di Claudio Landi

“Vi daremo la caccia, manderemo offline i vostri siti, le email, esporremo i vostri dati. Voi sarete trattati come un virus e noi saremo la cura… Perché Internet ci appartiene”.

Non sono versetti del Corano bensì il grido di battaglia lanciato da Anonymus alle fila dell’ISIS per inaugurare l’ennesimo scontro cibernetico di civiltà teso ad annientare i contenuti segreti e non facenti riferimento ai miliziani e ai fiancheggiatori dello Stato Islamico. Anonymous, rivolgendosi ai “citizens of the world a nome di tutte le razze, etnie e religioni, ci tiene a specificare che i terroristi del famigerato ISIS non sono musulmani. Da qui una sterminata serie di target fatti fuori nella Blitzkrieg della “Legione” (sic!) telematica degli hacktivisti anonimi. Addirittura si è giunti ad individuare il presunto “capo della propaganda ISIS”, un ragazzo tunisino di Manouba che dovrebbe rispondere al nome di Majdi Mgaidia oltre che a un numero di telefono messo in evidenza nella scheda-trofeo fatta girare in rete assieme ad altri dati sensibili. Si evince, inoltre, che Anonymous avrebbe inoltrato tutte le informazioni ricevute all’Interpol. La “legione purificatrice” della rete non è certo nuova a operazioni coordinate del genere. In passato si è potuto assistere ad atti più o meno degni di cronaca, a conferma dell’evidente ruolo sociale svolto dagli hacktivisti, pronti a intervenire in caso di ingiustizie (vedi il Great Habbo Raid of’06), a protestare contro la setta Scientology in più occasioni, attaccare siti istituzionali di Israele (OpIsrael) fino a sostenere la campagna dell’ Iranian Green Party come per le primavere egiziana e tunisina.

D’altro lato lo Stato Islamico, seguendo la sua politica di propaganda molto attenta all’aspetto social e comunicativo in netto contrasto con l’approccio tradizionale targato Al-Qaida, è anch’esso noto per le molteplici operazioni strategiche attuate in rete. Il cosiddetto “Cyber Jihad” rappresenta la volontà politica, pare secondo il volere diretto del “califfo” Abu Bakr al Baghdadi, di estendere le operazioni terroristiche alla rete virtuale, non limitandole ad operazioni terrestri. Il “Cyber Caliphate”, con succursali allestite in Europa e Stati Uniti, a gennaio prese di mira il profilo twitter e il canale youtube dello United States Central Command (Centcom, il quartier generale della coalizione guidata dagli Usa che sta combattendo, con raid aerei e operazioni sul campo, l’Isis in Siria e in Iraq) violandolo con un post abbastanza chiaro che non si discosta molto dai toni del recente attacco Anonymous: “Mentre voi e i vostri satelliti uccidono i nostri fratelli in Siria, Iraq e Afghanistan abbiamo fatto irruzione nelle vostre reti e nei vostri dispositivi personali e sappiamo ogni cosa di voi”. Non è questa la sede per riportare con dovizia di particolari gli attacchi dell’una e dell’altra sponda nel corso delle loro spedizioni militari cibernetiche. Una pletora di giornali cartacei e telematici hanno avuto modo di trattare la questione nei giorni precedenti.

L’Intellettuale Dissidente è il megafono giusto per lanciare una riflessione seria mai di maniera: stando a quanto riportato in precedenza, quanto possiamo sentirci al riparo noi cittadini di un mondo sempre più piccolo, frammentato e fluido in cui operano “alla luce di internet” fronti cibernetici estremamente complessi, eterogenei, contraddittori e privi di una bussola che non sia, da un lato, un vago richiamo alla tutela dei diritti umani e, dall’altro, una nuova e poco credibile interpretazione dell’Islam? Senza dati certi sulle identità dei “generali” della rete, come dei “soldati semplici”, senza conoscerne l’architettura organizzativa e la bussola, senza dunque poter fornire una visione chiara di un fenomeno che è sempre più politico, i cittadini come le istituzioni tutte non possono che brancolare nel buio di una rete che assume sempre più le fattezze di un cane sciolto, mosso da “facili entusiasmi e ideologie alla moda”. La stessa limitata capacità di accesso alle modalità degli attacchi rende queste operazioni ancor più fuligginose. Non aiuta né incoraggia un sistema legislativo che arranca dietro le innovazioni nel sociale, che cura più che prevenire e che addirittura (emblematico il binomio Anonymous-Interpol citato in precedenza) si fa battere sul tempo dimostrando inadeguatezza e mancanza di riflessi.

I più potrebbero esultare alla notizia degli attacchi di Anonymous ai terroristi dell’ISIS, senza pensare che il potere di queste organizzazioni pende come la spada di Damocle sulle teste di ciascuno di noi e che da un momento all’altro potrebbe perdere il controllo con conseguenze inimmaginabili. All’alba di queste nuove guerre cibernetiche, sentirsi al riparo in un ambiente che per definizione non può essere tale risulta alquanto arduo, senza tutele certe a fronte del netto gap di conoscenze tecniche che intercorre tra la maggioranza degli utenti di internet e l’avanguardia cibernetica. Per non parlare degli analfabeti delle nuove tecnologie, totalmente tagliati fuori dai giochi costretti a veder dipendere da altri l’incolumità dei propri dati sensibili. Permettete un volo pindarico: se Kerouac, definendo la Beat Generation, parlava di un “gruppo di bambini all’angolo della strada che parlano della fine del mondo” credo nessuno di noi abbia intenzione assistervi, oggi, all’angolo della “rete”.