Il governo Netanyahu non completerà la legislatura. Dopo soli due anni di governo, il terzo esecutivo presieduto dall’eterno Bibi è imploso . A decretarne la morte è stato proprio lo stesso primo ministro che in un colpo solo ha licenziato i due ministri “moderati” del suo gabinetto: Tzipi Livni, al dicastero della giustizia e Yair Lapid, alla guida delle finanze. L’attuale leader del Likud, ha accusato i due di aver ordito un vero e proprio “putsch” ai suoi danni, di essere troppo accondiscendenti con i nemici iraniani e palestinesi e di non esporsi a sufficenza per difendere Gerusalemme, la “capitale”. Accuse fantasiose che fanno da foglia di fico per le vere motivazioni che hanno portato allo scioglimento dell’esecutivo. In realtà a Netanyahu non erano piaciute le ultime uscite dei due ormai ex ministri sulla sua politica economica e riguardo la decisione, scelerata, di approvare altri 1000 insediamenti nei Territori Occupati. Forse l’esclusione non è nemmeno troppo dispiaciuta ai due centristi, costretti all’interno di un esecutivo troppo spostato a destra e che, nell’ultimo periodo, stava prendendo una brutta piega con l’autorizzazione alla costruzione di nuovi quartieri nelle aree palestinesi a Gerusalemme Est, la dura repressione delle proteste palestinesi degli ultimi mesi e da ultima la decisione shock di voler trasformare Israele da Stato secolare in uno Stato confessionale ebraico.

Nuove elezioni sono quindi state indette dalla Knesset per il prossimo 17 marzo, elezioni alle quali il premier uscente è convinto di ottenere la riconferma. Il rischio concreto è che il prossimo esecutivo possa essere ben peggiore del precedente, con un programma di ultra-destra e con il corposo ingresso di partiti religiosi ultraortodossi, sempre più rilevanti nel panorama politico israeliano. Una rielezione scontata quindi, come dimostrano i sondaggi delle ultime settimane che danno il Likud saldamente al primo posto, seguito a ruota dai partiti nazionalisti di destra come Casa Ebraica di Naftali Bennett e Yisrael Beitenu del falco Lieberman. In realtà ci sono diversi fattori che potrebbero far apparire poi non tanto scontato un quarto mandato di Netanyahu. Innanzitutto la complessa legge elettorale proporzionale israeliana, retaggio del primo sionismo, che rende praticamente impossibile un governo senza alleanze, non basterebbe nemmeno un accordo tutto a destra per evitare un’alleanza con i partiti del centro, gli stessi che hanno, de facto, provocato la prematura fine dell’attuale legislatura, si andrebbe quindi a ripetere la stessa situazione di stallo, cosa che sia al centro che a destra vogliono evitare. Un problema non da poco, anche se Netanyahu sembra non curarsene troppo, anzi. Il progressivo slittamento delle sue posizioni verso quelle xenofobe e da apartheid promosse da Lieberman e Bennett hanno indebolito la forza propulsiva del Likud, ormai identificabile non più come partito di centrodestra, facendogli perdere gran parte del voto “moderato”, vera forza elettorale israeliana. Oltretutto Netanyahu è ormai percepito come un vecchio arnese della politica, incapace di rinnovarsi dopo 26 anni al centro della scena di cui, 14 al governo: gli israeliani chiedono volti nuovi.

Potrebbe non funzionare nemmeno il ricorso alla paura, alla retorica dell’ “ultima possibilità per salvare Israele”, una campagna elettorale troppo incentrata sulle questioni della sicurezza, sulla “minaccia” iraniana , degli ebrei contro tutti, potrebbe non funzionare in un periodo in cui l’economia ristagna e in Israele, come in tutti i paesi inseriti nel mercato occidentale. la crisi non è ancora del tutto finita. Bisogna poi ricordare che, nonostante la scarsa propensione al voto della popolazione araba israeliana, la possibilità di una lista comune di tutti i partiti arabi, confermata da Ahmad Tibi, leader del partito Ra’am Ta’al, potrebbe riportare alle urne questa grossa fetta di esclusi, preoccupati per la legge sullo Sato nazionale ebraico, permettendo a questi partiti di superare senza difficoltà la soglia di sbarramento al 3,25 % e di eleggere 20 deputati, numeri non da poco che potrebbero iniziare ad impensierire seriamente il tandem Netanyahu-Lieberman. Non sono nemmeno da sottovalutare le pressioni esterne, soprattutto quelle provenienti dagli Stati Uniti, alleato non poi troppo fedele. Addirittuta si vocifera di un possibile arrivo dall’America di alcuni esperti di marketing politico, gli stessi che hanno aiutato Obama in campagna elettorale, per dare una mano ai partiti del centro-sinistra. Una mossa a cui non è difficile credere, dati i pessimi rapporti dell’attuale amministrazione americana con il governo israeliano, stanca dei comportamenti da moglie gelosa tenuti negli ultimi tempi dal governo di Tel Aviv, preoccupato per un possibile riavvicinamento tra Washington e Tehran. Per non parlare delle possibili ripercussioni internazionali che avrebbe una possibile rielezione dell’eterno Bibi; il rischio d’ isolamento internazionale è dietro l’angolo, non converrebbe a nessuno inasprire il già precario rapporto con Stati Uniti ed Unione Europea, senza considerare le reazioni da parte palestinese. Una rielezione non troppo scontata quindi per Netanyahu e la sua banda, i veri ostacoli al processo di pace.