Nelle ultime ore mi è capitato di riprendere tra le mani i libri di Franco Cardini, Robert Fisk, Oriana Fallaci, Gilles Kepel, Olivier Roy, Hanif Kureishi, Sergio Romano e persino le fatwa di Khomeini, per cercare di capire cosa c’è che non sta funzionando all’interno dell’Islam. Una nazione che conta 1,6 miliardi di fedeli in tutto il mondo e che prima di essere in guerra con l’Occidente è in guerra con se stessa. L’Islam è nato ed è maturato nella discordia, su quella al fitnah al kubra che dopo la morte del Profeta ha spaccato sunnismo e sciismo non in due letture differenti del Corano, ma in un distinto ethos di fede e devozione che ha alimentato temperamenti e approcci distanti rispetto al significato di essere musulmano. E quando l’avanzata islamica ha iniziato a lambire l’Asia, l’Africa e l’Europa cristiana fino ad arrivare a Vienna nel 1529, alla conquista del dar al harb (la Casa della Guerra) è conseguita una stratificazione e una amalgama di costumi, usi legali, forme di religiosità e tradizioni etniche subendo un progressivo e continuativo processo di inculturazione. La grande discordia che li opprime e che nel corso dei secoli si è frammentata e mosaicizzata in decine di rivoli il cui unico denominatore, il Corano, è comune solo di nome e poco di fatto, ha creato delle ferite che continuano a sanguinare senza mai rimarginarsi. Quando ci si chiede cosa è l’Islam, bisognerebbe avere l’accortezza di aggiungere: quale dei tanti Islam? E una domanda come quella posta all’inizio, cioé perché sono in guerra con se stessi, non coinvolge unicamente risposte di ordine religioso, ma storico-politico e sociale. L’Islam è in guerra perché il Medio Oriente è instabile e viceversa; l’Islam è in guerra perché soffre l’afflizione della propria discordia; l’Islam è in guerra perché le sue frange radicali sono forti, ramificate, crescono e riscuotono successo; l’Islam è in guerra perché non esiste una autorità religiosa; l’Islam è in guerra perchè ha paura dell’Occidente e di quello che può offrirgli; l’Islam è in guerra perchè gli piace l’Occidente; l’Islam è in guerra perchè è al tempo stesso vittima e carnefice dell’Occidente; l’Islam è in guerra perché fa parte dell’Occidente e ancora non l’ha capito; l’Islam è in guerra perché nessuno l’ha mai aiutato a comprendersi; l’Islam è in guerra perchè chiede diritti ma non concede diritti; l’Islam è in guerra perchè non conosce distacco tra sacralità religiosa e diritto positivo. Sarebbe ironico, se non fosse drammatico, che una religione che predica la misericordia è divorata dall’odio dentro di sé e fuori di sé.

Tutte queste rotture, ognuna conseguenza della precedente e causa della successiva, hanno oscurato quanto di buono esiste realmente nella coscienza di chi professa la fede in Allah e schiavizzato la religione al dominio della conflittualità e delle dinamiche relazionali con l’Occidente.  Non sono convinto della teoria dello scontro di civiltà, ma non credo neanche nella cecità ideologica del buonismo tipicamente italiano ed europeo. Un conflitto tra Islam e Occidente esiste, ma esiste al di là del radicalismo, esiste in quanto entrambi rispettivamente stanno tentando di dare risposta con poco sucesso alla domanda che sta mettendo in ginocchio l’Europa: qual è la nostra identità? Il nesso tra identità e cultura, tra identità e religione è più stretto di quanto si possa pensare. Perchè è l’acquisizione di una identità che definisce il nostro agire nei confronti di noi stessi e degli altri. L’Islam è in crisi anche in questo senso. In una realtà laica e pluralista, secolarizzata, i modelli tradizionalmente elaborati per regolare la convivenza tra musulmani e non-musulmani (i dhimmi) smettono di avere funzione e conducono alla necessità di una riformulazione dei propri paradigmi identitari, alle volte senza riuscirci. Non essendoci scissione tra sacralità e diritto positivo, la portata dell’Islam è divenuta “totale” ed essendo un “ordine perfetto” promanato da Dio, a cui deve uniformarsi tutto il dar al-Islam (Casa dell’Islam), cioè tutte le regioni geografiche su cui è distribuita la Umma, in automatico la separazione tra sfera religiosa e pubblico-politica (che secondo Max Weber è uno dei pilastri della modernità occidentale) viene a crollare su di sé. Esso assomma quindi un complesso di norme giuridiche, etiche, di costume e di articolazione dei mondi vitali (dalla famiglia ai diritti delle donne fino ai mestieri) che regolamentano ogni aspetto della vita individuale e collettiva del fedele. E anche per i non credenti, l’Islam rimane comunque una matrice culturale fortemente influente nelle condotte dei propri comportamenti. E poiché il Corano prevedeva un territorio in cui fosse l’Islam la religione dominante, è chiaro che le comunità musulmane europee hanno avuto e tutt’ora hanno notevoli difficoltà a conciliare la propria fede con la realtà europea e la cultura occidentale.

Noi europei, insieme agli americani, non siamo mai riusciti a capire che in Medio Oriente non odiano i prodotti della nostra cultura in quanto tali. Quando un noto giornalista intervistò alla scuola islamica, finanziata da Hezbollah, le bambine figlie di kamikaze e chiese loro cosa guardassero in tv, la risposta fu unanime: “La tv americana! Oprah!”. Il fatto che i musulmani vestono blue jeans, usano l’Ipod, guardano la tv americana non significa automaticamente che accetteranno di mettersi il bikini e le infradito per andare in spiaggia, che guarderanno pornografia o ascolteranno la musica delle boy band angloamericane. Sopratutto nelle seconde generazioni europee, l’Islam ha rappresentato un fonte di identità personale e collettiva, di riappropriazione di disagi e di marginalizzazione, vera o presunta, rispetto allo spazio europeo laico e desacralizzato. Questa diffidenza è quella che incide nei giudizi di condanna all’estremismo, ancor più nelle fasce giovanili, che condannano l’atto ma alla condanna fanno sempre seguire un “ma”, “però”, “tuttavia” (una ricerca condotta da Policy Exchange, Living apart together, aiuta a capire quanto sostegno, anche tenue, riscuotono le organizzazioni terroristiche nelle comunità islamiche). Giovani europei musulmani che sentono la loro identità religiosa venire prima di quella civile e quindi di avere più cose in comune con i confratelli mediorientali che con i propri concittadini francesi, inglesi, tedeschi, italiani, olandesi.

Qui nasce la radicalizzazione, proprio dall’incrocio di queste ambiguità e conflittualità, esacerbandosi all’interno di una interpretazione che supera la religiosità per diventare meccanismo di dominio di pochi a scapito di molti. Quei pochi che vengono finanziati, in definitiva, da quelle stesse nazioni arabe che si presentano ai summit per la pace giurando di voler aiutare l’Occidente a combattere il terrorismo. Come ho scritto in un mio precedente articolo sui combattenti stranieri: “Nonostante sia connesso a problematiche transnazionali, il radicalismo musulmano che nasce nel Vecchio Continente non è solo il risultato di disagi personali e di dubbi esistenziali sulla propria identità, ma anche di una integrazione sociale fallita e di una forte crisi di rappresentanza che la politica non ha saputo gestire come avrebbe dovuto. La destrutturazione delle democrazie europee, sacrificate ai tecnici e ai burocrati, hanno provocato un frattura profonda tra l’individuo e la società, tra il singolo e le istituzioni, portandolo a sentirsi isolato e parte solo di numeri e statistiche. Quando questi sentimenti si uniscono a disagi individuali sulla propria appartenenza identitaria, esacerbati da una visione religiosa che è integrale proprio perché non conosce il distacco tra la dimensione personale, sociale e politica della vita, quando le sofferenze altrui sembrano un riflesso delle nostre e la prospettiva della guerra un romantico viaggio alla ricerca di ciò che non abbiamo trovato a casa, allora un giovane diciottenne può decidere di diventare un martire, e sacrificare la propria vita ad una causa che, in definitiva, è solo l’ennesima bugia che viene loro venduta da falsi idoli”. Il rapporto tra Islam e Occidente, che è bene ripetere sono uno dentro l’altro, non è mai stato facile e non migliorerà certamente se nessuna delle due parti perverrà all’acquisizione di cosa realmente significa essere occidentali, essere europei, essere cristiani ed essere musulmani. Finchè continueranno ad esserci i “ma” e i “però” di fronte al terrorismo, finché saremo in guerra contro le frange radicali, che è vero sono una minoranza ma una minoranza purtroppo sempre più ampia, finché l’Occidente non raggiungerà una nuova coscienza di se stesso e finché l’Islam non riuscirà a sanare almeno in parte le sue ferite e a conquistare il coraggio morale per dire “basta”, continueremo a sanguinare entrambi, fino a restare dissanguati.

Questo articolo è dedicato a tutti i sunniti vittime dell’odio sciita, a tutti gli sciiti vittime dell’odio sunnita, a tutte le donne costrette a vedere il mondo dalle cuciture del burqa, a tutte le vittime musulmane dell’ISIS e di al-Qa’eda, ai giornalisti di Charlie, ai morti di New York, Madrid, Londra, Tolosa, Nairobi, Giacarta, Islamabad, Baghdad e a tutti coloro che credono che se anche questa guerra potrebbe non finire mai, incontrarsi a metà strada è sempre possibile.