A quattro anni esatti dal referendum greco del 2015 non è poi una così grande sorpresa il ribaltone che Alexis Tsipras ha subito nella giornata di ieri. Non se si considera quanto il suo voler sbattere i pugni sui tavoli europei abbia fallito miseramente. Bisognava aspettarselo che i greci avrebbero scacciato alla prima occasione possibile l’uomo che voleva restare in Europa, affrontando la crisi di debito con le banche di metà continente, “con dignità”, nonostante da novellino della politica avesse a che fare con la Banca Centrale Europea e piovre della finanza e dei prestiti vincolati come il Fondo Monetario Internazionale; la cui Direttrice sarà presto Presidente della BCE. L’impavido è presto passato dalla frizzante hybris del momento, sollevata a ragione dall’esito netto del referendum del 5 luglio 2015, all’obbedienza che oggi gli vale il titolo onorifico di salvatore della Patria. Un po’ come Mario Monti insomma.

Alexis Tsipras

Così il No scelto in un clima terroristico di banche chiuse (tra i democratici metodi europei per tentare di indurre una giusta scelta, va da sé) si è rapidamente trasformato in un Sì ai negoziati con la triade UE, FMI e BCE, dove in cambio di un salvataggio dall’esterno occorreva dimostrare la credibilità del paese. E come farlo se non accettando di soddisfare tutte le richieste per la sostenibilità del debito avanzate durante l’Eurogruppo di pochi giorni prima? Geniale. Surplus di bilancio fino al 3,5% del PIL, tagli alla spesa pubblica di ogni genere, tra cui sanità e pensioni le più importanti, riforme strutturali ai vari servizi e la ricetta di austerity è servita, senza nemmeno un po’ di ouzo d’accompagnamento, quantomeno per dimenticare il simposio di privatizzazioni a cui hanno partecipato giovialmente la Cina, per il porto del Pireo, ma anche Francia e Germania, rispettivamente per le ferrovie e per l’aeroporto. Un bel quadro che ha provocato numeri da bollettino di guerra tra poveri, disoccupati, suicidi, emigrazione di giovani greci e tasso di mortalità infantile. Grazie Alexis. Soprattutto per aver fatto da monito a chi crede di poter far uscire dalla recessione economica e dalla crisi di debito privato senza evadere dalla coazione a ripetere propria della struttura legislativa ed economica europea.

Data per assodata la dicotomia tra la narrazione del salvifico bail-out, il salvataggio dall’esterno ad opera del fondo salva-stati (MES), che a spese di tutti i paesi contribuenti ha parato per gran parte della quota l’esposizione di creditori francesi e tedeschi che avevano investito in Grecia, palesando la natura privata del debito, e i risultati tangibili delle condizioni in cui oggi versano gli stessi che nelle urne hanno rigettato quei pacchetti lacrime e sangue, è scoppiata come una bolla di sapone. E sorpasso da destra sia. Ecco cosa succede quando si vuol fare la sinistra al fianco del ceto medio-basso, dei lavoratori, con un programma eurista.

Ora non resta che osservare attentamente Mitsotakis, analista economico proveniente da una famiglia di politici di alto profilo, ora leader del partito vincente di centrodestra Nuova Democrazia, aspettando a salutare la sua ascesa con troppo entusiasmo vista l’ambiguità politica su alcuni punti. A suo dire l’intento principale sarebbe quello di negoziare nuovamente gli accordi con UE, FMI e BCE, principalmente sull’avanzo primario, abbassando drasticamente le tasse per cittadini e imprese. Tuttavia, accanto a queste proposte encomiabili, tra cui figura anche un approccio di maggior rigore verso i flussi migratori che certamente Salvini apprezzerà, trovando il proprio alleato naturale sul tema, vi sono anche la volontà di ridurre la spesa pubblica, favorire una maggiore cooperazione tra pubblico e privato, ovverosia privatizzazioni ed una solerzia nel voler attirare capitali esteri affinché possano investire in Grecia, con un orientamento del tutto manageriale della gestione di uno Stato. Ancora le stesse ricette che hanno portato al referendum di quattro anni fa? Praticamente come voler curare l’acne mangiando la Nutella a cucchiaiate.

Il tradimento di Tsipras, con o senza buonafede, è cristallino e si configura perfettamente con lo scenico gesto del rimettersi la cravatta alla conclusione dell’ultima tranche di prestito da salvataggio, credendo di aver compiuto l’impresa del secolo, ma è il caso di chiedersi tra le braccia di chi si siano buttati i greci in assenza di proposte alternative. Per il momento ci lasciamo il beneficio del dubbio.

Cari Ellenici, tenete con cura salvagente, maschera e boccaglio, non sappiamo ancora se siete veramente salvi o se avete bisogno dell’intervento divino. Qualche divinità disposta a scendere dall’Olimpo per sciogliere le ginocchia alla triade dell’austerity e a chi ad essa si richiama anche solo vagamente ci dovrà pur essere.