Era il 1999, all’alba del nuovo millennio una nuova guerra scuoteva il cuore dell’Europa: nel pieno del mese di marzo, le bombe della NATO cadevano su Belgrado danneggiando una delle più storiche capitali del vecchio continente. In Italia, in Parlamento era Massimo D’Alema, all’epoca presidente del consiglio, a spiegare i motivi della partecipazione attiva del nostro paese alla missione in Serbia: “L’angoscia per i bombardamenti è personale, ma l’angoscia monta ancora di più quando si pensa alla pulizia etnica in corso nel Kosovo”. Pulizia etnica è il termine usato dalla fine del 1996 fino agli inizi delle incursioni NATO, per giustificare ogni tipo di azione contro quel che restava della Jugoslavia di Milosevic; ancora una volta, le bombe erano utilizzate per la pace, con i fantomatici corridoi umanitari che finivano invece per infiammare un’intera nazione per qualche motivo considerata nemica. Secondo le cancellerie occidentali, in Kosovo era in corso una pulizia etnica; allo stesso modo di quanto accaduto pochi anni prima in Croazia ed in Bosnia, i serbi venivano accusati di volere cacciare i kosovari dalla loro terra. Secondo gli USA e l’Europa, Milosevic con il pretesto di voler definitivamente ‘serbizzare’ una delle storiche regioni del paese la cui maggioranza era di etnia albanese-kosovara, aveva scagliato nella zona le milizie oltranziste.

Per ‘salvare’ il Kosovo ed i suoi abitanti, la NATO ha scatenato furiosi bombardamenti su una nazione già devastata e dilaniata da un decennio di guerra; poche le settimane di incursioni, tanti i morti e tanta la devastazione, poi il tutto si risolse in un accordo che prevedeva una gestione internazionale per il Kosovo, con un’amministrazione curata dall’ONU e con i militari NATO presenti con la missione KFor. Ma oggi, a distanza di 16 anni dalla guerra ed a distanza di 7 anni dall’indipendenza dichiarata unilateralmente dal Kosovo, di cui giorno 16 si è ‘festeggiata’ la ricorrenza nella capitale Pristina, i nodi sono venuti al pettine; mai come oggi il paese è sull’orlo di un grave tonfo economico e sociale, con istituzioni al collasso e servizi sempre più carenti. I dati parlano chiaro: migliaia di kosovari ogni giorno lasciano le loro case ed entrano, senza particolari difficoltà, in quella Serbia accusata di attuare genocidi e pulizie etniche appena 16 anni fa; Belgrando, considerando il Kosovo ancora parte integrante del suo territorio, lascia libertà di circolazione ai kosovari che penetrano nel cuore del paese. La destinazione finale dei kosovari, è la Germania o l’Austria; prima di arrivare in questi paese però, la tappa dopo la Serbia è l’Ungheria ed è proprio il governo di Budapest a fornire dati allarmanti circa la condizione dei kosovari: donne, bambini, anziani, tra chi scappa dal Kosovo vi è rappresentata ogni fascia della popolazione e di più generazioni.

Si scappa non dai temibili nazionalisti serbi, come si raccontava negli anni 90; si scappa dalla fame, dalla mancanza di lavoro, dalla morte decretata di un territorio lasciato allo sbando, con uno Stato piccolo e corrotto, vassallo ed esecutore degli stessi soggetti internazionali che nel 1999 si presentavano come liberatori. Ecco il risultato dell’azione della NATO: se i kosovari non sono stati decimati dai serbi combattuti a suon di bombe, sono adesso costretti a scappare ed a lasciare la loro terra natia a causa della povertà. Ma c’è dell’altro: il rischio di un buco nero nel cuore dei Balcani è concreto. Il Kosovo ha istituzioni latenti e carenti, divorate dalla corruzione ed il suo tessuto sociale si sta svuotando: in questo marasma, in una regione a forte maggioranza musulmana, il pericolo di un inserimento dell’estremismo islamico è più che concreto. A fine 2014, diversi arresti di soggetti sospettati di collaborazione con il terrorismo internazionale, hanno evidenziato il ruolo del Kosovo come importante crocevia dei combattenti europei che vogliono raggiungere Siria ed Iraq; con una situazione sempre più fuori controllo da parte delle istituzioni politiche di Pristina, il timore di una crescente influenza dell’estremismo è più che concreto e reale.

I kosovari adesso, rimpiangono il periodo di quando erano semplice regione di Belgrado; la spirale della crescita del nazionalismo da ambo le parti, albanese/kosovaro e serbo, spinta a suo tempo su preciso disegno di chi voleva divorare i Balcani con la più drammatica delle applicazioni del ‘divide et impera’, ha provocato guai enormi al Kosovo, che adesso vede la sua popolazione scappare molto più del periodo pre guerra del 1999. Il vero genocidio è adesso: il Kosovo, da stato indipendente e voluto da USA e NATO per creare una sponda all’alleata Turchia, è sempre più vuoto di kosovari; un intero popolo ridotto a condizioni di estrema povertà, lascia la propria terra ed abbandona le proprie case. Una guerra ed anni di violenze per difendere proprio quelle terre e proprio quelle case da presunti nemici slavi ed adesso, si abbandona tutto proprio nei primi anni di indipendenza: il Kosovo è la dimostrazione pratica ed evidente della meschinità politica dei progetti atlantisti e del danno che riescono a fare quelle guerre create per ‘motivi umanitari’.

Il Kosovo rischia di implodere: l’esodo continua e potrebbe portare a conseguenze ben più devastanti della guerra degli anni 90.