Siamo forse arrivati alla seconda fase delle proteste in Ungheria, con un gesto dall’alto valore simbolico compiuto da chi di destabilizzazioni e rivoluzioni manovrate se ne intende. Gli Stati Uniti hanno infatti recentemente negato l’accesso di sei funzionari magiari nel Paese, giustificando questa mossa con l’accusa di corruzione pendente sulla testa dei sei: si è minimizzata la vicenda imputando la decisione a motivi personali e che non riguardano minimamente le relazioni (tesissime) tra Washington e Budapest, ma tant’è. E solo una talpa, o chi gioca ad esserla, potrebbe credere che questo sia vero e che quanto accaduto non abbia nulla a che fare con una superiore e più ampia sfera di questioni che toccano delicati equilibri geopolitici e rilevanti interessi economici.

Che non scorra buon sangue fra l’Ungheria di Orban e l’asse USA-UE, è cosa oramai nota e arcinota: dagli strilli mediatici che hanno accompagnato la riforma costituzionale operata a furor di popolo dal premier ungherese, passando per l’estromissione dal Paese operata dal Premier del FMI e delle sue famigerate ricette, per arrivare fino alla recente questione della tassazione sul traffico internet da mobile, ogni scusa sembra buona per criticare Budapest. Dalle colonne di questo giornale abbiamo già trattato le proteste per la tassa sul traffico dati, sviscerandone l’inutilità e l’assurdità – e per questo i legittimi dubbi che ci assalgono – in uno Stato con uno dei regimi fiscali più vantaggiosi in Europa e capace meglio di tanti altri di ridare lustro ad un popolo fiero ed orgoglioso quale è quello magiaro. Abbiamo anche evidenziato come le manifestazioni siano consistite, per ora, nel ritrovo di poche migliaia di persone ritrovatesi in piazza più per partito preso o per semplice disprezzo verso la classe dirigente ungherese; tuttavia, è stato d’obbligo accendervi i riflettori sopra, memori di quanto accaduto in altri contesti e con altre rivoluzioni, spesso originatesi da scarni assembramenti di persone e deflagrate poi al momento giusto con la solita litania delle “decisioni autoritarie” e della onnipresente “corruzione”, fantomatica o meno a seconda delle circostanze.

Ora, a venti giorni dall’inizio di queste proteste che paiono non conoscer tregua, appare troppo evidente come tutto questo si inserisca, come già detto, in giochi ben più importanti dei 2 o 3 euro al mese per il fruitore medio ungherese di internet da mobile. Ci si riallaccia alle grandi questioni che in questo periodo agitano e decidono le relazioni internazionali: l’Ucraina e la battaglia silenziosa (ma ben più grande) dell’approvvigionamento energetico per l’Europa, battaglie in cui l’Ungheria non è schierata secondo quanto auspicato a Bruxelles e Washington. Nell’intricata vicenda ucraina, Budapest è stata costretta ad applicare le sanzioni controvoglia poiché non era pensabile non aderirvi, da sola; tuttavia, Orban e i membri del suo governo non hanno mancato di esternare la loro perplessità su tale scelta, suscitando il fastidio negli osservatori d’oltreoceano nel vedere le prime crepe di questo muro assurdo e funzionale solamente ai loro interessi. L’Ucraina è a sua volta un tassello fondamentale del grande scontro geopolitico per il predominio su quella porzione di territorio eurasiatico su cui si giocheranno i destini continentali dei prossimi anni, e dove l’energia gioca ovviamente il ruolo preminente. E fu proprio a causa delle perduranti instabilità ed inaffidabilità ucraine che si decise, nello scorso decennio, di costruire i gasdotti North Stream (diretto verso la Germania e già funzionante) e South Stream, per garantire l’approvvigionamento del prezioso combustibile dalla Russia ad un’Europa assetata di energia a buon mercato e che ancora sopporta cosi energetici spaventosamente alti rispetto agli Stati Uniti. Con il prezzo del gas tre volte superiore a quello yankee e quello dell’energia elettrica il doppio, si deducono facilmente le ricadute sulla produzione industriale e, di conseguenza, il “miracolo economico” degli Stati Uniti di cui tanto si parla recentemente (oltre alla produzione dissennata e indiscriminata di biglietti verdi, bene ricordarlo, con il debito pubblico USA che ha superato i diciassette trilioni di dollari).

Ora, con l’Unione Europea che agita i diktat del Terzo Pacchetto per l’Energia – che impedirebbe, per regole di concorrenza, la simultanea proprietà dell’impianto e del combustibile che vi transita all’interno – con un tempismo straordinario in concomitanza della vicenda ucraina, e le pressioni americane per abbandonare il South Stream e con esso la Russia, rea, a sentir loro, di soffiare sul fuoco della vicenda ucraina, appare evidente quale sia il piano di Washington: spezzare i sempre più forti legami economici tra UE e Mosca, impedire l’accesso di più combustibile russo a buon mercato per provare a rifilarci – ovviamente ad un prezzo maggiore – quello prodotto nel Caucaso (ossia il TAP) o addirittura quello di casa loro (ma quando? e come? e a quale prezzo?) impedendoci di vincere la sfida energetica e di rimanere secondi nella produzione industriale (mentre le grandi realtà dell’industria pesante già si traferiscono oltreoceano) venendo a rifilarci, a quel punto, il famigerato TTIP come ancora di salvezza e con cui, invece, definitivamente manovrarci come marionette, più di quanto già accada ora.

Questo il piano in estrema sintesi, da cui si capisce come per portarlo a termine sia importante la compattezza di intenti e la sconvenienza di un personaggio come Orban, che agita le acque e fomenta l’orgoglio di non chinare il capo ad ogni sciocco dettame americano. Orban che ha recentemente dichiarato la volontà dell’Ungheria di iniziare i lavori per il suo tratto di South Stream nel 2015, parere favorevole dell’UE o meno, e che rischia di influenzare gli altri Paesi toccati dal progetto e ricattati dall’UE a schiacciare per il momento il tasto stand-by sulla questione. In un simile contesto, ogni scusa è buona per agitare le acque di uno Stato non compiacente. Anche e soprattutto quella di una tassa sciocca e di scarso impatto pratico ma dall’alto valore simbolico, come quella in questione.