A giudicare dalle recenti difficoltà economiche del paese di Putin, le sanzioni alla Russia cominciano a dare i primi frutti. L’orso si indebolisce, mentre gli USA ridono. A recitare la parte del “servo sciocco” sta l’inconsistente Unione Europea, con il nostro paese in prima fila. L’Italia, infatti, si è gettata anima e corpo nella “crociata anti-russa”, ansiosa di compiacere Obama. L’autogol economico fa paura: ad esempio, quest’anno il solo settore ortofrutticolo nazionale registrerà un mancato introito di almeno due milardi di euro. A questo va aggiunto il sacrifico del South Stream, un corridoio che avrebbe aperto una via fondamentale per l’approvvigionamento di gas, oltre che rafforzare un’intesa geopolitica coltivata per anni. Ma le sanzioni mettono a repentaglio anche una relazione bilaterale tra i pochi fiori all’occhiello della recente politica estera dei governi italiani. Si vanificano anni di lavoro sottotraccia e acute strategie, da parte di aziende quali l’ENI, senza colpo ferire. In nome dei diritti umani e della solidarietà atlantica.

Sembra di rivedere lo stesso copione della Libia, quando degli accordi vantaggiosi sul piano dell’immigrazione e della cooperazione economica furono sacrificati per gli interessi di Inghilterra e Francia, ansiosi di sostituire l’influenza italiana nel paese. E il nostro governo non mancò di partecipare e incentivare questo ridicolo e sanguinoso teatrino, colpendo le nostre stesse posizioni vitali sul Mediterraneo. Tutto perché Obama ci “consigliò” di stare «dalla parte giusta della storia» e affrontare il feroce dittatore Gheddafi, della cui crudeltà nessuno si accorgeva da 40 anni. Ma ha senso tutto questo auto-castrante zelo?

Viene quasi da ridere. «Un festoso cagnolino (…) che ha ribattezzato jobs act una sua proposta di legge»: così è stato descritto Renzi in occasione della recente visita di Obama a Roma dal celebre sito statunitense “Politico”, uno dei maggiori del paese. Lo scherno e l’indifferenza sono le risposte oltreoceano, dove i politici USA sanno di poter contare su una classe dirigente il più delle volte appiattita sulle loro indicazioni. E ansiosa di compiacerli. «All’inconsapevolezza si aggiunge la passione per il soft power a stelle e strisce, percepito come benigno simbolo del progresso, che impedisce al Belpaese di guardare con razionalità agli Stati Uniti e lo espone alla profilatura di massa realizzata dalla National Security Agency. (…) Per Palazzo Chigi il settore hi – tech degli Stati Uniti resta un filantropico strumento d’avanzamento culturale e l’inglese rimane un idioma misterioso da cui pescare magici slogan». Questa l’impietosa analisi del giornalista Diego Fabbri, confermata dal comportamento tenuto da Renzi in occasione della visita alla sede di Yahoo lo scorso 23 settembre. Nell’azienda che violò ripetutamente le comunicazioni dei cittadini italiani, il premier italiano non ha espresso alcuna rimostranza, solo compiacimento e stupore. Nel TTIP, nella presenza (ormai ingiustificata) di 113 basi NATO sul suolo nazionale, nel blocco alle nostre relazioni con l’Iran, nell’ammonimento contro gli investitori cinesi (in favore del gigantesco fondo finanziario BlackRock) stanno altri macroscopici esempi delle indebite interferenze USA. Nel recupero del primato della politica, dell’orgoglio nazionale e della sovranità starebbe la risposta.