Proseguono incessanti le manifestazioni contro l’elezione di Donald Trump. Paradossalmente dove si sono registrati i maggiori scontri è proprio Portland, simbolo stesso del “progressismo democratico”. La città più popolosa dell’Oregon è infatti stata per anni dipinta come il paradiso di hippy, hipster, ecologisti, vegani e femministe. Il contrasto tra questa immagine pacifica e la violenza esplosa nell’ultima settimana è tanto più stridente se paragonata al ritratto buonista dipinto nella ironica serie Portlandia. I manifestanti hanno invaso le strade del centro sfogando la loro rabbia contro vetrine e auto. Settantuno persone, prevalentemente maschi bianchi under 25, sono state arrestate in seguito ai disordini di sabato pomeriggio. Ma, a dispetto di questa patina progressista, l’Oregon – nell’unione solo nel 1859 – fu fondato come “utopia bianca” e aveva nella propria Costituzione il divieto di residenza per le persone di colore. La vittoria di Trump pare abbia riportato a galla antiche tensioni, come per esempio nella capitale Salem, dove un gruppo di studenti ha sventolato la bandiera confederata invitando gli alunni ispanici ad andarsene. In realtà sono proprio i giovani i più coinvolti in questi giorni di rivolta contro il risultato elettorale, ma anche quelli che maggiormente hanno disertato le urne.

Immagini degli scontri fra polizia e partecipanti alle proteste anti-Trump a Portland

La contestazione, che infiamma altre grandi città americane, è condita dai soliti slogan pieni di retorica – da “not my president” a “love trumps hate” – e trova come fondamento il fatto che il candidato repubblicano non abbia vinto il voto popolare – 47,4% contro il 47,7% della Clinton -, ma questo è assolutamente indifferente nel sistema elettorale americano ed è già accaduto nel recente passato. La vittoria di Trump, a differenza di quella risicata del primo mandato di Bush Jr., però è stata schiacciante; tanto che l’avrebbe portato alla Casa Bianca anche alle elezioni di quattro anni fa. Il neo-presidente si è aggiudicato infatti non solo quattro su cinque dei cosiddetti “swing state” – Ohio, Florida, Nord Carolina e Arizona -, capaci da soli di spostare la maggioranza, ma ha strappato anche altri quattro stati tradizionalmente democratici come Iowa, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin; la cosiddetta “rust belt” (la fascia industriale più colpita dalle delocalizzazioni) ha scelto di voltare le spalle alla Clinton. Invece di riflettere sui motivi reali che hanno condotto il partito democratico a questa inattesa debacle, gli analisti e i manifestanti lanciano strali contro quei bianchi operai e della classe media con un livello d’istruzione inferiore, che a loro avviso hanno scelto il candidato anti-establishment. Si manifesta così anche oltre oceano il solito snobismo e la supposta superiorità morale che “progressisti” sfoderano ogni volta che escono sconfitti dalle urne.

L’apice della superiorità intellettualmoralista toccato in Rai che per chi se lo fosse dimenticato è ancora un servizio pubblico

Nessuna auto-critica, nessuna riflessione sul perché Trump abbia ricevuto il più alto numero di voti per un candidato repubblicano anche dai neri, tra gli ispanici e dalle minoranze religiose. Nessuno che si stracci le vesti per non essere andato a esercitare il diritto di voto – studenti in primis – e nemmeno il rammarico di avere lasciato la bellezza di sei milioni di voti al terzo candidato; più del triplo rispetto alle precedenti elezioni e in costante aumento. Dov’erano tutti questi manifestanti quando, grazie all’email-gate, era venuto a galla come le primarie democratiche fossero state truccate e di come i delegati avessero già deciso il proprio voto per impedire la vittoria di Sanders? Come al solito, gli illuminati “democratici progressisti” vorrebbero cancellare l’esito elettorale che non li soddisfa e sminuire il voto della maggioranza. Dietro le loro tastiere e i loro smartphone sottoscrivono la petizione su Change.org, chiedendo ai grandi elettori di non ratificare l’elezione del presidente eletto dalla stragrande maggioranza degli Stati federali. Inutile dire che ciò non è mai accaduto nella storia degli Stati Uniti e che, ragionando in tal modo, non comprenderanno mai le ragioni della loro sconfitta; nemmeno avendo un’istruzione “superiore”.