In una riunione dei membri della Coalizione, il Ministro degli Esteri britannico Philip Hammond, ha dichiarato che potrebbero volerci fino a due anni per scacciare l’Isis dall’Iraq; affermazione ribadita anche a Sky News: “Non sarà fatto in tre o sei mesi. Ci vorranno uno o due anni per spingere l’Isis fuori dall’Iraq, ma stiamo facendo ciò che è necessario per raggiungere lo scopo”. 1 L’incontro di giovedì, a cui ha partecipato anche il Primo Ministro iracheno Haider al-Abadi, aveva anche l’obiettivo di esaminare strategie mirate per intensificare la campagna anti-Isis in Siria e Iraq attraverso maggiori operazioni militari, blocchi ai fondi dei jihadisti e ai flussi di volontari provenienti dall’estero. In un’altra intervista alla BBC, Hammond ha poi lodato le forze armate irachene, spiegando che la Coalizione le sta aiutando a ricostituirsi affinchè possano sferrare un’offensiva di terra contro l’Isis; un progetto che richiederà mesi di lavoro.

Sulla questione è intervenuto anche il Premier britannico David Cameron che ha rassicurato al-Abadi sul fatto che i paesi della Coalizione faranno tutto il possibile per fermare il flusso di jihadisti che lasciano l’Europa per andare a combattere in Iraq. Cameron ha anche aggiunto che la minaccia di terrorismo che riguarda l’Iraq è presente anche in Gran Bretagna. Di per sé nulla di nuovo per quanto riguarda le tempistiche citate da Hammond; lo scorso settembre infatti era stata la stessa Casa Bianca a parlare di una strategia anti-Isis che si sarebbe protratta per diversi anni. Il Generale in pensione David Petreaus aveva inoltre aggiunto che i raid aerei da soli non sarebbero risultati sufficienti per sconfiggere l’Isis, ma che sarebbe servita un’operazione di terra, probabilmente affidata alle truppe irachene. 2

In poche parole i leader britannici enfatizzano che la guerra all’Isis sarà lunga, sarà prima necessario ricostituire e riorganizzare l’esercito iracheno e nel frattempo l’Europa farà il possibile per fermare le partenze di “foreign fighters” verso Siria e Iraq a rinforzare le file dell’Isis, visto che il problema terrorismo minaccia la Gran Bretagna così come l’Iraq. A questo punto è lecito sollevare alcuni dubbi al riguardo e per renderli più chiari possibile è il caso di scomporre il messaggio britannico, in primis sul fatto che la guerra sarà lunga e sul fatto che per sconfiggere l’Isis sarà necessario ricostituire l’esercito iracheno. E’ evidente che qualcosa non deve aver funzionato a dovere dal punto di vista del monitoraggio da parte delle intelligence occidentali ma anche di diversi paesi mediorientali se uno schieramento come quello dell’Isis, che è nato e si è sviluppato in pochi mesi, necessita oggi di due o tre anni per essere sconfitto. Uno schieramento nato prevalentemente dalle ceneri di “al-Qaeda Iraq” al quale si sono uniti molti fuoriusciti dalle varie milizie anti-Assad e nel quale sono poi confluiti molti volontari dai più disparati paesi musulmani e occidentali. A differenza di al-Qaeda, l’Isis ha una struttura meno rigida e gerarchica e al suo interno vige un principio di totale uguaglianza per quanto riguarda la provenienza, differenziandosi così dalla struttura qaedista, maggiormente strutturata, con una leadership rigorosamente di matrice araba e dove l’ingresso di occidentali non è gradito.

L’Isis è riuscito a costituirsi con una rapidità da primato, dotarsi di armi e mezzi di recente fabbricazione per poi assaltare quell’esercito iracheno che era stato formato e armato per anni proprio dagli Stati Uniti dopo la caduta di Saddam Hussein. Oggi i leader britannici raccontano che c’è bisogno di ricostituire (e ovviamente armare di nuovo) quell’esercito iracheno, addestrato dagli Usa, che non è stato in grado di far fronte all’Isis e che si è fatto anche rubare armamenti e mezzi dai jihadisti. Altro elemento curioso, l’attuale “Califfo” dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi, fu arrestato dai Marines e rinchiuso per diverso tempo a Camp Bucca, il più grande centro di detenzione statunitense su suolo iracheno, per poi essere rilasciato nel 2009. Il 16 maggio 2010, con un comunicato del Consiglio Consultivo, Abu Bakr al-Baghdadi fu nominato nuovo capo dello Stato Islamico di Iraq (futuro Isis), al posto di Abu Omar al-Baghdadi, ucciso il 18 aprile dello stesso anno dalle forze americane e irachene. Nel 2011 Abu Bakr al-Baghdadi diventò uno dei maggiori ricercati dal Dipartimento di Stato americano, con tanto di taglia da $10 milioni. Oggi al-Baghdadi è ancora in Iraq, a Mosul, è apparso in video, ma nessuno riesce a trovarlo, un po’ come è stato per lungo tempo con Usama Bin Laden, presumibilmente ucciso e gettato in mare per rispettare quelle usanze islamiche che non contemplano però tale rituale; oppure forse per evitare di mostrare il corpo devastato onde impressionare e provocare i suoi seguaci; procedura che non è però stata applicata per Saddam Hussein o Gheddafi.

I leader britannici hanno poi parlato della necessità di fermare il flusso di jihadisti che vanno a combattere nelle file dell’Isis in quanto Iraq e Gran Bretagna sono entrambi minacciati dal terrorismo islamico. Sorge lecito allora chiedersi per quale motivo la Gran Bretagna ha per diverso tempo ospitato personaggi come Abu Qatada, Abu Hamza, Muhammad Umar Bakri, per quale motivo continua a tollerare la presenza di Anjem Choudary, le ragioni per cui Londra è stata per anni base europea dei Fratelli Musulmani. Nel marzo 2014 David Cameron, in seguito a una serie di attentati terroristi in Egitto, aveva ordinato all’intelligence di aprire un’inchiesta sulla Fratellanza perché forse non si avevano sufficienti informazioni sulle attività dell’organizzazione, considerata terrorista a tutti gli effetti in Russia, Arabia Saudita, Egitto ed Emirati Arabi. Volendosi poi focalizzare prettamente sul fenomeno dei “foreign fighters”, è possibile che nessun intelligence occidentale si sia mai resa conto, dall’inizio del conflitto siriano, che era cominciato un vero e proprio esodo? Gli interessi di Europa e Iraq sui volontari della jihad potrebbero inoltre apparire in contrasto; l’Europa potrebbe avere infatti tutto l’interesse a far si che le teste calde e i disadattati, vere e proprie mine vaganti, partano per il Medio Oriente e diano sfogo in loco a tutta la loro aggressività; cinicamente parlando potrebbe anche essere una valida strategia, a patto che restino là e non tornino. Se tornano subentra però un problema visto che questi soggetti potrebbero poi mettere in pratica qui le tecniche apprese sul campo.

L’Iraq dal canto suo ha già abbastanza problemi con i jihadisti sunniti frutto di anni di attività di al-Qaeda Iraq con l’aggiunta di altri volontari dai paesi musulmani; l’ultima cosa di cui ha bisogno sono altri fanatici provenienti dall’Europa. Vi è poi la variabile Turchia, paese membro della Nato, in “coda” per entrare in Europa, ma il cui governo AKP, legato ai Fratelli Musulmani, è più volte stato messo in imbarazzo a causa di numerose spedizioni di armi destinate all’Isis (l’ultimo caso è proprio di mercoledì scorso), per non parlare degli ospedali in territorio turco dove vengono curati i jihadisti e per la pessima figura fatta durante l’assedio di Kobane, quando l’esercito turco ha cercato in tutti i modi di impedire l’arrivo dei rinforzi ai curdi mentre poco più in là i jihadisti varcavano tranquillamente il confine. Sarà un caso che Ankara non ha concesso le basi per i raid contro l’Isis?

1 http://english.alarabiya.net/en/News/middle-east/2015/01/22/Coalition-needs-two-years-to-expel-ISIS-from-Iraq-UK.html