Nelle stanze dei bottoni di Stati Uniti ed Unione Europea c’è fermento per l’arrivo del 2024; un anno come tanti altri se non fosse che avranno luogo le future elezioni presidenziali russe e che l’attuale presidente Vladimir Putin non potrà più concorrere alla carica sulla base del limite dei mandati sancito dalla costituzione.

È vero che Putin, alla luce del suo contesto di provenienza e della sua più volte dimostrata astuzia, potrebbe probabilmente continuare a svolgere un ruolo chiave nel panorama politico attraverso i suoi “delfini”, come l’ex presidente e attuale primo ministro Dmitry Medvedev, ma il lungo cammino verso il mantenimento del sistema di potere creato nel post-Eltsin è imperversato di ostacoli ed incognite, e alcuni eventi sembrano suggerire che il 2024 potrebbe riservare molte sorprese.

Il regime sanzionatorio e la rinnovata pressione prodotta dalla corsa agli armamenti e dalla linea muscolarista euroamericana hanno portato l’economia russa allo stremo e impedito agli strateghi del Cremlino di realizzare l’agenda 2020 di Putin che avrebbe voluto emancipare il paese dalla dipendenza dalla tecnologia occidentale e dall’esportazione di risorse naturali e ridurre il divario in termini di sviluppo tra la Russia europea e asiatica.

In queste condizioni di dissesto economico e pressioni militari, Putin sta anche cercando di proteggere dei preziosi partner di fiducia anch’essi minacciati, custodi di interessi la cui salvaguardia è un imperativo per la sopravvivenza dell’agenda geopolitica russa, ossia Nicaragua, Venezuela e Siria.

L’Ucraina è perduta: Euromaidan ha segnato l’inizio di una nuova epoca, gli oligarchi e i politici hanno giurato fedeltà ad una nuova bandiera, la guerra nel Donbass non potrà essere supportata per sempre, e l’estensione del controllo sulla Crimea – propaganda a parte, è un risultato molto magro. Il vero successo sarebbe stato comprendere e ascoltare le istanze di cambiamento richieste dagli ucraini in maniera tale da evitare che potessero germogliare i semi di malcontento poi magistralmente sfruttati da Stati Uniti ed Unione Europea per portare a compimento l’ennesima rivoluzione colorata.

Le sanzioni hanno raggiunto l’obiettivo: alimentare il dissenso verso Putin, trasformandolo da un’icona di riscatto nazionale alla causa di tutti i problemi imperversanti nel paese. Dopo aver raggiunto un picco di consensi all’indomani dell’intervento in Siria e dell’annessione della Crimea, la popolarità di Putin, e del suo partito Russia Unita, è andata rapidamente scemando, sullo sfondo dell’apparire, o del consolidarsi, di tendenze percepite come preoccupanti per la stabilità dell’ordine post-eltsiniano.

Dal 2014 al 2019 l’approvazione dell’opinione pubblica verso le politiche di Putin è diminuita dal 87% al 63% secondo il prestigioso centro Levada. Si tratta di una percentuale ancora molto elevata, ma che si riduce in maniera costante da ormai cinque anni. La classe media sta scomparendo e gli strati popolari della società boicottano le elezioni, partecipano a manifestazioni di proteste come mai succedeva dai turbolenti anni ’90, e optano per destinare i suffragi a partiti alternativi, come palesato dai risultati delle ultime amministrative dove il vero protagonista è stato il Partito Comunista. La popolazione sembra ormai sempre più associare le difficoltà economiche, la corruzione e la tensione sociale montante a Putin, che dopo anni di successi ora sta pagando il prezzo di essere l’uomo forte del paese, colui che tutto può e, quindi, colui a cui tutto è imputabile, vittorie e sconfitte.

La società, inoltre, non è mai stata così polarizzata, sempre secondo gli scenari dipinti da Levada. Dal 2014 ad oggi è aumentata dal 14% al 44% la quota dei giovani russi fra i 15 e i 29 anni che vorrebbero espatriare, preferibilmente in Occidente, ritenendo il loro futuro minacciato dall’immobilità sociale, dalla corruzione e dall’illiberalismo. Aumenta anche la nostalgia verso il passato sovietico, in particolare verso l’epoca staliniana, non più largamente associato ad una condizione dittatoriale totalizzante, ma rimpianto dal 66% degli intervistati nel 2018 – un incremento vertiginoso se confrontato con il 49% del 2012.

Levada è spesso accusata di fornire risultati falsati e manipolare la realtà creando un falso consenso, ma sono i risultati delle ultime amministrative del 2018 a confermare ciò che da anni stanno catturando i sondaggi: crollo di Russia Unita, ascesa e vittoria di forze alternative. Ed è proprio leggendo le preferenze di voto dei russi che si può capire quanto Stati Uniti ed Unione Europea siano in errore nel pensare di liquidare le ambizioni neoimperiali di Putin dal 2024.

I suffragi persi da Russia Unita sono infatti andati in larga parte al Partito Comunista, il cui principale obiettivo è la restaurazione dell’Unione Sovietica, e al Partito Liberal Democratico, che nonostante il nome è ideologicamente ancorato su posizioni di estrema destra, entrambi accomunati da programmi intrisi di sciovinismo, confronto meno dialogante e più muscolare con il blocco euroamericano, e desiderio di porre fine all’esperienza democratica in favore di opzioni autoritarie.

Gennady Zyuganov, il carismatico leader del Partito Comunista, ad oggi il secondo partito più importante del paese

Entrambi i partiti hanno saputo sfruttare il dissenso verso Putin ed il sistema da lui creato, facendo ampio uso di una retorica basata sull’esaltazione del passato sia sovietico che zarista, sulla difesa dell’identità cristiana e slava del paese, che sarebbe minacciata sia dall’attivismo cinese in Siberia che dal recente arrivo nella Russia europea di decine di migliaia di lavoratori dell’Asia centrale e degli oblast a maggioranza islamica del Caucaso, la cui integrazione si sta mostrando molto complicata per via della proliferazione di enclavi etniche abitate da ceceni, daghestani, uzbeki e tajiki, presto divenute focolari di radicalizzazione, terrorismo, crimine organizzato e violenza.

Ad un anno dalla rielezione alla presidenza Putin sta affrontando la sfida più importante della sua carriera politica e ciò che la società percepisce come un focus eccessivo sulla politica estera, che è però obbligato, sta dando luogo ad una silenziosa rivoluzione dal basso che nei prossimi anni potrebbe portare l’Occidente a rimpiangere colui che è stato fino ad oggi ritenuto una delle principali minacce per il “mondo libero”, perché chi si sta candidando a sostituirlo ha compreso che Washington e Bruxelles vedono la volontà di dialogo come una debolezza e che è necessario trovare una soluzione drastica alla fine del neo-contenimento, perché c’è in gioco la sopravvivenza del paese.

Su quanto l’Occidente si stia sbagliando nel leggere gli eventi domestici russi c’è molto altro da dire, ad esempio confutando la falsa convinzione che l’attivista antiputiniano Alexey Navalny sia un moderato, ma questo e altri argomenti saranno approfonditi nella nuova puntata di Confini.