Hezbollah non vuole un’escalation con Israele. Lo ha esplicitato in un messaggio rivolto al Ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon attraverso Unifil, la forza di interposizione in Libano delle Nazioni Unite. Netanyahu ruggisce, sostenendo che “Israele si difenderà da ogni minaccia”, dimenticando, scientemente, da quale azione fossero scaturiti gli scontri dei giorni scorsi nel Golan e nei quali trovarono la morte due soldati israeliani e un peacekeeper spagnolo. In realtà, alle prese con sondaggi e percentuali virtuali di voto, Netanyahu non può fare null’altro che dedicarsi alle alchimie del consenso, proseguendo la tradizionale politica degli insediamenti di notte, e accusando l’Iran di giorno, quale responsabile di ogni schermaglia con la milizia sciita libanese. Hezbollah, dal canto suo, potrà spendere il risultato della ritorsione del Golan sul piano della guerra psicologica, continuando a concentrarsi, materialmente, sul teatro siriano. Un’escalation, dunque, non rientra negli interessi delle parti in conflitto e ragionevolmente, la crisi è destinata ad esaurirsi in breve, senza che da essa scaturiscano conseguenze considerevoli.

Ciò che merita di essere ricordato è che, al di là della maya mediatica, Hezbollah non è Hamas e Israele lo sa. Sebbene sia in Israele che in Occidente persista qualche pio #jesuischarlie, animato da furore semplificatorio (nonché mosso da tremori cagionatigli dalla lettura di Hannah Arendt e Leo Strauss), le due realtà non sono equiparabili, né ideologicamente, né per funzione. Hezbollah non è generalmente considerata (né è da considerarsi) alla stregua di una forza terrorista; ogni dubbio sulla sua natura, al contrario, dovrebbe essere stato fugato già nel corso della guerra del 2006. Piuttosto, in relazione al suo braccio paramilitare, Hezbollah può essere agilmente ascritta alla categoria schmittiana del partigiano, con i classici quattro criteri di irregolarità, mobilità, accresciuta intensità dell’impegno politico e carattere schiettamente tellurico. Con la sua forza politica, nonché economica, il Partito di Dio matura consensi tali da poterlo far figurare in modo più che legittimo come un attore tra gli altri, operante nel complicato mosaico libanese. L’eventuale dispiegamento delle milizie, inoltre, permette allo Stato del paese dei cedri un risparmio significativo, giacché può facilmente supplire all’esercito regolare nella difesa dei confini meridionali, fungendo da argine alle incursioni israeliane. A tal proposito e a conferma di ciò, non è casuale che la presa di distanze del governo libanese, in relazione all’azione del Golan, sia stata piuttosto timida.