«La superiorità tecnologica dei nostri militari è sfidata come mai prima d’ora. Stiamo entrando in un’era in cui il dominio americano nei mari, nei cieli e nello spazio – per tacere il cyberspazio – non può essere dato per scontato». Nelle recenti parole di Chuck Hagel, ex segretario alla Difesa, troviamo raffigurate tutte le paure della superpotenza impegnata a muoversi su scala globale. Tra mille incertezze. «La cifra della geopolitica planetaria è ormai il disordine» ha notato, tra gli altri, Lucio Caracciolo. Non c’è solo l’estremismo islamico nei pensieri degli strateghi di Washington, anzi: «mentre noi spendevamo più di un decennio concentrati su sfinenti operazioni di stabilizzazione (Iraq e Afghanistan), paesi come Russia e Cina hanno investito pesantemente in programmi di modernizzazione per intaccare il nostro vantaggio tecnologico militare», ha sottolineato ancora Hagel. Pechino e Mosca come minacce principali al dominio globale.

Dal Pentagono arriva allora una nuova offset strategy, strategia di compensazione, per rilanciare il dominio a stelle e strisce e rimediare agli avventurismi del passato. La terza nella storia americana dopo quella imperniata sulle armi nucleari concepita da Eisenhower negli Cinquanta e quella guidata da Harold Brown e William Perry a metà anni Settanta. Perry riuscì a cavalcare le nascenti tecnologie dell’informazione (come Internet) sviluppando concetti operativi fondati sulla velocità e sulla capacità di colpire dalla distanza e in profondità. Così venne compensata (offset) la superiorità numerica del Patto di Varsavia in Europa, e il gigante comunista fu costretto a una rincorsa scientifica che risultò esiziale. Robert Tomes è uno dei più acuti analisti sul tema.

Questa volta il protagonista non è il complesso militare-industriale. I problemi di bilancio si sono fatti sentire anche oltreoceano. Le industrie di Difesa non innovano più come un tempo, e il Pentagono si adegua. «Evitare di investire su poche, sofisticatissime tecnologie, importando piuttosto l’esistente dal settore commerciale e adeguarlo alla macchina e alla dottrina bellica a stelle e strisce»: questa la nuova linea guida, riportata nell’analisi di Federico Petroni. E pensiamo solo all’utilizzo militare di Google maps. Il Long Range Research and Development Plan (bando pubblico per l’innovazione) e il Better Buying Power 3.0 (per favorire l’apertura del Pentagono al settore commerciale) sono gli strumenti ufficiali della strategia. Uomo di punta della Difesa è Bob Work, con un passato nei think tank Cnas e Csba, di cui si segnala il recente documento «Toward a new offset strategy: exploiting U.S. long term advantage to restore U.S. global power projection capability». Siamo alla “Third Offset Strategy”. Una nuova corsa agli armamenti potrebbe essere alle porte quindi, ispirata dalla volontà americana di rinnovare la propri superiorità tecnologica. Fondamentale per rimanere il “poliziotto globale” e fornire uno “scudo protettivo” al resto del mondo, come rivendicato con orgoglio da Kissinger.

Nonostante le recenti difficoltà, la Russia è riuscita a segnare diversi punti a proprio favore. Pensiamo in primis al superamento degli Stati Uniti per numero di testate nucleari installate su vettori strategici dislocati (sebbene simbolicamente di una sola unità: 1.643 contro 1.642) ottenuto pochi mesi fa. In più, Mosca si trova in primo piano in diverse organizzazioni regionali importanti quali Shanghai Cooperation Organization e Unione Economica Eurasiatica (da cui gli Usa sono esclusi) e si è avvicinata sensibilmente, sebbene costretta, alla Cina. Pechino a parole non si discosta dall’America, ma nei fatti espande la sua influenza e suscita apprensioni. L’Europa è ancora una volta il grande assente. Rimanere al passo dell’innovazione militare è durissimo. Ma già smettere di svolgere il ruolo di “utile idiota” (come in Ucraina) sarebbe un notevole passo avanti.