Benjamin Netanyahu verrà ricordato dai posteri come uno dei più importanti statisti della storia di Israele. A lui gli israeliani devono il ritorno in auge del sionismo religioso, il graduale riconoscimento internazionale di Gerusalemme quale capitale unica ed invisibile d’Israele, il miglioramento delle relazioni con i partiti di destra occidentali ed un aumento, senza precedenti storici, del controllo sulla regione medio-orientale. Tutto ciò avviene sullo sfondo di un lungimirante lavoro di diplomazia segreta che sta riscrivendo gli equilibri di potere tra lo stato ebraico ed il vicinato arabo-islamico con l’ambizione di trasformare degli acerrimi nemici in dei partner strategici.

Marocco, Egitto e le petromonarchie della penisola arabica non addestrano più milizie paramilitari e soldati da inviare al fronte come nel 1948 o nel 1967, il supporto incondizionato alla causa palestinese ha smesso di essere una priorità delle loro agende nazionali, gli affari hanno preso il sopravvento sul panarabismo e sul solidarismo islamico, e le più importanti guide spirituali non incitano più i fedeli all’odio antigiudaico e all’antisionismo. Si è trattato di un lavoro durato più di un decennio, ma che oggi sta portando i primi frutti: le leadership delle principali potenze del mondo islamico si stanno lentamente scoprendo interessate a rafforzare i legami con Israele, dall’economia all’energia, fino alla sicurezza.

Benjamin Netanyahu

I motivi di questa convergenza di interessi sono essenzialmente due: il primo è la consapevolezza che Israele è una grande potenza in divenire, sede di corporazioni internazionali, centro di investimenti, un’economia fiorente, un comparto tecnologico ultra-avanzato, soprattutto nel campo militare, protetto da una schiera di alleati che lo rende inattaccabile; il secondo è l’ascesa dell’Iran.

Ed è proprio quest’ultima ragione la più importante. La rivoluzione iraniana del 1979 non ha cambiato soltanto il volto del Medio Oriente, ma anche delle relazioni internazionali. Il tradizionale equilibrio dei due pilastri fondato su Riyadh e Teheran quali difensori degli interessi americani nell’area persica è venuto meno, ed insieme ad esso è nata una guerra fredda parallela, intestina al mondo islamico.

La minaccia dell’espansionismo iraniano e l’ambizione di dar luogo ad un corridoio sciita da Teheran a Damasco hanno reso possibile l’impossibile: la formazione di un’alleanza tra Israele e le principali potenze islamiche avente il comune obiettivo di contenere la rivoluzione khomeinista e la proliferazione dello sciismo.

L’Arabia Saudita non è più il nemico esistenziale di Israele e degli ebrei, ma ne è il miglior partner nella regione. Lo dimostrano diversi eventi: la collaborazione segreta nel campo dello spionaggio e della sicurezza, la rimozione della causa palestinese dalle priorità dell’agenda estera saudita, le aperture di Mohammad bin Salman al dialogo bilaterale e la sua visita a New York nell’aprile scorso per parlare ad un evento organizzato dai più importanti gruppi d’interesse ebraico-americani come American Jewish Committee, Anti-Defamation League e B’nai B’rith, e le pressioni sul clero nazionale per depurare i sermoni da riferimenti antiebraici ed antisionisti.

Mohammed bin Salman

Ma non è solo Riyadh ad essere nel mirino della geopolitica israeliana, perché nell’ultimo periodo la diplomazia segreta ha lavorato duramente per approfondire il dialogo, esistente da decenni ma coperto all’opinione pubblica, con Egitto, Marocco, Pakistan, Oman, Bahrein, Ciad ed Emirati Arabi Uniti.

Per capire la visione che muove le mosse di Netanyahu e quale sarà l’obiettivo ultimo di questa rivoluzione diplomatica è fondamentale parlare del piano Yinon. Si tratta di una strategia che deve il nome al suo ideatore, Oded Yinon, la sconosciuta eminenza grigia di Ariel Sharon, e risale agli anni ’80.

Yinon aveva compreso che l’odio presente nei paesi islamici per Israele, considerato un invasore estraneo e ladro di terre, avrebbe portato a nuove guerre, trasformando il paese in uno stato-caserma asfissiato dall’incertezza verso il proprio futuro. L’unica soluzione per permettere allo stato ebraico di prosperare era quella di sfruttare le divisioni settarie presenti nel mondo islamico a proprio favore, egemonizzando una regione balcanizzata attraverso una saggia politica basata sul divide et impera.

La strategia di Yinon era molto chiara: imparare dal Libano, un ex paradiso multiconfessionale collassato sotto il peso degli scontri interreligiosi e della polarizzazione confessionale, come alimentare le divisioni settarie in tutta la regione, riducendo il potenziale minaccioso dei paesi nemici impegnandoli in casa loro.

L’obiettivo ultimo di Yinon era la creazione del “Grande Israele” così come descritto nella Bibbia ebraica, perciò non sorprende che il suo piano sia ancora oggi al centro dell’attenzione dei sostenitori del sionismo religioso e che sia stato ripreso dai neoconservatori americani per guidare l’agenda per il Medio Oriente durante l’epoca Bush Jr, come sostenuto dai politologi Ted Becker e Brian Polkinghorn.

La religione è la chiave della strategia espansionistica israeliana: dividere l’islam per creare un cordone di sicurezza lungo i confini nazionali, sfruttare il sionismo cristiano degli evangelici protestanti per migliorare la propria posizione internazionale. Mentre cattolicesimo, protestantesimo luterano ed ortodossia arrancano, perdendo capacità d’attrazione e potere, l’evangelicalismo avanza a passo spedito, trattandosi della religione con il più alto tasso di crescita mondiale secondo il Pew Research Center. Una delle principali caratteristiche dell’evangelicalismo, che non è un blocco monolitico bensì una galassia molto variegata, è sicuramente il filosionismo.

Tempio di Salomone di San Paolo, costruito dalla Chiesa Universale del Regno di Dio di Edir Macedo. Alla cerimonia di apertura hanno presenziato anche diverse autorità ebraiche del paese

L’avanzata dell’evangelicalismo interessa apparentemente soltanto il Vaticano, essendo che sta espandendosi in luoghi storicamente di forte tradizione cattolica come America Latina e Africa sub-sahariana, ma non è così. Il caso dell’America Latina mostra come gli evangelici rappresentino un potente bacino elettorale e gruppo d’interesse capace di muovere voti e denaro e di plasmare il pensiero delle masse in maniera profonda.

I sermoni di potenti leader evangelici come il guatemalteco Cash Luna o il brasiliano Edir Macedo sono poveri di religione e carichi di politica: americanismo incondizionato, feroce anticattolicesimo, islamofobia viscerale, dovere morale e teologico di sostenere il sionismo.

Quest’ultimo punto è il più interessante, perché il sionismo cristiano persegue obiettivi politici favorevoli agli interessi israeliani. Infatti, non è un caso che i paesi latinoamericani con la più elevata quota di evangelici siano anche gli stessi che hanno abbandonato l’antiamericanismo di fondo ed il terzomondismo (simpatie filopalestinesi incluse) per guardare agli Stati Uniti come un punto di riferimento morale a cui aspirare ed Israele come un alleato da difendere ai fini della salvezza ultraterrena.

Gli evangelici sono i migliori amici di Israele,

ha dichiarato Netanyahu durante l’insediamento di Jair Bolsonaro alla presidenza del Brasile, ed è proprio vero: da alcuni anni sono i principali finanziatori dell’Agenzia Ebraica per l’Aliya (fonte Fellowship and Jerusalem’s International Christian Embassy) e chiedono ai loro governanti una politica estera incardinata sulla difesa degli interessi israeliani.

Se Netanyahu ed i suoi successori saranno capaci di concretizzare le idee di Oded Yinon ed egemonizzare il Medio Oriente, annullando le minacce provenienti dall’Iran e rovesciando il neo-ottomanesimo turco, continuando ad attrarre investimenti e capitale umano da tutto il mondo, simultaneamente aiutando gli Stati Uniti nella loro strategia georeligiosa basata sull’espansione dell’evangelicalismo, è molto probabile che questo sarà ricordato come il secolo israeliano.