La situazione libica, che sembrerebbe non avere più alcuna presa sul grande pubblico, pone un serio problema per la stabilità dell’area Nord Africana-Medio Orientale ed europea. La caduta di Gheddafi è stata favorita in maniera determinante dalle potenze straniere: da un lato, i bombardamenti NATO che hanno distrutto qualsiasi infrastruttura difensiva dell’esercito libico che, una volta avvenuta la transizione politica, avrebbe dovuto difendere le neo costituite istituzioni politico-economiche, nonché salvaguardare gli interessi strategici libici -soprattutto impianti petroliferi; dall’altro. I vari attori internazionali occidentali, si trovano dunque nell’impossibilità di allestire al meglio le risorse finanziarie e logistiche per riportare il Paese ad una situazione che si potesse quanto più avvicinare a quella pre-rivoluzionaria. E proprio l’ONU sarebbe la prima a stendere una coperta sulla Libia ignorandone i problemi. Guardando alle statistiche sembrerebbe che dal Palazzo di Vetro di New York siano intenzionati a inviare solamente 35 milioni di dollari. Nulla, considerando che il paese è in guerra da almeno 5 anni con 100 mila rifugiati, 200 mila sfollati e 330 mila cittadini che necessitano di assistenze basilari. Se si osservano i passati finanziamenti ONU traspare un trattamento iniquo, laddove la Repubblica Democratica del Congo, avrebbe percepito una cifra pari a 872 milioni di dollari dal 2003 al 2012, di cui il 19% finanziato dagli stessi Stati Uniti.

Se le potenze occidentali propongono l’addestramento di 15.000 uomini per prevenire instabilità politica e militare, la Mogherini propone di “anteporre” l’interesse nazionale sopra a quello tribale. Ricordiamo alla Mogherini, che la società libica ha una natura fortemente eterogene, ciò significa che ogni pezzo di deserto è controllato da un clan o da un’etnia diversa, rendendo de facto impossibile qualsiasi piano di unità nazionale pilotato dal di fuori. Oltre a questo, Bruxelles sta progettando un embargo economico e il congelamento dei beni libici all’estero, in modo da interrompere l’afflusso monetario verso i gruppi insurrezionali. Una mossa giudicata totalmente inefficace, considerando che, per quanto riguarda la più grande fonte d’introiti libica -l’attività di estrazione petrolifera- gli ex partner commerciali avrebbero trovato altri rivenditori, facendo crollare le esportazioni di barili da 1,8 milioni nel 2009, a 900.000 nel 2014, fino agli odierni 200.000 barili al giorno. In questo momento, la Libia si presenta spaccata in due: da un lato abbiamo i governativi, ovvero coloro che hanno ricevuto la benedizione occidentale per esercitare la sovranità politica, militare ed economica; dall’altro abbiamo le bande islamiste che cercano di catturare Tripoli e di governare la Libia secondo i precetti del Corano. Il primo ministro è al momento Abdullah Al-Thani, tuttavia il governo non possiede le necessarie risorse militari per scontrarsi con i nemici interni libici che minacciano continuamente le istituzioni. Questo ha reso necessaria un’alleanza di convenienza con il generale Khalifa Haftar, unico in grado di riaccorpare le sbandate unità dell’esercito libico. Le milizie fedeli ad Haftar sono state quindi incorporate ufficialmente nell’esercito libico, portando il generale ad assumerne il controllo totale attraverso i suoi ufficiali. Sul lungo periodo appare scontato che il generale Haftar potrebbe sfruttare questa occasione per prendere il potere ricordando, come nel maggio 2014, lanciando l’operazione Dignity, sferrò un attacco su Tripoli con l’intenzione di combattere le milizie islamiche, ma di fatto concludendo l’offensiva attaccando il parlamento libico.

Convivenza dicevamo, perché se da un lato Haftar, che alcune indiscrezioni assocerebbero alla Central Intelligence Agency, potrebbe rappresentare un rischio futuro per la stabilità politica, dall’altro abbiamo la seria minaccia da parte delle milizie di Fajr Libyia. Queste ultime sono formate dai battaglioni islamici provenienti dai paesi circostanti. Il perché affluiscono in Libia è semplice: la Libia ha più probabilità di cadere in quanto l’Occidente non sembrerebbe intenzionato a sforzarsi seriamente sulla questione e soprattutto perché Libia costituisce una miniera d’oro per affari illeciti tra i quali: commercio illegale di petrolio tramite il mercato nero e la tratta dei migranti, che grazie all’operazione Mare Nostrum porta ad altissimi ricavi al minor sforzo. Fajr Libyia costituisce un vero e proprio movimento politico con una propria agenda politica, in cui tra i punti principali troviamo: il ristabilimento del General National Congress, il rafforzamento dell’Islam politico nella regione e la difesa dei movimenti islamisti a est del paese. È proprio a causa di quest’ultimo punto che avrebbero lanciato una grossa offensiva contro Tripoli, durante la scorsa estate, de facto acquisendone un controllo parziale.

Il 16 gennaio, Fajr Libyia, decide di aprire un tavolo delle trattative, dichiarando che avrebbe sospeso le ostilità solo se l’esercito regolare libico avesse fatto lo stesso. Questa decisione non porta ad un nulla di fatto e breve distanza, il 17 gennaio, una bomba esplode davanti l’ambasciata algerina a Tripoli. Nota stridente per quanti sostenessero che, a parte qualche rinsacca nel deserto, la situazione nelle maggiori città libiche stesse tornando lentamente alla normalità. Haftar e alleati non avrebbero quindi alcuna intenzione di sedersi al tavolo delle trattative con i miliziani di Fajr Libyia, accusati di voler trasformare il paese in un hub jihadista. Questa è la tesi sostenuta anche dal primo ministro Al-Thaniil quale, appellandosi all’aiuto estero, denuncia che le maggiori città -Bengasi e Misurata- siano detenute dalle milizie islamiche originarie e non dalla Libia (AQIM e ISIS). E che in futuro, prendendo il potere nel paese, potrebbero rappresentare una minaccia consistente per l’Europa e i suoi interessi. La balcanizzazione libica, avvenuta alla morte del colonnello Gheddafi, ha creato uno stato di anarchia puro: non solo miliziani ma anche traffici illeciti ora attraversano, dalla Libia, il Mediterraneo arrivando fino in Europa. Dimostrando ancora una volta come l’Europa, raccattando disperati da fatiscenti imbarcazioni in mezzo al mare, sembrerebbe non avere alcuna autorità in questo campo, non riuscendo a trovare né risposte efficaci né tantomeno a mettere d’accordo i propri membri sulla giusta direzione da prendere per tamponare l’emorragia libica.