Sul finire degli anni Novanta, Achmad Kadyrov, Gran Muftì della Repubblica cecena di Ichkeria (nome turco con il quale si identificava l’area nei secoli passati), leader indipendentista durante il primo conflitto ceceno e padre di Ramzan Kadyrov, fu il primo ad intuire la perniciosa influenza che il wahhabismo, dottrina anti-tradizionale ed a-culturale dell’Islam largamente diffusa tra i militanti separatisti ed i mercenari loro alleati, stava esercitando sulla cultura tradizionale cecena pervertendola radicalmente. Forte della sua convinzione, Achmad Kadyrov rifiutò categoricamente l’imposizione di un governo islamico in Cecenia favorendo, allo stesso tempo, un approccio più conciliante con Mosca. Achmad Kadyrov nel 2004 pagò con la vita tale presa di posizione. Infatti, morì a seguito di un attentato dinamitardo (organizzato dal leader islamista Samil Basaev) nello stadio Sultan Blimkhanov di Groznyj all’interno del quale si teneva una parata per festeggiare la Giornata della Vittoria.

L’attentato a Grozny nel Giorno della Vittoria del 2004: dai canti della festa all’esplosione improvvisa in cui rimase ucciso Achmad Kadyrov

Molti militanti separatisti, nonostante l’area sia storicamente sempre stata ostile alla dominazione russa (molti ceceni vennero inquadrati nelle file delle Waffen SS durante la Seconda Guerra Mondiale, e per questo motivo al termine del conflitto vennero in larga parte deportati in altre aree dell’URSS), hanno seguito l’esempio di Achmad Kadyrov, ed una volta compreso che la guerra si stava trasformando da lotta anche ideologica per l’indipendenza nazionale ad un business basato sull’uccidere persone per denaro e destabilizzare l’intero Caucaso in nome di interessi stranieri, hanno preferito arrendersi alle forze federali in cambio dell’amnistia. L’elezione di Ramzan Kadyrov a Presidente della Cecenia con il bene placito di Mosca, a soli tre anni dalla morte del padre, ha segnato una data fondamentale nella storia recente di quella che ad oggi è una Repubblica autonoma all’interno della Federazione russa.

La seppur ancora precaria stabilizzazione dell’area ha contribuito in modo decisivo alla ripresa economica: Groznyj è stata completamente ricostruita e la piccola Repubblica autonoma del Caucaso settentrionale sta conoscendo uno sviluppo turistico impensabile solo qualche anno fa.  La Cecenia, tuttavia, rimane una delle aree più depresse dell’intera Federazione russa. Una situazione ulteriormente aggravata da anni di conflitto armato mai del tutto sopito.

Non si può dimenticare che solo nel 2007 il leader islamista Dokku Umarov proclamò, sulle spoglie della Repubblica di Ichkeria, la creazione dell’Emirato del Caucaso: entità terroristica affiliata ad al-Qaeda e resasi colpevole di diverse azioni brutali come gli attentati alla metropolitana di Mosca nel 2010 e all’aeroporto Domodedovo nel 2011. Dokku Umarov è stato ucciso nel 2013 a seguito di un raid delle forze speciali russe. Da quel momento il presunto Emirato ha conosciuto una parabola discendente fino alla creazione nel 2015 della Wilayah al-Qawqaz: il governatorato caucasico dello Stato Islamico il cui leader Rustam Asildarov è stato a sua volta eliminato nel dicembre 2016. La propaganda dell’IS nel Caucaso, il cui punto di forza è la rivista in lingua russa Istok (una variante di Dabiq), ha riscosso un discreto successo se si considera che nel solo 2015 cinquecento guerriglieri si sono recati in Siria da questa regione più altri duecento dalla Cecenia e dalla valle del Pankisi in Georgia. A ciò si aggiunge il fatto che in Occidente si continua a considerare simili elementi non alla stregua di semplici terroristi ma come militanti e oppositori di quello che viene presentato come un regime brutale e tirannico.

Mosca, gennaio 2011: l’aeroporto Domodevo è sconvolto da un attacco compiuto da un commando ceceno

Tuttavia, la colpa principale di Ramzan Kadyrov, ai loro occhi, rimane quella di aver ingaggiato, anche attraverso il supporto del gruppo paramilitare noto col nome kadyrovtsi, una lotta senza quartiere al wahhabismo ed al fanatismo anti-tradizionale islamista rappresentato dalle milizie gihadiste (l’arma con la quale ancora si spera di destabilizzare le regioni periferiche della Federazione russa). Tale lotta, al di fuori della mera dimensione di brutale scontro militare, ha assunto i contorni di una battaglia metafisica per l’anima della Cecenia attraverso la riscoperta delle sue radici religiose e tradizionali. E questa battaglia, basata sulla demonizzazione del nemico ed il rifiuto di ogni soluzione diversa dal suo totale annichilimento, viene percepita nei termini escatologici di vera e propria lotta tra il bene ed il male. In questo contesto si deve leggere l’impegno, sostenuto da Ramzan Kadyrov, volto alla ridefinizione e riappropriazione della propria identità da parte della comunità islamica sunnita. Un’identità che è stata rubata dalla setta eterodossa wahhabita che occupa i luoghi sacri dell’Islam, considerata estranea allo stesso sunnismo a seguito della Dichiarazione di Groznyj del 2016 da parte di oltre duecento importanti autorità religiose islamiche tra cui i muftì del Cairo e di Damasco.

Alcune considerazioni di carattere teologico sulla percezione del wahhabismo come nemico mortale dell’Islam tradizionale si rendono a questo punto necessarie. È riportato nella Sunna profetica che Shaytan prese la forma di un vecchio uomo del Najd nel momento in cui i Quraysh (l’aristocrazia tribale meccana) decidevano sulla sorte da riservare al Profeta Muhammad, suggerendo loro di ucciderlo. Non è un caso che Muhammad Ibn Abd al-Wahhab, fondatore ideologico del wahhabismo nel XVIII secolo, fosse noto come “il vecchio del Najd”. Lo studioso di escatologia islamica Youssef Hindi ha inoltre fatto notare diverse similitudini tra wahhabismo ed il movimento messianico giudaico del sabbatianismo. Nathan di Gaza, ispiratore del presunto messia Sabbatay Zevi, scrisse a suo tempo dei falsi rapporti inviati a diverse comunità ebraiche europee nei quali si descriveva con dovizia di particolari l’azione di un fantomatico esercito che, partendo dal deserto del Najd, avrebbe conquistato Mecca e Medina e distrutto le tombe dei compagni del Profeta e della sua famiglia: esattamente ciò che fecero i wahhabiti con il loro portato ideologico anti-tradizionale ed a-culturale una volta raggiunto il potere.

Il Caucaso settentrionale è una terra in cui il misticismo sufi basato, come affermava Renè Guenon, sul sincretismo culturale tra il concetto ellenico di sophos (saggezza) e su quello islamico di safa (purezza), ha costituito per secoli il collante religioso fra quelle diverse etnie che i russi, nel momento dell’espansione zarista nell’area, tendevano a definire in modo collettivo come gorcy (montanari). Ora, le confraternite islamiche ispirate dal sufismo (tariqa) si basano sulla sottomissione del murid (colui che chiede – il seguace) ad un murshid o naib (maestro o shaykh). Le più diffuse nell’area sono la Qadiriyya (che nasce col mistico Abdalqadir Jilani, discendente del nipote del Profeta Hasan) e la confraternita Naqshabandi; l’unica tariqa a vantare una discendenza diretta da Abu Bakr as-Siddiq (l’unico vero Khalifatu Rasulu – Llah, ovvero vicario del Profeta di Dio) e che annovera all’interno della sua “catena d’oro” dei quaranta maestri personalità del calibro di Salman al-Farsi, il sesto Imam della tradizione sciita Jafar as-Sadiq, Shah Bahauddin Naqshaband (da cui la tariqa prende il nome), Abdallah al-Faid ad-Daghestani e Nazim al-Haqqani (gli ultimi due in ordine di tempo). Molti leader dell’AKP turco sono stati membri di questa confraternita e paradossalmente anche l’iracheno Izzat Ibrahim al-Douri (ex vice di Saddam Hussein che ha avuto un ruolo determinante nella creazione dello Stato Islamico) ne ha fatto parte.

Il pensiero sufi è centrato sul principio fondamentale del Tawhid (unicità di Dio), sull’invocazione ad Allah attraverso i suoi 99 nomi (è famoso l’hadith del Profeta: “ad Allah appartengono 99 nomi – cento meno uno – non li memorizza se non colui che entrerà in paradiso”) e dunque sul dhikr (diviso in dhikr al-khafi, recitazione mentale o a bassa voce, e dhikr al-jaly, recitazione aperta): atto religioso volto all’unione mistica col Divino che ricorda da vicino la preghiera esicasta della tradizione cristiano – ortodossa. Appare evidente il totale contrasto di una simile impostazione teologica con il carattere volgarizzante della dottrina wahhabita caratterizzata dalla mera negazione di ogni forma di pensiero.

“La federazione russa è attaccata dall’esterno e noi vogliamo combattere al suo fianco in Siria”: questa la frase più importante pronunciata da Kadyrov in questo discorso nel marzo 2015

Ramzan Kadyrov, nonostante degli atteggiamenti esteriori spesso sopra le righe, con l’aiuto del muftì Sultan Mirzayev, ha dato un contributo essenziale alla riscoperta in Cecenia dell’ilm ut-tasawwuf (la scienza del sufismo come scienza della purificazione dei cuori attraverso l’estinzione dell’io). Quella scienza che prima dell’avvento del pensiero modernista foriero di disgrazie era oggetto di studio in tutto il mondo islamico. A ciò va aggiunto il ruolo non di poco rilievo che ha avuto nel processo di riconciliazione nazionale attraverso la costituzione di commissioni speciali atte alla pacificazione delle varie anime della Cecenia. Una terra in cui la divisione in clan (tejp) ha le sue fondamenta su una struttura patriarcale tribale dall’ethos bellicoso regolata dall’adat; un diritto consuetudinario basato sia sul concetto di ospitalità e rispetto per gli anziani ma anche sull’idea della vendetta di sangue e del crimine d’onore. Quel “crimine d’onore” cui proprio Kadyrov ha fatto riferimento nel momento in cui si è trovato a far fronte all’ennesima accusa mossagli dalla Novaja Gazeta e che ha avuto ampio eco in Occidente secondo la quale nella cittadina di Argun esisterebbe una prigione segreta per individui dall’orientamento sessuale non tradizionale. L’accusa è stata prontamente smentita dallo stesso Commissario russo per i diritti umani Tatyana Moskalkova. Tuttavia, è quasi stucchevole notare come i media occidentali, da una caserma semi-abbandonata in cui sarebbero stati rinchiusi alcuni presunti omosessuali, siano arrivati a parlare di veri e propri “campi di concentramento”: tema nei confronti del quale nazioni come la Gran Bretagna (che i campi di concentramento gli ha inventati con la guerra anglo-boera di fine XIX – inizio XX secolo), Francia e Germania sono sempre molto sensibili. Il tutto a dimostrare come certi ambienti abbiano mal sopportato non solo il reinserimento dell’area nell’orbita di Mosca ma soprattutto il fatto che la Cecenia, alla pari della Siria attuale, stia vincendo la battaglia contro la distorsione dell’Islam attuata dal wahhabismo e dai suoi propugnatori alleati dell’Occidente.