Fronteggiare l’ISIS non significa fronteggiare un’organizzazione terroristica che si muove tra quelle frange della società dimenticate dalle istituzioni, o comunque che in quelle istituzioni non si riconoscono proprio. L’ISIS non è Al-Qaeda.Si è di fronte ad una realtà semi-istituzionale, morfologicamente in continua formazione e assestamento, istituzionalmente prescritta all’interno del codice legislativo e amministrativo islamico. È addirittura in grado di recapitare un salario alle proprie milizie grazie agli ingenti introiti derivati dalla vendita di petrolio e dalla requisizione dei caveu di moltissime banche irachene. Si sbaglia a definire il fenomeno ISIS come una macchina a espansione rapida, un buco nero che attrae a sé qualsiasi “talib” (studente, ndr) uscito da una madrasa islamica. L’ISIS è una deformazione, un orrendo risultato provocato dalla guerra e dai vuoti di potere lasciati dalla stessa. Vuoti che avrebbero permesso quindi di acquisire porzioni di territorio iracheno e siriano, e che li starebbe indirizzando verso un nuovo obiettivo: il Regno Hashemita di Giordania.

La situazione giordana nella regione è sempre stata appesa a un filo: da un lato Israele che, con le continue guerre, provocava decine di migliaia di profughi che cercavano riparo nei campi profughi in Giordania; poco più sopra la Siria, anche qui milioni di profughi (1,5 milioni con la guerra in Siria) e dall’altro lato l’Iraq, da cui, a causa della guerra del 2004, sono fuggiti centinaia di migliaia di iracheni. Con una popolazione di profughi che supera ampiamente quella nazionale, non è difficile immaginare come le infiltrazioni estremiste in territorio giordano potrebbero fare da apripista per quella o quell’altra organizzazione terroristica. Per questo motivo, poco tempo dopo l’inizio della cosiddetta “guerra al terrore”, il re giordano Abdullah II, nel 2004, fu abile a far passare una serie riforme strutturali volte a aumentare la fiducia dei cittadini verso le istituzioni governative. Il cosiddetto ”Amman Message” (messaggio di Amman, ndr) aveva lo scopo di de-ideologizzare l’Islam. De-ideologizzare non nel senso di ripulire l’Islam dalle sue secolari tradizioni, ma di far passare un messaggio importante alla popolazione giordana: violenza e Islam non sono associabili tra di loro. I combattenti di nazionalità giordana nelle file dell’ISIS ammontano a circa 1800-2000 unità. Cifra che potrebbe far temere un ritorno in patria di questi miliziani ma, dati alla mano, il capo di stato maggiore dell’esercito giordano, Mohammed Al Zaban, afferma:”Stiamo cercando di combattere l’ideologia con l’ideologia, immunizzare i nostri soldati e la sicurezza intellettuale deve così divenire parte delle misure preventive per la sicurezza nazionale”.

La Giordania ricopre un ruolo di primaria importanza, quasi naturale, all’interno della coalizione internazionale anti-ISIS. Mettendo a disposizione la propria intel e le proprie conoscenze sul territorio, compresi i legami che intercorrono tra i vari villaggi disposti lungo il confine, è in grado di fornire dati precisi su spostamenti e avamposti alle aeronautiche alleate. Per la Giordania è di fondamentale importanza la sicurezza dei confini, la garanzia della propria sovranità e, per evitare eversioni islamiste, la presenza totale su tutte il territorio delle proprie istituzioni. Per ora, la ricetta sembra funzionare: l’ISIS ha provato ad infiltrarsi in Giordania con degli attacchi presso un villaggio di confine nel 2013, ma la propaganda islamista sembra non aver fatto presa sulla popolazione locale, estinguendosi quindi in modo spontaneo. La diplomazia cauta del Re Abdullah II, che ha sventato l’inferno della primavera araba e della proliferazione in Giordania della guerra siriana, sembra funzionare egregiamente. Con “fiducia” come parola d’ordine, la Giordania sembrerebbe trovarsi in una botte d’acciaio verso l’ISIS.