Thomas Sankara è l’effige carismatica che l’Africa aspettava da più di un secolo. È il pozzo umanitario di idee che l’Africa aspetterà fino al prossimo secolo. Militare, lettore insaziabile, animo umile dalle ambizioni stellari: è il primo presidente del Burkina Faso, Stato da lui ribattezzato come “terra degli uomini integri” e governato con empatica parsimonia dal 4 agosto 1983 al 15 ottobre 1987, giorno del suo “caino” assassinio.
Nelle sue vene sgorgava filosofia socialista, assorbita dallo studio di Marx, Che Guevara, Lenin, Jerry Lawlings e Nelson Mandela. Il movimento per la Democrazia e il Progresso che guidava con ardore conosceva bene i malanni dei quali l’Alto Volta era afflitto: imperialismo e neo-coloniasmo.

Sankara proveniva da una famiglia di quindici unità, con dodici fratelli, ammassati in un’abitazione disastrata e tremendamente austera. Condizione che ha deciso di non abbandonare fino alla morte, poiché convinto che per curare efficacemente i mali del proprio Paese bisognasse viverli sulla pelle.

Thomas Sankara

Il Burkina Faso, prima del suo colpo di Stato ai danni Jean-Baptiste Ouédraogo nel novembre 1982, era la nazione più povera del globo. Durante le quattro primavere del governo del presidente ribelle, i risultati sono stati miracolosi. I suoi discorsi intrisi di rabbiosa lealtà proposti all’ONU e all’Organizzazione dell’Unità Africana, tracciavano punti di non ritorno per la risoluzione di problematiche esistenziali come la desertificazione, l’AIDS e lo sviluppo industriale dei territori africani attraverso una gestione autonoma delle materie prime e della produzione.

Ci dicono di rimborsare il debito. Non è un problema morale. Rimborsare o non rimborsare non è un problema d’onore perché se noi pagheremo probabilmente moriremo, se noi non pagheremo loro non moriranno, statene certi. La disuguaglianza può essere sconfitta attraverso la definizione di una nuova società, in cui gli uomini e le donne potranno godere di pari diritti, derivanti da uno sconvolgimento dei mezzi di produzione in tutti i rapporti sociali.

Un panafricanismo che aveva come obiettivo la liberazione dal dominio economico-finanziario degli Stati Uniti e della Francia, che somministravano aiuti umanitari ad hoc, tenendo le redini del Continente forti di una formulazione esorbitante del debito pubblico, da pagare nell’arco di cinquant’anni. Potevano farlo servendosi di un meccanismo circolare: spingevano al potere un sovrano da loro controllato, attorniato da politici corrotti, che sperperava le riserve statali con incessante smania di potere, accettando di prostituire le ricche risorse naturali della terra materna in cambio di prestiti a tasso altissimo e aiutini umanitari per il sottoproletariato affamato (la maggioranza schiacciante).

Jean-Baptiste Ouédraogo

Le parole di Sankara fendevano i cuori e il cervello dei seguaci, mai la pancia. Era stanco di rappresentare lo sterco ad altissima resa del Terzo Mondo:

Parlo in nome delle madri che nei nostri Paesi impoveriti vedono i propri figli morire di malaria o di diarrea, senza sapere dei semplici mezzi che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo investire nei laboratori cosmetici o nella chirurgia plastica a beneficio del capriccio di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di assunzione calorica nei loro pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel.

Spalancò le porte ai diritti delle donne, stringeva nelle mani la sensibilità di tutti coloro che soffrivano di disabilità. Figlio perenne di un microcosmo rimasto per sempre fuori dalla sacca storica. Morto semplicemente: pochi dollari in banca, due chitarre, caterve di libri. Sparato ripetutamente da mani amiche: testimoni oculari disegnano come killer il volto di Blaise Compaorè, suo “fedele” collaboratore, spinto al colpo di Stato dalla CIA, dai servizi segreti francesi e dal presidente della Liberia, Charles Taylor.

Il sangue versato il 15 ottobre 1987 illumina il valore di un lavoro agro, senza sosta, speso contro tutto e tutti. Opera rintracciabile nei libri di storia che non hanno scritto la storia:

1) Porta alla vaccinazione 2.500.000 bambini, salvandoli dalla febbre gialla, dalla rosolia, dal tifo e dal morbillo;

2) Ogni villaggio dispone di posti di salute primaria per la cura gratuita dei civili;

3) Aumenta in maniera esponenziale il tasso di alfabetizzazione, con la convinzione pedagogica che l’educazione civica e la coscienza politica fosse la base di ogni buon cittadino;

4) Realizza ben 258 bacini d’acqua e, scava oltre 1.000 pozzi, il vero oro per l’Africa;

5) Costruisce negli anni 334 scuole, 284 dispensari-maternità, 78 farmacie, 25 magazzini di alimentazione, 3.000 alloggi per i senza dimora, campi sportivi in tutti i villaggi, strutture per la produzione di prodotti made in Burkina Faso;

6) Crea l’Unione delle donne del Burkina (UFB), l’Unione nazionale degli anziani del Burkina (UNAB), l’Unione dei contadini del Burkina (UPB) e i Comitati di difesa della rivoluzione (CDR), corroboranti laboratori culturali d’impegno sociale;

7) Istituisce programmi di trasporto pubblico con linee di autobus e ferrovie;

8) Combatte il taglio abusivo degli alberi, gli incendi e il bracconaggio;

9) Abbassa le tasse scolastiche da 10.000 a 4.000 franchi per la scuola primaria e da 85.000 a 45.000 per quella secondaria.

In che condizioni sarebbe oggi l’Africa se Thomas Sankara non fosse stato freddato dai macro-interessi internazionali e da una compartecipazione supina e corrotta di rivoluzionari della prima ora? Non è sbagliato pensare che un’Africa economicamente e politicamente libera – grazie alle enormi risorse naturali che possiede sulla carta – sarebbe diventata un Continente florido, maturo, in continua crescita sociale e industriale. Un’unione di intenti panafricana tra leader progressisti avrebbe generato sanguinosi conflitti, più efferati dei precedenti, con appannaggio nettamente occidentale, viste le possibilità belliche.

I padroni dell’Occidente sono colpevoli di altissimo sfruttamento: avrebbero potuto ascoltare Sankara, accendendo la dignità di un mondo mai inferiore, bensì in prigione da secoli.

È possibile che a causa degli interessi che minaccio, a causa di quelli che certi ambienti chiamano il mio cattivo esempio, con l’aiuto di altri dirigenti pronti a vendersi la rivoluzione, potrei essere ammazzato da un momento all’altro. Ma i semi che abbiamo seminato in Burkina e nel mondo sono qui. Nessuno potrà mai estirparli. Germoglieranno e daranno frutti. Se mi ammazzano arriveranno migliaia di nuovi Sankara!

Il Continente nero attende con ansia il nuovo Sankara: oggi è lontano, domani vicino, dopodomani presente, ma in trincea.