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Iran, Cina, Russia, questi i tre principali obiettivi dell’agenda estera dell’amministrazione Trump. La Cina paga l’inevitabile prezzo di aver voluto sfidare apertamente l’impero americano attraverso il lancio di un proprio disegno egemonico eurasiatico, la Russia è un rivale naturale condannato dalle proprie dimensioni ad un contenimento senza fine, mentre l’Iran rappresenta una minaccia da sottomettere sin da prima della dinastia Pahlavi.

Non si tratta più di custodire gli interessi statunitensi in Medio Oriente come ai tempi della politica dei due pilastri, ma di difendere gli interessi nazionali degli alleati-chiave degli Stati Uniti nell’area: Israele e Arabia Saudita. È una questione che supera le ambizioni atomiche di Tehran e che tocca la sfera della geofilosofia e della geopolitica: risorse naturali, potenziale di sviluppo, demografia, fattore culturale, rendono il paese – se autonomo dal controllo occidentale, una minaccia per gli equilibri di potere regionali.

L’amministrazione Obama aveva tentato di tamponare la situazione attraverso un accordo sul nucleare concertato con l’Unione Europea, che per un certo periodo ha garantito respiro economico al paese e parziale riaccreditamento diplomatico in sede internazionale, ma che non era stato digerito per nulla a Riyadh e Tel Aviv. L’amministrazione Trump ha colto il malessere dei due alleati, optando per stracciare l’accordo e ripristinare un duro regime sanzionatorio, condito di provocazioni, operazioni sotto falsa bandiera, e accerchiamento militare.

Nonostante la difficile situazione, i tentativi di provocare rivoluzioni colorate e cambi di regime all’interno del paese sono falliti negli anni, segno che la maggioranza della popolazione è ancora saldamente fedele agli ideali della rivoluzione khomeinista. Per l’amministrazione Trump, quindi, la partita contro l’Iran si è rivelata più ardua del previsto.

L’attuale guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Alì Khamenei

Per capire in che modo la popolazione di uno dei paesi più a lungo sanzionati nella storia recente viva la rivoluzione a 40 anni di distanza da quell’uno febbraio 1979 in cui l’ayatollah Ruhollah Khomeini raggiunse l’aeroporto di Tehran, acclamato dalla folla e intenzionato a porre fine all’esperienza imperiale, abbiamo intervistato la professoressa Hanieh Tarkian, formatasi a Qom (Iran) ed esperta di affari iraniani e titolare del master in studi islamici presso lIstituto di Studi Islamici al-Mustafa di Roma.

Il 2019 ha marcato il 40esimo anniversario della rivoluzione iraniana. Come sono percepiti gli ideali khomeinisti a tanti anni di distanza, soprattutto dalle nuove generazioni, che sono nate dopo quell’evento? 

Per poter rispondere a questa domanda è necessario tenere presente che la Rivoluzione islamica dell’Iran affonda le proprie radici nei valori della società iraniana, valori legati alla religione e alla cultura iraniana, ma allo stesso tempo alla natura intrinseca dell’essere umano, poiché la Rivoluzione islamica sostiene una visione dell’Islam fondata su valori che tutti gli esseri umani accettano, in particolare la giustizia e la lotta contro l’oppressione, valori pertanto universali e che certamente anche le nuove generazioni condividono.

Indubbiamente la Repubblica Islamica dell’Iran deve fare ancora grandi passi per formare una società in cui questi ideali siano di fatto raggiunti; ciononostante, in questi quarant’anni, l’Iran ha fatto notevoli progressi in molti campi, infatti è considerato oggi uno dei paesi più influenti nella regione e nelle relazioni internazionali, e ha ispirato molti movimenti di liberazione dei popoli come Hezbollah in Libano e Ansarullah nello Yemen. E anche a livello di politica interna, osservando le manifestazioni a sostegno del sistema che si svolgono in varie occasioni, come per esempio l’anniversario della vittoria della Rivoluzione, alle quali milioni di persone partecipano, o prendendo in considerazione l’affluenza alle elezioni che si aggira su una media del 62%, possiamo affermare che il sistema gode ancora dell’appoggio della maggioranza del popolo, anche delle nuove generazioni.

Trump mentre firma nuove sanzioni contro l’Iran

In che modo vengono infusi i valori rivoluzionari negli iraniani?

La famiglia è, nella visione islamica e rivoluzionaria, il nucleo fondamentale della società, e quindi anche il principale canale di trasmissione dei valori, per questo è particolarmente importante rafforzare e sostenere la famiglia, sia da un punto di vista economico che culturale, e a tal fine vengono adottate delle politiche di sostegno. Ovviamente l’influenza dall’esterno non può essere negata, essa avviene attraverso una vera e propria invasione culturale, tuttavia un osservatore attento, confrontando per esempio la presenza di famiglie e giovani nelle cerimonie religiose di venti anni fa e la presenza attuale, può facilmente comprendere come questa sia aumentata e la religione, fulcro della Rivoluzione Islamica, sia diventata parte integrante della vita, anche di chi forse non pratica con costanza. 

Negli Stati Uniti un’analisi del NY Times intitolata “Iran e Stati Uniti: condannati ad essere nemici per sempre?” ha alimentato un dibattito molto interessante. Anche senza l’avvento di Khomeini, e anche senza l’operazione Ajax, si sostiene che sarebbe comunque successo qualcosa che avrebbe incrinato i rapporti con l’Occidente, perché la dura legge della storia sembra condannare l’Iran all’eterno scontro con l’Occidente. Che cosa ne pensa di questa tesi?

Secondo me, qualsiasi popolo libero aspira a ribellarsi all’oppressione e all’ingerenza straniera, tuttavia deve avere la forza per ribellarsi e deve essere motivato. Il popolo iraniano ha trovato questa forte motivazione nei valori religiosi, quindi io non parlerei di uno scontro Iran/Occidente, ma di una intrinseca forza presente in tutti i popoli che li porta ad aspirare alla giustizia e a lottare contro l’oppressione – in questo caso l’oppressione perpetrata dal sistema globalista a detrimento dei popoli a favore di una élite. Da questo punto di vista, può darsi che ci siano popoli o contesti che incoraggiano la ribellione al sistema, come è successo con la Rivoluzione islamica del ’79.

L’operazione Ajax ha giocato un ruolo fondamentale nell’attecchimento di un forte senso di ostilità verso l’imperialismo occidentale, segnando uno spartiacque nella storia del Medio Oriente. Qual è l’eredità culturale di quel colpo di stato pilotato ed in che modo ne viene mantenuta la memoria storica nel popolo?

Quest’operazione dimostra un fatto: l’imperialismo occidentale è nemico di qualsiasi popolo, anche se non ideologicamente orientato, che cerchi di ottenere indipendenza e libertà dal sistema di oppressione mondialista, quindi per i poteri forti non è tanto rilevante il fatto che l’Iran sia una Repubblica Islamica, tant’è vero che al tempo dell’operazione Ajax non lo era, ma il problema risiede nel fatto che questa Repubblica Islamica persegue l’indipendenza dal sistema mondialista e l’autosufficienza in campo economico.

Qualsiasi popolo o nazione che persegua questi fini sarà considerato un nemico dai paesi imperialisti e, infatti, se ci fate caso, gli Stati definiti “paesi canaglia” dal sistema mondialista, sono proprio quelli che perseguono libertà e indipendenza.

L’Iran è attualmente una minaccia per gli interessi regionali di Stati Uniti, Israele e Arabia Saudita, e per questo sta combattendo delle guerre a distanza e sperimenta un duro regime sanzionatorio. A proposito di quest’ultimo, qual è l’impatto delle sanzioni sull’economia e sulla quotidianità degli iraniani?

Le sanzioni sono in realtà una vera e propria arma per mettere sotto pressione un popolo che non vuole adeguarsi al sistema mondialista e obbligarlo ad accettare negoziati che sono normalmente a svantaggio di quel popolo e nazione e lo vincolano al sistema mondialista (è il caso dell’accordo sul nucleare), e normalmente a subirne le conseguenze negative più profonde sono indigenti e ceto medio, ossia proprio quelle classi che hanno appoggiato la Rivoluzione, come più volte a suo tempo enfatizzato dall’imam Khomeini.

Le sanzioni all’Iran si ripercuotono su tutte le dimensioni della quotidianità degli iraniani, ma probabilmente quello medico è il campo che subisce l’impatto più profondo e grave, soprattutto per quanto riguarda l’importazione di medicine specifiche, e certamente ciò dal punto di vista del diritto internazionale e del rispetto dei diritti umani è biasimevole, se poi aggiungiamo anche che le sanzioni sono di solito appoggiate da quelle istituzioni internazionali che criticano l’Iran e l’accusano di violare i diritti umani, il quadro è completo.

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