Racconta lo Shahnameh che Re Yima (o Jamshid), il Re dei Re, colui che dominò sopra la terra per settecento anni quando la morte non era ancora conosciuta tra gli uomini ed incontrò lo stesso Ahura Mazda nell’Aryanem Vaejo (centro iperboreo di irradiazione della civiltà aria), colmato il suo cuore di orgoglio, nominò se stesso Dio e pretese che la sua immagine fosse oggetto di venerazione. Fu allora che Ahura Mazda ritirò il suo favore dal Re, e gli stessi nobili e guerrieri si rivoltarono contro di lui sancendo, di fatto, la fine del suo regno.

Colto da patologica auto-esaltazione, ma ben conscio che la sua autorità non fosse di derivazione divina ma provenisse dalla profana e non disinteressata benevolenza dell’entità imperialistica nordamericana, lo Shah Mohammad Reza Pahlavi, nel corso della sua fallimentare “rivoluzione bianca”, durante la seconda metà del XX secolo, nominò se stesso come Arya Mehr (sole ario), arrogandosi altresì una presunta linea diretta di comunicazione con la divinità.

Reza Pahlavi

Fatte le più che ovvie e dovute proporzioni, alla pari di Re Yima, a Reza Pahlavi venne meno, o più probabilmente mai possedé, ciò che Julius Evola definì come la “virtù aria fondamentale” – la verità – e, di conseguenza, la gloria (hvareno – la gloria solare intrinsecamente legata alla regalità nella tradizione iranica) l’abbandonò scatenando il processo rivoluzionario. Di fatto, sotto lo Shah Mohammad Reza, considerato alla stregua di usurpatore e traditore non solo dell’intrinseco retaggio iranico ma anche e soprattutto dell’Islam sciita, vennero meno i legami di fedeltà e di comunione spirituale che avrebbero dovuto saldare i rapporti di potere interni tra la monarchia ed il popolo iraniano.

Ben lontano da quella idealizzazione attraverso la quale la propaganda occidentale dipinse l’Iran a cavallo tra gli anni ’50 e ’70, il Regno dello Shah si reggeva su un fragile equilibrio fondato su un vasto sistema di corruzione e oppressione all’interno, e sull’appoggio incondizionato degli Stati Uniti all’esterno (più meno lo stesso meccanismo che oggi tiene in piedi l’Arabia Saudita del “riformatore” Bin Salman). La fragilità di questo sistema, fondato sulla mera rendita petrolifera, e la paranoia di Mohamed Reza nei confronti di qualsiasi opposizione raggiunse un livello tale che, onde evitare potenziali coup d’état, negli ultimi anni del suo regno, ogni comunicazione militare doveva passare attraverso un complesso sistema di controllo diretto la cui sede centrale era nella sua stessa dimora.

Mohammad Reza Pahlavi durante una visita ufficiale a Washington con John Kennedy e il segretario della difesa Robert McNamara

La principale colpa dello Shah fu dunque quella di aver anteposto alla comunanza spirituale col suo popolo dei rapporti di potere basati sul solo interesse profano ed utilitaristico. Egli accettò totalmente un ordine di idee in cui il mero profitto diventava l’unico criterio del vero ed il tradimento della tradizione una prassi consolidata. In questo senso la Rivoluzione, nonostante la sua iniziale natura ibrida derivata dall’eterogeneo ambito sociale e politico che la compose, finì per imporsi come restaurazione della sovranità divina per mezzo della Legge islamica tradita dal sovrano profano e usurpatore e, dunque, come riappropriazione dell’autenticità dell’esserci e della dimensione sacrale del destino storico del popolo iraniano di fronte alla brutale volgarizzazione economicistica di ogni aspetto della vita umana imposta dal processo di occidentalizzazione e modernizzazione forzata voluto dallo Shah.

Ad onor del vero bisogna comunque ammettere che già prima dello sciagurato regno di Mohammed Reza, più o meno dalla prima metà del XX secolo, alcuni intellettuali iraniani (come Ahmad Kasravi) avevano iniziato a notare come la tecnica moderna ed il secolarismo strisciante avessero prodotto un diffuso sentimento di immoralità ed irreligiosità all’interno della società. La martirizzazione dello Shaykh Fazlullah Nuri, sostenitore della preminenza della Legge islamica e capo dell’opposizione al costituzionalismo di stampo occidentale che portò ad una vera e propria “rivolta” nella prima decade del Novecento, portò alla constatazione che solo l’Islam poteva ergersi a bastione di difesa contro la preponderante influenza della cultura occidentale.

Così, il clero sciita, che per lungo tempo fu totalmente asservito al potere monarchico sostenendo anche, sotto la dinastia Safavide, la politica settaria della casa regnante appoggiata dall’Occidente in chiave anti-ottomana, dopo questa “rivolta costituzionale” si rinchiuse in se stesso.

Ahmad Kasravi

Il “costituzionalismo” dei primi del Novecento, inoltre, venne interpretato da alcuni tra gli intellettuali iraniani che influenzeranno il percorso rivoluzionario (Jalal Al-e Ahmad o Ahmad Fardid in primo luogo) come una sorta di avanguardia delle tecnica e della modernità occidentale. Intellettuali che (come nel caso di Al-e Ahmad), dopo un avvicinamento giovanile al marxismo-leninismo (considerato come lo strumento ideologico di riferimento per l’emancipazione della propria comunità nazionale dall’imperialismo dell’Occidente), assunsero posizioni di totale rifiuto nei confronti di qualsiasi “forma culturale” proveniente dal mondo occidentale.

Proprio Al-e Ahmad si produsse in un corposo studio antropologico, condotto all’interno del suo villaggio natale nella profonda provincia iraniana, in cui evidenziò la frattura enorme tra le strutture sociali tradizionali e quelle imposte attraverso il colonialismo occidentale. L’urbanizzazione, in particolare, come forma di sradicamento interno alla medesima nazione, veniva percepito dall’autore del celeberrimo Gharbzadegi (intossicazione da Occidente) come l’emblema della tirannia della tecnica moderna.

L’abbandono delle campagne causava la necessità di procurarsi cibo in altri modi: ad esempio, importandolo dall’estero insieme ad altri beni finali aprendo le porte alla penetrazione commerciale e culturale straniera. La tecnica moderna, secondo Al-e Ahmad, influenzato in questo anche dal pensiero della Konservative Revolution tedesca (Jünger e Heidegger in primo luogo) aveva infatti agito nel contesto rurale come elemento di divisione, agitazione e distruzione sancendo il trionfo di quel processo che portò il popolo iraniano a sentirsi straniero nel suo stesso paese.

Se l’inizio della penetrazione occidentale in Iran, come già sottolineato, si può far risalire addirittura alla dinastia Safavide, oltre agli anni del costituzionalismo, due eventi del XX secolo hanno segnato in modo profondo la coscienza di questo popolo ed il suo rapporto con il mondo occidentale: l’invasione anglo-sovietica del 1941 (meglio nota col nome in codice di Operation Countenance), mirante ad evitare un potenziale allineamento, che per affinità culturali sarebbe stato quasi inevitabile, tra l’Iran e le potenze dell’Asse; l’esautorazione del governo nazionalista di Mossadeq ad opera della CIA e dell’MI6 nel 1953.

Proprio a seguito dell’esautorazione di Mossadeq, il progetto di occidentalizzazione del paese assunse i connotati di un reale stravolgimento in senso antitradizionale della società. L’Iran di Mohammed Reza si trasformò in un vero e proprio teatro dell’assurdo. A partire dal 1954, il 40% della produzione annuale petrolifera iraniana veniva direttamente destinata al mercato statunitense. Ed il ruolo dello stesso Shah venne ridotto a semplice gendarme degli interessi geopolitici statunitensi nel Golfo Persico. L’economia iraniana venne totalmente subordinata al controllo nordamericano e, in questo contesto, la già perniciosa imitazione dei costumi europei venne progressivamente a sostituirsi dalla ancora più nefasta imitazione dell’americanità.

Quell’Occidente, che nella geografia sacra delle civiltà eurasiatiche assumeva spesso i contorni della “terra dei morti” dalla quale nessuno poteva uscire vivo, venne così ad identificarsi con l’America e la sua pretesa di superiorità morale che si traduceva apertamente nell’imposizione della sua ideologia messianica, globalista, ultra-laica e portatrice di ciò che Ali Shariati definì come “la schiavitù della contingenza”.

Mohammad Mossadeq

Così, si iniziò a maturare l’idea che la rivoluzione dovesse necessariamente prefigurarsi e manifestarsi come re-evolutio: come ritorno heideggeriano (ruckker) ad un punto di partenza dal quale si potesse ristabilire il perduto rapporto tra l’ordine fisico e metafisico all’interno della comunità. Dunque, il termine rivoluzione assunse il significato di contromovimento verso la riappropriazione della dimensione sacrale e dello “spazio sacro” come luogo in cui si manifesta il mistero della comunità spirituale e politica, di recupero della propria tradizione, del proprio “essere nel mondo” e, di conseguenza, del proprio “essere autentico”.

E se l’Islam rappresentava l’ultimo bastione contro l’Occidente, il clero sciita, nella sua componente “rossa” (la componente “rivoluzionaria” che si contrapponeva alla componente “nera” e quietista col potere, secondo la celebre dicotomia elaborata dallo stesso Shariati), anche più degli elementi laici, marxisti, maoisti e nazionalisti (che comunque ebbero un ruolo di rilievo nel processo rivoluzionario), doveva necessariamente farsi carico del discorso politico di opposizione alla monarchia.

Spesso gli storici occidentali tendono ad identificare nella rivolta del 1963 quando, infiammate dalle parole delle guide religiose, migliaia di persone scesero nelle strade a manifestare contro l’oppressione dello Shah, l’inizio dell’attivismo politico dell’Imam Ruhollah Khomeini.

Tuttavia, il suo primo attacco al regime Pahlavi è databile addirittura al 1944 quando apparve un pamphlet che si presentava come una reinterpretazione dell’Islam autentico, dal forte accento di matrice wahhabita, liberato dal presunto oscurantismo dei religiosi. Non potendo più tenere fede al principio della sua hawza (scuola religiosa) secondo il quale il falso si allontana astenendosi dal menzionarlo, l’Imam scelse di redigere una confutazione di questo pamphlet nel quale accusava apertamente lo Shah e tutti coloro che sono dietro questi manigoldi.

Di seguito, constatando il carattere anti-islamico dell’istituzione monarchica, l’Imam elaborò (o meglio approfondì) la dottrina del velayat-e faqih (il vicariato del giureconsulto). Tale dottrina si fondava sull’idea che la conoscenza della Legge islamica fosse la condizione fondamentale per l’autorità politica. Così, lo sviluppo del pensiero politico dell’Islam sciita venne diviso in due periodi: il periodo segnato dalla presenza del Profeta e degli Imam infallibili che già prima dalla creazione erano presenti in forma luminosa presso il trono divino; il periodo dell’occultamento del dodicesimo Imam.

Ora, secondo questa dottrina, l’autorità del dottore della Legge si configurava come il modello di governo nel periodo dell’occultamento dell’Imam in quanto, in sua assenza ed in attesa della nuova parusia, si presentava la necessità che le norme dell’Islam non giacessero inerti.

Il declino dell’Islam che aveva portato un manipolo di giudei ad occupare Gerusalemme e la Terra Santa, secondo Khomeini, era infatti dovuto ad uno stato di cose che aveva portato la Legge a divenire lettera morta. Il colonialismo occidentale, inoltre, era stato capace di contraffare la natura stessa dell’Islam e di rendere i musulmani degli individui estranei alla loro stessa cultura e religione. Per questo le priorità per i “sapienti”, in qualità di eredi dei Profeti e depositari della loro legge, dovevano essere la difesa dell’indipendenza nazionale e del sistema islamico. E per questo motivo Khomeini, al contempo gnostico e rivoluzionario, in ogni suo discorso, pose sempre un’enfasi particolare sulla conoscenza e sul ruolo degli esperti in scienze religiose all’interno della società.

Il peccato di un ulema,

affermava l’Imam,

è molto dannoso per l’Islam e per la società islamica. Se una persona volgare e ignorante commette un peccato, ottiene delle disgrazie solo per sé. Ma se è un ulema a divenire un deviato, se egli è coinvolto in azioni indecenti, egli perverte il mondo intero.

Ed ai suoi studenti non smise mai di dire:

Il popolo si aspetta che voi siate ruhani (spirituali), beneducati nella condotta dell’Islam e che siate hizbullah (Partito di Dio).

Se il fine generale della missione profetica era (e rimane) la rettificazione dell’umanità nel quadro di una struttura sociale che innalzasse l’oppresso e negasse l’oppressione, il lavoro del “virtuoso” giureconsulto era quello di fare in modo che tale opera si compisse attraverso il rispetto fondamentale della Legge. Ma per rispettare questa Legge si rendeva necessario rovesciare un regime dispotico che aveva stritolato il popolo e dilapidato il patrimonio pubblico comprando aerei e tecnologie militari avanzate dagli Stati Uniti utilizzate, sullo stesso suolo iraniano, per preparare alla guerra ed a nuove aggressioni del mondo musulmano i soldati sionisti.

Così, quando nell’estate del 1978 il popolo iraniano si rovesciò nelle strade, nessuno in Occidente fu capace di intuire il reale significato di un fenomeno rivoluzionario che si protrasse fino a quel referendum popolare che diede vita alla Repubblica islamica dell’Iran e ad una forma di “democrazia collettiva” i cui principi, fondati sul concetto di sovranità di Dio, si presentavano come naturalmente contrastanti con la democrazia liberale di stampo occidentale.

E l’attuale accanimento nei confronti dell’Iran deriva proprio da questo. Dal fatto che il suo sistema politico-istituzionale “teocentrico”, nonostante le evidenti problematiche, contraddizioni e difficoltà che ogni Paese al mondo porta con sé in misura maggiore o minore, rappresenta comunque una radicale alternativa al modello occidentale in cui Dio viene sostituito dal “mercato” e dal profitto.

Il popolo iraniano nel 1979 optò per ristabilire la verità nella propria esistenza. E l’immane sacrificio di questo popolo, costretto a vili regimi sanzionatori e ad aggressioni terroristiche e mediatiche di vario genere, alla pari del sacrificio dell’Imam Hussein a Kerbala, non fa altro che rappresentare il prodigarsi dell’umanità nella salvaguardia delle sue necessità principali: la verità e la giustizia.

La Rivoluzione è stata yaqzah (risveglio): il primo passo di un percorso spirituale che ha portato l’uomo a riaffermare la sua umanità negatagli dall’oppressione di chi teme l’uomo che tende verso l’alto e non limita il suo sguardo alla mera realtà materiale. Affermò Khomeini:

Tutti i mondi materiali sono veli di tenebra. Se invece il mondo è un mezzo per dirigere l’attenzione verso la verità e per giungere alla dimora dell’aldilà, che è la dimora dell’onore, allora i veli di tenebra si trasformano in veli di luce.