“Il sistema capitalista rappresenterebbe per natura sociale un ordine sociale conservatore, autoritario e patriarcale, basato sulla costante rimozione del desiderio e della seduzione, una rimozione imposta dalla disciplina del lavoro, della quale la Famiglia, la Chiesa e l’Esercito sarebbero gli agenti privilegiati” (ne Il vicolo cieco dell’economia). Con queste parole Jean Claude Michéa ha spiegato come l’industria culturale è riuscita ad imporre questo immaginario del presente nei milieu giovanili e ribellistici al fine di auto-conservarsi. La tesi del professore francese è valida per le società occidentali dove il capitalismo si è trasformato con il Sessantotto in un potere libertario, permissivo e anti-borghese, e meritano un confronto con l’attuale ordine sociale russo che differentemente all’Europa non ha subito stravolgimenti valoriali. Le recenti affermazioni di Kirill, Patriarca di Mosca e di tutte le Russie, ne sono la dimostrazione incontestabile: “niente produce nella società russa tante tensioni come i tentativi di imporre una scala di valori non tradizionali, tanto nella vita personale come in quella sociale, per mezzo dei media e della pubblicità che incita al consumismo ed al materialismo. Contro questa scala di valori e contro la corrotta ideologia occidentale sempre lotterà l’anima russa finché essa continuerà ad esistere”.

Questo è il motivo per il quale le elite mondializzate aspirano ad un Sessantotto anche in Russia e sembrano voler adottare gli stessi metodi e slogan. Tra questi il ribellismo di professione delle Pussy Riot (letteralmente, “Rivolta della f***”). Elevatesi a a simbolo “della libertà nel mondo” ma anche della “repressione del regime russo”, le “punk-rock incappucciate” sono diventate famose nel mondo occidentale dopo un’esibizione non autorizzata contro Vladimir Putin nella Cattedrale di Cristo Salvatore a Mosca (chiesa ortodossa che ha un grande valore simbolico poiché costruita nel 1812 dopo il ritiro dei soldati napoleonici dalla città), in cui recitavano preghiere politiche e blasfeme come “Putin è la merda del Signore” oppure “Madre di Dio diventa femminista”. Incarcerate per due anni in Russia con l’accusa di teppismo e istigazione all’odio religioso, appena liberate, le Pussy Riot, in particolare Maria Alyokhina e Nadezhda Tolokonnikova, sono prontamente tornate da chi le aveva mandate: in tour negli Stati Uniti hanno tenuto una lezione all’università di Harvard acclamate appunto da quei milieu giovanili drogati dall’industria culturale, gli studenti universitari.

Il ribellismo remunerativo delle Pussy Riot è stato denunciato più volte dal filosofo e attivista russo vicino al Cremlino, Alexandr Dugin, il quale ha definito il collettivo femminista “idiota utile di una guerra d’informazione che ha come scopo la destabilizzazione e il discredito del potere russo”. Secondo il teorico dell’Eurasia, l’odierna Russia rappresenta una forza rivoluzionaria e al tempo stesso conservatrice, che sul modello bizantino, fa convivere un’alleanza tra il potere spirituale (incarnato dalla Chiesa ortodossa) e quello temporale (la verticalità del potere che lega Vladimir Putin alla società civile). L’obiettivo delle Pussy Riot? Porre le basi per un Sessantotto russo e distruggere questa alleanza.