia stato proprio lui.

Le grandi qualità professionali di Muller si sommano a quelle dei suoi tre principali collaboratori che compongono una squadra di tutto rispetto: il primo elemento è Michael Dreeben, uno dei migliori avvocati statunitensi, famoso per le sue numerose ause condotte di fronte alla Corte Suprema – una di esse, secondo le voci che girano sul suo conto, portata avanti senza appunti -; segue Lisa C. Page, avvocato dell’FBI, famosa per essersi occupata di numerosi casi legati al crimine organizzato; chiude il cerchio Andrew Weissman, che guidò la task force antimafia del Dipartimento di Giustizia.

Insomma, si tratta di un gruppo di lavoro estremamente preparato ed attivo, contro cui forse Trump ha già provato ad adottare le prime contromisure: nella settimana fra l’11 ed il 17 giugno, il CEO di Newsmax Media Chris Ruddy ha diffuso la voce che il tycoon stesse valutando il licenziamento di Mueller. Le interpretazioni di questo gesto si riducono fondamentalmente a due ipotesi: la prima è la semplice intimidazione, mentre la seconda è spiegata attraverso il trial ballon – far pronunciare una dichiarazione scomoda da un individuo non riconducibile istituzionalmente alla Casa Bianca per poter valutare le reazioni.

Trump non è però l’unico personaggio politico che vorrebbe condurre le indagini a proprio favore: nel tradizionale appuntamento con la conferenza stampa “Direct Line President”, tenutasi il 15 giugno, il presidente russo Vladimir Putin ha offerto asilo politico a Comey, quasi a riproporre il gesto compiuto nei confronti di Edward Snowden.

Putin su Comey: “Pronti ad offrire a lui asilo politico in Russia”

A fondare il paragone fra le due figure, a conti fatti estremamente diverse, sarebbe l’elogio di Putin nei confronti del funzionario dell’FBI ritenuto un difensore dei diritti umani, per via della sua scelta di non sottomettersi alle pressioni politiche. In più, Comey sarebbe un leaker, una persona che diffonde informazioni riservate, come lo stesso Snowden, avendo riportato le conversazioni avute con Donald Trump.

Tuttavia, il paragone è evidentemente stridente per una serie di motivi: in primis, Snowden era un impiegato e un contractor, mentre Comey è stato il direttore di una delle più importanti agenzie federali statunitensi; oltretutto, Comey non ha diffuso informazioni esplicitamente segretate, al contrario di Snowden, ma si è limitato a riferire i dettagli di un episodio raccontato in una testimonianza giurata. L’accettazione di una proposta simile, in più, è da escludere, essendo di fatto una confessione di colpevolezza.

Viene dunque da chiedersi come mai Putin si sia voluto muovere in questa direzione. La spiegazione più probabile è quella che vede le sanzioni nuovamente approvate il 15 giugno contro Mosca come fil rouge, volendo presentare la Russia nuovamente come uno Stato impegnato nella difesa delle libertà fondamentali. Il fronte delle sanzioni è infatti frammentato, con Austria e Germania che si dimostrano contrarie e, d’altra parte, non sono identificate da Putin come un pericolo. Al contrario, la sfida all’economia russa viene raccolta con orgoglio, mentre le forniture di materie prime nel continente europeo rappresentano più un problema per noi che per il Cremlino.

Per quanto però gli USA vorranno sforzarsi, la situazione internazionale richiede la cooperazione fra russi e statunitensi, in particolare nelle tre arre strategiche della Siria, del Medioriente e del Qatar. A prescindere dall’arrivo di Comey a Mosca o meno, i due Paesi sono legati a doppio filo dall’inchiesta che compromette quella pacificazione di cui lo stesso Trump ha parlato in campagna elettorale. La frammentazione crescente del fronte europeo, tuttavia, gioca a vantaggio della Russia, che vede la legittimazione delle sanzioni ridursi sempre di più e, con essa, la loro efficacia. Con Snowden, Putin colpiva un’America coesa ed un Occidente compatto. Adesso che nessuno dei due fattori è presente, Comey è un punto di cui Putin può fare tranquillamente a meno per poter vincere la partita.