L’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca sarà ricordata dai posteri come un momento spartiacque nella storia degli Stati Uniti, e non soltanto per il ritorno al clima di paura rossa maccartista e la sempre più profonda divisione ideologica della società. La vittoria di Trump è innanzitutto il trionfo dei neoconservatori, degli eccezionalisti guidati dall’idea del manifesto destino e che si debba lottare per un nuovo secolo americano, evitando la transizione verso il multipolarismo, e della destra religiosa rappresentata da sionisti cristiani e fondamentalisti evangelici, legati dalla comune convinzione che l’America sia la Nuova Gerusalemme e gli statunitensi un nuovo popolo eletto, avente il dovere (anche morale) di ergersi a poliziotto del mondo.

Le teorie sul presunto declino dell’impero americano continuano a riscuotere una certa popolarità, ma la realtà è che l’ordine mondiale non è mai stato così americano-centrico come oggi – e ciò non è avvenuto soltanto attraverso guerre e rivoluzioni colorate che dagli anni ’90 ad oggi hanno permesso agli Stati Uniti di estendere la propria sfera d’influenza dal mondo ex sovietico a quello arabo-islamico. Silenziosamente, per decenni, gli Stati Uniti hanno finanziato l’espansione di chiese evangeliche in tutti i continenti, ottenendo risultati eccelsi soprattutto in America Latina, Africa subsahariana e Cina, come parte di una lungimirante strategia geo-religiosa che mira al ridisegnamento di intere società attraverso l’inculcamento di valori favorevoli agli interessi statunitensi e israeliani.

Il caso latinoamericano è il più emblematico. Già ai tempi della conferenza di Montevideo, nel lontano 1933, Franklin Delano Roosevelt pensava che “l’assorbimento dell’America Latina sarà sempre difficile finché vi domina il cattolicesimo”, e la storia gli ha dato ragione. La religione si è dimostrata un’arma di conquista più intelligente e insidiosa delle bombe e il vicinato latinoamericano è, oggi, meno ostile che mai, perché protestantizzato. Secondo il PewResearch Center, dal 1969 al 2014 la percentuale di cattolici latinoamericani è scesa dal 92% al 69%, mentre quella degli evangelici è aumentata dal 4% al 19%. In alcuni paesi, come Nicaragua, Guatemala, Honduras, il cattolicesimo non è più la religione nazionale maggioritaria e in altri, come il Brasile, è solo questione di tempo prima che ciò avvenga.

Gli effetti di tale rivoluzione religiosa sono profondi e visibili: sono stati eletti i primi presidenti di fede evangelica, come Jimmy Morales in Guatemala, si è ridotto significativamente il fascino esercitato da posizioni politiche di sinistra e anti-imperialiste, sono cresciuti ovunque atteggiamenti anticattolici e antipapisti – sfociati in atti di vandalismo, profanazioni e violenze – e sono aumentate l’identificazione e la simpatia verso Stati Uniti e Israele.

Ed è proprio quest’ultimo il punto più meritevole di attenzione, perché permette di constatare quanto l’espansione dell’evangelicalismo sia stata funzionale all’agenda estera americano-israeliana, e le ragioni sono lapalissiane. All’indomani dell’annuncio dell’amministrazione Trump sul riconoscimento di Gerusalemme quale capitale unica e indivisibile di Israele, con conseguente spostamento dell’ambasciata da Tel Aviv, i primi paesi a seguire Washington stati proprio quelli in cui l’elettorato e i politici evangelici giocano ormai un ruolo fondamentale, ossia Guatemala e Honduras, a cui si è poi aggiunto il Brasile, dopo l’elezione di Jair Bolsonaro.

Jair Bolsonaro e Benjamin Netanyahu

È emblematico anche che l’Organizzazione della Cooperazione Islamica si sia limitata a una protesta verbale, e che le posizioni oltranziste di Turchia e Malesia siano state sepolte sotto la diffidenza del blocco nordafricano e delle petromonarchie del golfo. Una non-reazione che spiega un’altra rivoluzione in corso: l’apertura ormai avvenuta del mondo islamico verso Israele, le cui ottime relazioni bilaterali con le potenze islamiche che contano, come Marocco, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Oman, ormai non sono più un segreto e motivo di scandalo per le élite al potere.

Anche nel caso del mondo islamico, un ruolo di primo piano è svolto dai gruppi di pressione di natura evangelica e giudeo-messanica, ossia di ebrei che credono nella divinità di Gesù e seguono sia le tradizioni ebraiche che gli insegnamenti neotestamentari, a riprova della continua importanza del sacro nelle relazioni internazionali. Una notizia praticamente passata sotto silenzio mediatico, ma di valore storico, è infatti l’incontro a porte chiuse avvenuto a novembre scorso a Riyadh tra il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman e una delegazione di evangelici e sionisti cristiani proveniente da Washington, guidata dal lobbista Joel Rosenberg e dalla repubblicana Michele Bachmann. Una replica dell’incontro, con gli stessi attori, è anche avvenuta quest’anno in occasione della ricorrenza degli attentati dell’11 settembre.

Gli ideologi dell’evangelicalismo yankee hanno una visione del mondo molto particolare, che mescola elementi di escatologia vetero e neotestamentaria, messianismo, millenarismo e fatalismo apocalittico, identitarismo di destra, atlantismo, e la difesa di Israele gioca un ruolo vitale nel perseguimento dei loro fini – che sono più biblici che politici.

In Brasile, dove la potente Chiesa Universale del Regno di Dio del magnate Edir Macedo, il cui sogno è l’instaurazione nel paese di una teocrazia basata sui dettami biblici e ha edificato una replica gigantesca del Tempio di Salomone a San Paolo, il blocco evangelico ha mostrato tutta la sua influenza nel determinare l’impeachment contro Dilma Rousseff, e Bolsonaro palesa quotidianamente il favore dovuto all’elettorato protestante, tra comizi in megachiese e visite in Israele.

Edir Macedo

La lobby evangelica, con sede a Washington, è da alcuni anni la prima singola fonte di donazioni per il ritorno degli ebrei nella Terra Promessa. Dal 2014 ad oggi, l’International Fellowship of Christians and Jews (IFCJ) ha speso quasi 20 milioni di dollari per tale proposito, a cui sono da sommare i 188 milioni di dollari devoluti all’Agenzia Ebraica nel periodo 1994-2014. Secondo i dati forniti dalla stessa IFCS, dei più di 28mila ebrei trasferitisi in Israele nel 2017, almeno 8500 hanno coronato il loro sogno grazie al capitale provveduto dagli evangelici.

Si tratta di cifre impressionanti, che esulano dalle logiche della politica. Gli evangelici, allo stesso modo dei sionisti religiosi, sognano la ricostruzione di Grande Israele e la venuta del Messia, interpretando la realtà delle relazioni internazionali attraverso una lettura biblica, da fine dei tempi. In tale contesto si inquadrano le dichiarazioni di chi vedrebbe Trump un inviato divino, la retorica messianica che ha caratterizzato l’inaugurazione dell’ambasciata statunitense a Gerusalemme, la controversia di Mike Pompeo e del Terzo Tempio, e i richiami millenaristi che contraddistinguono sia i politici evangelici che della destra nazionalista israeliana.

Per capire meglio la profondità di tale legame, dell’alleanza tra croce e kippah che sta ridisegnando le relazioni internazionali, oltre che guardare ai numeri è ancora più utile leggere alcuni passi del discorso del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu tenuto in occasione dell’insediamento alla presidenza del Brasile di Jair Bolsonaro:

Noi [israeliani] non abbiamo amici migliori al mondo della comunità evangelica, e la comunità evangelica non ha un amico migliore nel mondo dello stato di Israele […] Sapete che il primo nome del presidente Bolsonaro in ebraico è Yair, che è anche il nome di nostro figlio, ma Yair significa qualcosa in ebraico: colui che porta luce. E io credo che oggi abbiamo un’opportunità insieme di portare un po’ di luce al popolo del Brasile e al popolo di Israele. Questa è un’alleanza di fratelli.

Questo argomento e altri ancora, fra cui l’influenza giocata dall’asse neocon-sionisti nella scrittura dell’agenda estera dell’amministrazione Bush Jr, sarà approfondito nella nuova puntata di Confini.