Nella corsa internazionale all’isolazionismo Italia e Regno Unito fanno a gara. E questo è un dato interessante, perché, paradossalmente, le avvicina. L’Italia manca di un preciso indirizzo geopolitico da almeno un ventennio e l’interesse recentemente ritrovato per il Mediterraneo (prima con il governo Gentiloni, quindi con l’attuale) non ha portato sinora a grandi guadagni in termini pratici. Il massimo sforzo ha condotto infatti al minimo risultato del ristabilimento delle relazioni diplomatiche con l’Egitto e poco altro, anzi: il recente ritrovamento dei missili Javelin francesi in un deposito del generale ribelle Haftar ha reso ancora una volta evidente quanto gli interessi italiani risultino disputati, in Africa. Allo stesso modo, sul continente, l’asse franco-tedesco, rinsaldato dal Trattato di Aquisgrana del gennaio scorso e dalle nomine per le alte cariche dell’Unione Europea di poche settimane fa, limita ulteriormente il peso internazionale di un Paese sempre più ripiegato sulle dinamiche della propria crisi interna per preoccuparsi di ciò che accade fuori dai propri confini. 

All’altro lato della Manica, il caos post-Brexit sta raggiungendo toni sempre più accesi e preoccupanti, nonostante la sicurezza ostentata dal neo-Premier, Boris Johnson, che ha indicato nel 31 ottobre la data ultima per l’addio all’Unione Europea da parte di Londra. Nella giornata di ieri, l’ex Segretario del Tesoro statunitense, Larry Summers, ha affermato di essere “scettico” riguardo alla possibilità di un accordo commerciale tra USA e Regno Unito, in quanto il secondo si troverebbe in una situazione “disperata”, troppo debole per negoziare. Fuori dall’UE e con interessi globali scarsamente convergenti con la visione invece “imperiale” di Washington, Londra si trova al centro di una crisi la cui soluzione è davvero difficile da prevedere. Situazione estremamente intricata per entrambe, insomma, ma in effetti i destini di Roma e Londra, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, hanno preso ad assomigliarsi parecchio. Entrambe penalizzate dal progressivo avvicinamento tra Parigi e Berlino, ma troppo distanti (non solo geograficamente) per trovare l’una nell’altra un solido alleato, hanno subìto in maniera particolarmente intensa la crisi economica degli anni Settanta; hanno poi tentennato insieme nel ’79 di fronte alla scelta se aderire o meno al nascente Sistema Monetario Europeo; ne sono uscite insieme nel ’92, sotto i colpi dell’attacco speculativo lanciato alle rispettive valute. Hanno, in buona sostanza, rappresentato per tutto quel tempo le voci “dissenzienti” all’interno del concerto comunitario, le due “grandi malate” d’Europa in cerca di una maggiore redistribuzione di ricchezza (e di potere) all’interno del continente. Oggi, per la prima volta nella loro Storia, Italia e Regno Unito si trovano praticamente obbligate a rivolgersi l’una all’altra. Semplicemente perché non hanno altra scelta. 

Per Londra una simile evenienza può essere utile sia per trattare con Washington da una posizione di maggior forza – o quantomeno di minore debolezza – sia per tentare di negoziare un accordo in extremis con Bruxelles, in un momento in cui l’Inghilterra “non ha un altro piano”, come affermato lunedì scorso da fonti UE. Per l’Italia, d’altra parte, i vantaggi risulterebbero da un possibile rafforzamento della propria posizione nel Mediterraneo (anche se il Regno Unito rimane il nostro storico e primario concorrente da che controlla ancora oggi Gibilterra, unico accesso occidentale al Mare Nostrum), e una copertura maggiore dagli Stati Uniti di Donald Trump (che per ora non ha garantito nessun vantaggio strategico, vedi la Libia) anche in vista di una possibile dissoluzione della moneta unica. Certo, un simile avvicinamento non potrebbe non scatenare attriti proprio con Parigi e Berlino, così come scatenare nuove voci su una possibile “Italexit”, già ciclicamente sollevate dal 2011 in poi, con conseguenti pericolose impennate dello spread e relativo indebolimento dei conti pubblici. D’altronde i rischi sono sempre presenti nelle relazioni internazionali, campo in cui regna un assoluto pragmatismo e in cui sono rari i casi in cui non è il più forte ad uscire vincitore. Eppure è stato proprio Von Clausewitz, uno dei padri della moderna geopolitica, a sostenere che esistono casi in cui “la maggior saggezza sta nel correre il maggior rischio”. E l’Italia potrebbe rientrare un questa nuova dinamica. Stiamo a vedere.