La visita lampo del segretario di Stato americano, John Kerry, la scorsa settimana in Bulgaria non è passata di certo inosservata. Un soggiorno rapido ma non casuale, che rientra in quello che ormai è diventato il gioco delle parti nella guerra fredda 2.0 tra Russia e Stati Uniti. Una “guerra” senza esclusione di colpi ma che ha nella questione energetica uno dei suoi principali terreni di scontro. Ed è proprio questo il motivo che ha spinto Kerry ad inoltrarsi fin laggiù, in quello che è l’ultimo avamposto della NATO e dell’Unione Europea ad est. Una visita che arriva in seguito alla decisione di Mosca di escludere Sofia dal suo storico ruolo di porta d’Europa per il gas russo, preferendogli la Turchia, e dopo la decisione, considerata irrevocabile dal Cremlino, di porre fine al faraonico progetto del South Stream che avrebbe dovuto avere proprio nella Bulgaria uno dei paesi centrali. Un brutto colpo, quindi, per il neogoverno filo-occidentale di Boiko Borisov che importa gas dalla Federazione russa per l’85% e combustibile nucleare per il 100%, una dipendenza abbastanza marcata, che ha portato il segretario Kerry ad annunciare che presto gli Stati Uniti invieranno esperti nel settore per studiare soluzioni alternative. Al varo ci sarebbero diverse opportunità, come quella di costruire un gasdotto che colleghi Sofia direttamente alle metaniere greche o di realizzare nuove centrali nucleari di ultima generazione. Il tutto, ovviamente, appaltato a compagnie americane.

Una mossa, quella americana, del tutto in linea con la strategia del bastone e della carota, messa in atto da Washington dopo lo scoppio della crisi ucraina, per contenere e destabilizzare la Russia con le sanzioni e per portare dalla sua alcuni riluttanti alleati, come la Bulgaria, storicamente affini a Mosca e per decenni sotto la sua sfera d’influenza. Ma anche un segnale verso alcuni importanti paesi europei, in primis Francia e Italia, che, duramente colpiti dagli effetti delle controsanzioni del Cremlino, hanno proposto una revisione delle sanzioni contro la Russia. Sganciare la Bulgaria dal gas russo, oltre a comportare dei notevoli vantaggi economici per l’export del settore americano e per le sue corporations, ha delle ovvie conseguenze geopolitiche. Isolare la Russia è il nuovo mantra degli Stati Uniti in Europa, e il mezzo più semplice per riuscirci è proprio agire sul settore maggiormente redditizio per l’avversario, quello dell’energia. L’obiettivo è sostenere economicamente e politicamente nuovi gasdotti in tutta l’area balcanica ed est europea come in Romania, Serbia, Croazia, Bulgaria e paesi baltici.

La Russia, dal canto suo, attende, consapevole di avere il “coltello dalla parte del manico” e che, per portare a termine questi progetti alternativi, ci vorranno anni e nel frattempo potrebbero cambiare molte cose. Tra i due litiganti il terzo gode, recita il famoso proverbio, anche se in questa storia del gas il terzo, ossia l’Europa, è l’unica a rimetterci sul serio. La Commissione europea infatti, rifiutando il progetto rivoluzionario del South Stream, ha fatto perdere all’Unione notevoli vantaggi. Il rifiuto di Bruxelles, tra l’altro, non è stato dettato da ragioni di opportunità o convenienza economica, ma semplicemente dai non disinteressati consigli d’oltreoceano. La guerra fredda del gas è quindi solo agli inizi, anche se l’apparente partita a tre si risolve in realtà in un confronto a due, dal momento che sul terzo, l’UE, complici i suoi errori, gravano solo oneri politico-economici.