“La globalizzazione attraverso i diritti, non attraverso i mercati”. Eppure esiste, in un piccolo punto della terra, un luogo in cui il mercato nero soffoca ogni diritto dell’essere umano portando con sé quella che oggi può essere definita la tratta degli schiavi del XXI secolo. Questo luogo è Ceuta e i suoi schiavi sono donne, meglio conosciute come porteadoras.

Ceuta è situata nel Nord Africa, circondata dal Marocco. La città si affaccia sul mar Mediterraneo con lo sguardo rivolto allo stretto di Gibilterra. Un tempo fu conquista cartaginese, romana, visigota e araba, fin quando il Portogallo non ne prese il possesso e la consegnò nelle mani della Spagna. La Ciudad Autonóma de Ceuta, dunque, può essere considerata tutt’oggi colonia spagnola cogliendo di tale termine il suo lato negativo. Centro di turismo in cui le culture occidentali si mescolano ai profumi d’Oriente, tra le luci dei negozi e le spiagge, si cela dietro un falso formalismo burocratico, economico e militare, un volto oscuro.

Ceuta è separata dal Marocco da un sottile confine, chiamato frontiera del Tarajal II, costruito nel 2016 e atto a nascondere alla classe media il traffico di merci, gli abusi e i soprusi subiti dalle porteadoras e quindi di evitare che tale attività possa danneggiare l’immagine del paese, influendo negativamente sul turismo marocchino. Nel 2005 era stato aperto il passaggio di Biutz – adesso chiuso per via del nuovo Tarajal II – che collegava il poligono del Tarajal al Marocco. Conosciuto col nome di “gabbia”, questa struttura lunga circa un chilometro era utilizzata dalle porteadoras per trasportare le merci da un confine all’altro.

Giovani, anziane, vedove, madri provenienti da varie zone di frontiera del Marocco, percorrono a piedi o in auto – quest’ultima è una rarità – quasi 80 chilometri per raggiungere il valico dell’enclave, dove fanno il carico di merce per riportarla nel regno e rivenderla agli acquirenti, per ordine dei commercianti e l’autorizzazione governativa. La frontiera del Tarajal II consente ai negozianti europei di risparmiare sul trasporto di merci, che costerebbe cinque volte di più nella via legale. Per questo puntano sul sistema più economico, ovvero le donne. Se da una lato i negozianti europei ne ricavano interesse, le porteadoras ne pagano il prezzo più alto: guadagnano circa 20 euro al giorno, ma di questa cifra sono costrette a spenderne circa il 30% per pagare il trasporto fino alla frontiera, la mancia agli agenti di sicurezza per accedere ai magazzini e il noleggio del carrellino in cui mettere la merce, che nella maggior parte dei casi non è di proprietà della lavoratrice.

Fino a qualche tempo fa, la merce veniva caricata e trasportata sulle spalle: le porteadoras si facevano caricare anche fino a 90 chili per vendere più merce possibile. Questo tipo di trasporto è conforme alla legge marocchina, secondo la quale tutto ciò che la persona riesce a trasportare, indipendentemente dalla quantità, è considerato come un bagaglio a mano (López Sala, 2012). Adesso però le nuove norme obbligano l’uso del carrello contrassegnato da un ticket che le donne devono riconsegnare all’uscita, in tal modo non solo la quantità di merce viene ridotta, ma anche il guadagno.

Le donne-mulo lavorano dal lunedì al giovedì – il venerdì è il Yumu’ah, giorno sacro per i musulmani – dalle 6 alle 13. La maggior parte di loro non ha altro sostentamento per il mantenimento economico della famiglia. Alcune sono addirittura studentesse, che due volte a settimana si recano al poligono del Tarajal II insieme alle loro madri per dividere la fatica e mantenersi durante gli studi. Si tratta di donne senza diritti, considerate alla stregua di muli, che ogni giorno combattono contro abusi e sevizie degli agenti i quali, in cambio di passaggi di frontiera, chiedono alle più giovani prestazioni di ogni genere, mentre alle più anziane riservano maltrattamenti per poi rimandarle indietro.

Le porteadoras si dividono in due categorie: quelle che lavorano in proprio e quelle che lavorano su commissione. Prendendo in considerazione la sola commissione, questa varia in base al peso del collo – unità di imballaggio di uno o più articoli – e al valore della merce in relazione ai prezzi e ai cambiamenti di mercato. Il problema del lavoro su commissione è che spesso la merce viene sequestrata dalla polizia di entrambi i paesi e quindi le donne sono costrette a pagare la metà del valore lavorando gratuitamente fino al raggiungimento del valore della merce sequestrata.

Ma quali sono le peculiarità legislative che permettono questo sfruttamento dell’essere umano? La prima sicuramente è l’applicazione dell’Accordo di Schengen firmato il 14 luglio 1985 da Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi, che prevedeva l’eliminazione progressiva dei controlli alle frontiere interne, e quindi la libertà di circolazione di tutti i cittadini dei paesi firmatari, oltre a quelli che hanno aderito all’Unione Europea e a paesi terzi. In secondo luogo vi è l’assenza di dogane tra il Marocco e Ceuta, quest’ultima esclusa come parte dell’Unione Doganale Comunitaria.

Ma non sono solo donne. Anche gli uomini, i porteadores, sono stati costretti a ripiegare su questa attività per mantenere le famiglie. Alcuni giovanissimi, altri invalidi, addirittura ciechi che avevano chiesto aiuto al governo ricevendo in cambio silenzio. Davanti al passaggio del Tarajall II si consumano spesso discussioni, risse, ammassamenti per ottenere la merce migliore, una disperata corsa all’oro, una fiumana in piena che il più delle volte si rivela assassina. Molte infatti sono le donne che rimangono schiacciate dalla calca o dal peso delle merci caricate sulle spalle e di cui la folla non si cura, perché unica regola vigente è l’egoistica sopravvivenza.

Esiste inoltre una realtà molto simile a quella di Ceuta, e che coinvolge ancora una volta la Spagna. Parliamo di Melilla, situata a circa 400 chilometri da Ceuta. Melilla era un porto franco prima che la Spagna entrasse nell’Unione Europea. Il confine tra il Marocco e Melilla è qui chiamato El Barrio Chino, un recinto di filo spinato controllato da ufficiali della dogana per bloccare l’ingresso di migranti in Europa. Tuttavia anche qui si consuma il medesimo traffico di merci grazie alle sfruttate porteadoras che guadagnano fino a 10 euro al giorno, riuscendo a trasportare più volte le merci da un confine all’altro. Il guadagno delle donne, a Melilla come a Ceuta, è dimezzato a causa delle mazzette che sono costrette a pagare non solo alla polizia marocchina ma anche alla Guardia Civil.

A proposito del contrabbando di merce: se i controlli sul via vai delle donne e degli uomini vengono effettuati rigorosamente, manca invece il controllo dei pacchi che, essendo imballati, sono lasciati trasportare liberamente. Perciò le porteadoras non conoscendone il contenuto diventano l’elemento chiave per l’arricchimento dei trafficanti: quei pacchi contengono spesso, oltre a vestiario, elettronica e oggetti per la casa, anche armi, cellulari e alcol – vietato in Marocco.

Secondo la Camera di commercio americana, in Marocco vengono trasportate merci dal valore annuo di 1,4 miliardi di euro e il beneficiario principale è la Ciudad Autonóma de Melilla con un fatturato di circa 500 milioni all’anno. Traffico illegale di merci e di esseri umani, violazione della dignità e sfruttamento, è ciò che avviene sotto gli occhi indifferenti dei governi di Spagna e Marocco, se non dell’Europa tutta. Questi non voltano le spalle al loro popolo, ma ne traggono illeciti vantaggi, compiaciuti del rendimento ottenuto dalla fatica dei suoi uomini.

Gli occhi di queste donne sono perennemente rivolti alla terra, la loro schiena piegata dal peso del mondo concentrato su quei chili trascinati silenziosamente verso la loro unica speranza di sopravvivenza. Non esistono diritti, sono semplici corpi sfruttati dalla malvagità del profitto; non sono uomini, né possono definirsi donne. Questi sono i nuovi schiavi del mondo contemporaneo.

Se, per citare Kant, “la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti”, sorge spontanea una domanda: è davvero così cieco il mondo?