Nell’affascinante campo dell’ucronia, occupa un posto assai intrigante il tema del mancato incontro, all’epoca dell’imperatore Traiano, tra Roma e la Cina. Per poche miglia, infatti, due delle più grandi civiltà della storia non riuscirono a incrociarsi sotto il sole e le delizie della Mesopotamia: chissà quale sconvolgimento avrebbe potuto provocare il contatto diretto tra i legionari dell’Urbe e i soldati di Xian, padroni al tempo dell’Europa e dell’Asia.

Ciononostante, quello che non fu politicamente si realizzò attraverso il commercio. Dall’Estremo Oriente giungevano nel bacino mediterraneo carovane cariche di seta, tessuto prezioso e assai apprezzato dall’élite romana, al punto da innescare un pericoloso processo di emorragia aurea dalla res pubblica.

Video sericas vestes, si vestes vocandae sunt, in quibus nihil est quo defendi aut corpus aut denique pudor possit…

Afferma Seneca nel tentativo – un po’ bacchettone – di bloccare la moda per ripristinare l’equilibrio delle casse e il costume degli Avi.

Con il movimento commerciale, nonostante le contumelie dei conservatori, era inevitabile un contatto ufficiale tra i due Imperi: nel 97, durante una campagna militare ai confini occidentali della Partia, l’esploratore Gan Ying viene inviato in missione verso Roma. Tentativo bloccato dai Parti, i quali hanno tutta l’intenzione di non perdere il prezioso ruolo di intermediari: raccolte informazioni indirette, Gan Ying riporta comunque in patria delle impressioni notevoli circa lo sviluppo della civiltà romana, tanto da definirla Da Quin, “grande Cina”:

Per quanto riguarda il re, non è una figura permanente ma viene scelto fra gli uomini più degni… La gente in questa regione è alta e di fattezze regolari. Assomigliano ai cinesi, ed è questo il motivo per cui questa regione viene chiamata Da Qin (la “Grande” Qin)… È da questa terra che arrivano tutti i vari e meravigliosi oggetti degli stati stranieri.

L’impero romano al tempo di Traiano

Sessant’anni dopo, sviluppata la marineria mercantile, Roma invierà una delegazione nel Celeste impero attraverso la rotta dell’Oceano Pacifico approdando a Tonchino nel nome di Marco Aurelio. La via di mare, evitando i Parti, sarà dal II secolo fino alla fine dell’Impero la traccia privilegiata per l’interscambio sino-romano, sviluppando al contempo la conoscenza della geografia dell’Asia rivierasca. Un legame antico, quello tra Cina e Roma, contraddistinto dal reciproco riconoscimento di grande civiltà che attraversa in controluce i secoli: dall’arcinoto viaggio del veneziano Marco Polo alle missioni cattoliche nell’età moderna, fino alla piccolissima presenza coloniale del regno d’Italia nella concessione di Tientsin.

Non è un caso che tra i primissimi occidentali a recarsi in visita al grande timoniere Mao dopo la proclamazione della repubblica popolare sia Pietro Nenni, nel 1955, nonostante all’epoca la Cina ufficialmente riconosciuta sia ancora quella nazionalista di Chiang Kai-shek. Lo stesso Nenni, tra il 1964 e il 1971, sarà uno dei leader principali nel processo di riconoscimento internazionale della PRC nonostante il malumore statunitense: il riconoscimento italiano difatti anticipa e apre la strada alla risoluzione ONU 2578 che risolve definitivamente la disputa a favore della Cina popolare.  

Pietro Nenni

Purtroppo, al ruolo d’avanguardia ricoperto dai governi di centro-sinistra del tempo non corrispose in seguito da parte italiana una strategia altrettanto lungimirante in campo industrial-commerciale, nonostante l’attenzione cinese verso il modello nostrano di economia mista basato sulle partecipazioni statali e il ruolo dell’IRI. Mentre la Cina diventava la grande fabbrica del mondo, acquisendo esperienza e tecnica, l’Italia affondava tra tangentopoli, imperialismo eurocratico e smantellamento del proprio sistema industriale, con il sovrapprezzo di vedere gran parte della galassia produttiva delocalizzare verso Oriente.

In questo senso, negli ultimi due decenni le ragioni di scambio tra Italia e Cina sono naturalmente peggiorate per Roma, in deficit strutturale nei confronti di un colosso in grado di sommergere di prodotti a basso costo tutti i mercati avanzati. La crisi di struttura dell’economia occidentale, incentrata sulla speculazione finanziaria e sull’indebitamento crescente, ha trovato la Cina nelle condizioni ideali di espansione: imbottito di liquidità in eccesso, forte di una crescita esponenziale della classe media, indipendente dal ricatto del capitale estero grazie al sistema bancario totalmente di Stato, Pechino ha trovato innanzi a sé le macerie del secolo americano e ne sta approfittando in maniera sagace. La Nuova Via della Seta, difatti, saldando Europa e Asia, permette di escludere gli USA dal commercio internazionale avendo in più l’appoggio della Russia sul fianco orientale e il dominio neocoloniale sull’Africa a oriente nella direttrice Pechino-Berlino.

L’interscambio con la Germania, l’utilizzo massiccio dei porti di Rotterdam e Amburgo, mostrano come all’interno della fratellanza assassina dell’Ue qualcuno s’è già portato avanti, fregandosene degli altri (e non è certo la prima volta): se però Roma tenta di inserirsi in quello che probabilmente è il più formidabile esperimento commerciale del XXI secolo, tutto cambia di significato.

È questo il senso del pollaio scatenato degli ultimi giorni dalla notizia di un possibile accordo quadro con il governo italiano: tutti i soliti aedi della macchina propagandistica liberal-europeista si sono mossi tarantolati contro una firma che, bontà loro, asservirebbe Roma alle oscure tresche cinesi. Addirittura, da più parti vesti stracciate e pianti inconsolabili hanno visto il memorandum come concentrato della finis Italiae: fuori dall’Occidente, fine dell’appartenenza atlantica, schiavi della Cina e stupratori di vergini.

Tutto questo ci pare quantomeno eccessivo.

Che l’Italia abbia un deficit di sovranità è un fatto acclarato, dimostrato nel sangue dell’agguato di via Fani di 41 anni fa. Nonostante siano trascorsi settant’anni e rotti, siamo ancora un paese sconfitto e come tale sottostiamo al volere delle potenze dominanti: non avendo un arsenale atomico risulta difficile dire la propria nel concerto internazionale. La Storia però ci insegna, sulla scorta dell’esperienza primorepubblicana, che un certo grado di eclettismo nella relazione dell’Italia verso determinate aree di particolare interesse commerciale può ben conciliarsi con la fedeltà – imposta – alla NATO e a Washington: tutto sta nell’essere capaci di sostenere una politica dei due forni senza finire bruciati.

In questo senso, cioè nello sviluppo delle relazioni di scambio con Pechino, il memorandum può avere ed ha una valenza precisa e va a nostro avviso confermato, posizionando l’Italia in una catena commerciale formidabile e di sicuro avvenire. Se invece, come da certe parti si sostiene, la Cina dev’esser vista essenzialmente come potenza di capitale in grado di finanziare in yuan le opere che la Repubblica non può costruire in euro stranieri – infrastrutture, industria, ricerca – si passerebbe dalla padella alla brace, da un padrone in crisi a uno in piena ascesa e perciò ancora più spietato.

Questo è il punto cruciale: pensare di risolvere il problema economico – non ci sono soldi – andando a elemosinare investimenti come un paese del Terzo mondo consegna l’immagine di una classe politica del tutto inadeguata alle esigenze ormai imperative di riconquista della sovranità democratica attraverso la leva della moneta. Se, infatti, si accetta di essere il terminale occidentale della Via della Seta – fermo restando l’appartenenza all’unione monetaria – non ci si può poi sorprendere di essere oggetto di critiche – ridicole come chi le propone – dai padroni attuali del paese, cioè gli eurocrati, esponendosi al ricatto del finanziamento della bce e ai diktat di Bruxelles. E di conseguenza, sul piano militare, le esternazioni yankee trovano fondamento considerate le cento e passa basi straniere presenti sul suolo della Repubblica.

In fondo, sull’affaire-Cina troviamo tutte le contraddizioni di quell’immensa crisi che travolge da decenni l’Italia per colpa di una classe dirigente del tutto inadeguata rispetto alle responsabilità derivanti dalla gestione di un paese con grandi problematiche ma altrettanto grandi opportunità di progresso. Ancora una volta, insomma, il popolo italiano si trova nelle condizioni del vaso di coccio tra quelli di ferro a causa di una élite miserabile che beneficia dei frutti parassitari della colonizzazione del Paese.

Se in Italia non si risolve preliminarmente a favore delle classi lavoratrici il problema dei rapporti di forza, tutto risulta vano e in fondo inutile. Cosa vogliamo dire? Che nelle condizioni attuali scegliere è un falso problema, in quanto gli strumenti di dominio del capitale finanziario sono tali da imporre comunque il pilota automatico verso la direzione preferita da lorsignori. In tal senso, passare da un padrone all’altro non cambia granché se non si mette in discussione il modello stesso di produzione contemporaneo.