Quando pensiamo all’Iran lo colleghiamo immediatamente all’immagine austera dell’ayatollah Khomeini, alle impiccagioni pubbliche sulle gru,  agli squadroni della morte, ai ragazzi iraniani che corrono lungo i campi minati iracheni urlando Allah akbar o agli ostaggi americani bendati e con le mani legate dietro la schiena. Lo colleghiamo al programma nucleare, alla definizione di rogue state, ad un ex Presidente oltranzista come Mahmoud Ahmadinejad che “nega l’olocausto, predica l’apocalisse e minaccia di distruggere Israele“. In Occidente pensiamo che con la Rivoluzione islamica del 1979 il paese abbia fermato il tempo e sia tornato nel Medioevo. E ingenuamente ci siamo convinti che prima o poi, schiacciato dal XXI secolo e dall’embargo internazionale, il paese crollerà. Eppure si era detto che l’Iran sarebbe dovuto collassare in seguito al caos della Rivoluzione, che andava incontro all’anarchia in seguito all’attentato del 1981 al quartier generale del partito di Khomeini e che sarebbe stato conquistato da Saddam Houssein nella guerra Iran-Iraq. Sono passati più di trent’anni da quegli eventi, ma la Repubblica Islamica sciita dell’Iran è ancora in piedi mentre Saddam, maglia di protezione per il sunnismo mediorientale, è stato deposto e giustiziato.

L’Iran è un paese estremamente complesso, difficile da capire per gli stranieri, altrettanto per gli stessi iraniani. C’est un pays sous le voile des apparences. E’ un paese sotto il velo delle apparenze. Così si esprime uno dei primi e più stretti collaboratori di Khomeini, spiegando come esso sia fatto di tante sfumature diverse. E’ certamente una nazione profondamente religiosa ma che sta cercando di modernizzarsi; alle elezioni generali i partiti religiosi conquistano non più del 10% dei voti (molto meno che in Turchia, un paese NATO che aspira ad entrare nell’UE) e la forza propulsiva del progresso deriva proprio dai mullah che l’Occidente considera anacronistici relitti medioevali. Senza dubbio, con l’invasione dell’Iraq e dell’Afghanistan, il parlamento ha subito un rafforzamento nelle sua ala intransigente e conservatrice negli ultimi anni, ma è dovuto proprio alla presenza di eserciti stranieri su due dei suoi confini naturali.

Gli iraniani leggono i nostri libri, guardano i nostri film, ascoltano la nostra musica e hanno accolto la tecnologia, sopratutto internet, con un entusiasmo pari a quello americano. Il farsi è la terza lingua più usata in rete dopo inglese e cinese mandarino e persino l’ex Presidente Ahmadinejad possiede un suo blog personale. La società iraniana ha sotto alcuni punti di vista raggiunto standard tipicamente moderni; l’indice di crescita demografica, per esempio, è calato dal 3,2% al 1,2% dal 1986 al 2001, raggiungendo all’incirca quello statunitense. Il sesso e il piacere non sono tabù come nel sunnismo, tant’é che è stata mantenuta la vecchia tradizione sciita del zawaj al-mut’a (matrimonio temporaneo di piacere), ovvero una forma di prostituzione autorizzata. Per una donna iraniana l’età media del matrimonio è intorno ai venticinque anni mentre negli ultimi anni dello Scià era di tredici anni. Dopo la Thailandia, l’Iran è il paese dove si esegue il maggior numero di interventi chirurgici per il cambio di sesso. A Teheran – differentemente che nel resto del Paese – ci sono locali dove servono bevande analocoliche e ragazze e ragazzi, non sposati, fumano narghilé, ballano e le donne possono sciogliersi lo chador e tenerlo al collo; i loro party non hanno nulla da invidiare ai nostri e a differenza dell’Arabia Saudita, la polizia religiosa non è ad ogni angolo di strada a controllare il rispetto e “l’ordine morale”. A questi indubbi progressi sociali, si affianca una arretratezza economica che fa soffrire notevolmente il paese. A dispetto di una ricchissima elité che legge il Times e mangia francese, la maggioranza della popolazione vive in casermoni di cemento armato, anonimi, umidi, che ricordano i palazzi dell’era sovietica nell’Europa dell’est. L’utilitaria nazionale, il mostro ecologico Paykan, è la responsabile di un livello di inquinamento altissimo nella sola Teheran. Inoltre, l’Iran è ancora uno Stato di polizia e la sua società, a fronte dei progressi di cui sopra, è chiusa e profondamente paranoide. Ogni straniero è considerato alla stregua di potenziali spie. Non esiste giornalismo investigativo, non esistono le interrogazioni parlamentari, i dissidenti più chiassosi vengono ancora zittiti nella prigione di Evin e ogni tanto vengono rispolverate punizioni come flagellazioni e impiccagioni pubbliche.

L’Iran viene considerato una società chiusa e un nemico lontano, che di tanto in tanto riemerge con terribili ma per il momento vane minacce. Non sorprende che in Occidente, sopratutto negli Stati Uniti, nessuno ha notato quanto è cambiamento il paese negli ultimi trent’anni; è vero, l’Iran lavora ancora sull’onda dell’ortodossia islamica, ma al tempo stesso è divenuto un attore politico razionale, metodico, paziente. Se si scrosta la superficie dell’islam, ci si accorge che gli iraniani sono permeati da un nazionalismo anticoloniale di vecchio stampo che, in fondo all’animo dello sciismo, nasconde un rinnovato desiderio di impero. Questa aspirazione non è monopolio dei vertici religiosi ed esecutivi ma si estende anche alle componenti più laiche e moderate della società. Ciò che spinge l’Iran verso questi sentimenti imperialisti non è solo un calcolo geopolitico di una novella Roma musulmana, ma un pervasivo sentimento di predestinazione, una fede incrollabile nel diritto ad esercitare la propria influenza sciita sul Golfo Persico e parte del Medio Oriente sunnita.

Questa convinzione non è una astrazione invocata da Teheran per distrarre le masse dai numerosi problemi che ancora affligono la società iraniana, ma trova le sue radici nella sconfitta che Israele ha subito in Libano dal 1982 al 2000. In quella lunga e sanguinosa guerra, Hezbollah, il braccio armato iraniano, è riuscito a infliggere la prima sconfitta dalla nascita del paese, nel 1948. Gli israeliani sostengono di non essere stati batutti militarmente, ma di aver solo perso la voglia di combattere. La verità è che si sono ritirati dal Libano avendo subito pesanti perdite e senza aver raggiunto nessuno degli obiettivi prefissati. Oggi, in quel lembo di terra compreso tra la Siria ed Israele, Hezbollah ha naturalmente riempito il vuoto di potere impossessandosi un pezzo alla volta dell’autorità fino a diventare parte integrante dello Stato. Incastonato tra un ambiguo alleato (la Siria degli Assad) e un acerrimo nemico (Israele), il Libano è divenuto oggi un avamposto dell’influenza iraniana nel Medio Oriente e rappresenta, come disse l’attuale ayatollah Ali Khamenei, “il più grande successo di politica estera dell’Iran. Lo ripeteremo nel Dar al-Islam fino a quando tutto l’islam non sarà libero”. L’Iran è convinto infatti di aver sviluppato in Libano un nuovo modo di fare la guerra, una tattica che consente di arrestare anche la forza di un esercito convenzionale, una guerriglia che prevede un lungo e doloroso logoramento, e che ha avuto modo di sperimentare ininterrottamente dal 1982 al 2000. Dietro agli attentati alle ambasciate americane e alla caserma dei marines a Beirut, dietro i sequestri degli occidentali, dietro ai dirottamenti aerei negli anni ’80 e primi ’90 c’erano i pasdaran iraniani, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, con le Qods Force, una unità di spionaggio militare oggi comandanta dal generale Suleimani. Uno Stato dentro lo Stato. Oggi l’Iran, con i missili Silkworm, dislocati sotto terra lungo il Golfo Persico, è in grado di interrompere in una manciata di minuti i rifornimenti petroliferi dal Medio Oriente. Questa nuova consapevolezza ha inciso enormente sugli indirizzi della politica estera di Teheran che dopo aver conquistato il Libano, ha sfruttato il crollo dell’Iraq sunnita per imporre la propria egemonia in un’area al 65% sciita (schiacciata da secoli di dominio sunnita), calpestando ogni possibile rappresentanza di esuli iracheni lontani dalle politiche iraniane. L’invasione americana del 2003 ha portato solo enormi vantaggi all’Iran, che ha saputo immediatamente, tramite il suo poroso confine, allungare le mani su Bassora e il sud dell’Iraq (responsabile della produzione di 3,2 milioni di barili di petrolio al giorno) e imporre la presenza sciita tramite i suoi emissari politici: il partito del Da’wa e lo SCIRI (Consiglio Supremo della Resistenza Islamica in Iraq). Dal 2005, anno delle prime libere elezioni in Iraq dopo la guerra, si sono succeduti due governi sciiti legati a doppio filo al Da’wa e a Teheran, prima con Nuri al-Maliki e poi, in seguito al suo fallimento a fronte dell’acuirsi della minaccia ISIS, con al-A’badi. Ed è stata la prima volta che un partito sciita ha governato un paese sunnita, la prima dalla dinastia dei fatimidi in Egitto, nell’VIII secolo. Questo successo iraniano è imputabile ad una strategia che Ryan Crocker, ambasciatore statunitense a Baghdad, ha definito “libanizzazione” dell’Iraq. Subito dopo il crollo di Saddam, gli americani si resero ben presto conto che la sconfitta dell’esercito iracheno rappresentava invece una loro sconfitta in quanto era il kalashnikov, e non il Corano, a tenere unito l’Iraq e lontano dai conflitti etnici. Senza più delle forze armate, servizi di intelligence, polizia, la polveriera irachena implose rapidamente e l’Iran ne approfittò per fare esattamente ciò che aveva fatto in Libano fino a un paio di anni prima. Oltre ad aggregare i maggiori partiti sciiti del sud, numerose milizie finanziate dai pasdaran assunsero il controllo della sicurezza di quartieri come Sadr City, la baraccopoli sciita di Baghdad. Allo stesso tempo l’Iran riuscì ad aggregare anche folti gruppi nazionalisti, come quelli guidati da Moqtada al-Sadr che confluivano nell’esercito del Madhi, le milizie che nel 2004 tennero occupate le truppe della coalizione in lunghi combattimenti. A questo si unì una progressiva e deliberata ostracizzazione del clero moderato sciita, che avrebbe potuto compromettere il passaggio politico dal controllo sunnita a quello sciita iraniano. L’ayatollah al-Sistani, uno dei religiosi sciiti moderati più carismatici e preparati, nel 1993 venne sostanzialmente esiliato in Libano con una decisione di Teheran che, in seguito alla morte dell’ayatollah Khoei, gli preferì un suo emissario. La stessa scena si sarebbe ripetuta undici anni dopo in Iraq dove il figlio dello stesso Khoei, Majid, rientrato a Najaf (città sacra sciita) per prendere le redini dei movimenti regionali, venne ucciso dalla folla nella moschea di Ali ibn Talib, probabilmente aizzati da membri del Da’wa. L’Iran continuò così ad indebolire il clero indipendente iracheno, comprando il silenzio dei seguaci di Sistani, corrompendo le auturità pubbliche, modificando i percorsi di studio a Najaf. Teheran non si lasciò coinvolgere in profondità nello sviluppo della politica irachena ma fece in modo di mantenersi equidistante dalle varie fazioni facendo leva sulle differenze partitiche sciite, in modo da imporre gradualmente il proprio ordine tramite armi e denaro. Oltre ad essere parte di una strategia di estensione dell’influenza politica in un’area sunnita, la crisi irachena è stata il luogo ideale per dissanguare gli Stati Uniti e tenerli impegnati in una guerra senza fine che li tenesse distratti e restii a concentrare i propri sforzi su tentativi di contrasto all’espansione iraniana nell’area. Il fatto che Teheran chiedesse formalmente il ritiro delle truppe americane nascondeva in realtà la volontà di tenerle impegnate per mezzo delle milizie direttamente o indirettamente controllate (come l’esercito del Madhi), creando così uno stallo, oneroso sia dal punto di vista economico che di sacrifici umani, e fiaccando la volontà americana di combattere ancora per stabilire una parvenza di ordine in Medio Oriente.

Nessuno vide mai truppe iraniane in Iraq, e nessuna bandiera è stata piantata a Baghdad, eppure sono dieci anni che alla guida del paese si succedono gabinetti sciiti legati all’Iran; e il ministro del petrolio iracheno è ormai ospite fisso di Teheran. Puntare sull’Iraq è stata una mossa audace e remunerativa per dominare il Golfo Persico. Data la dipendenza del mondo dalle riserve di idrocarburi, questa piccola zona è strategica almeno quanto il Pacifico e l’Atlantico e la grande influenza iraniana nella zona potrebbe rende il paese degli ayatollah il primo produttore mondiale di petrolio. Questo fatto non sfuggì certamente alla monarchia saudita che è rimasta terrorizzata dal ritiro americano dall’Iraq e dal caos che potrebbe contagiarla. E sono allo stesso modo terrorizzati dall’ascesa iraniana nel Golfo, poiché sta dimostrando come l’ordine sunnita del XX secolo stia fallendo molto più velocemente di quanto si potessero aspettare. I sunniti hanno perso quattro guerre contro Israele (1948, 1967, 1973 e indirettamente nel 1982), “lo scudo arabo” sunnita contro il risorgente sciismo iraniano, ovvero Saddam Houssein, ha perso la guerra Iran-Iraq del 1980-88, la guerra del Golfo del 1990-91 e il proprio paese nel 2003. Il nazionalismo arabo inoltre, paravento per mantenere lo status quo sunnita, non è minimanente riuscito ad unire i popoli arabi della regione. Significativo di questa crisi del sunnismo è un sondaggio Zogby del 2008 che ha evidenziato come non vi sia alcun sunnita tra i leader più popolari in Medio Oriente: essi erano infatti Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah sciita, Bashar al-Assad, presidente siriano alawita e Mahmoud Ahmadinejad, presidente sciita iraniano.

Ad oggi dunque l’Iran ha esteso la sua influenza politica sul Libano, l’Iraq e parte del Kurdistan nordorientale dove Mahmoud Barzani, un piccolo signore della guerra locale, mantiene il controllo di quella impervia regione per Teheran, dove l’annessione è stata de facto ma non de jure. A queste regioni bisogna aggiungere anche i legami con la Palestina che, nonostante il tradimento di Arafat e dell’OLP con l’appoggio a Saddam negli anni ’80, continua a ricevere sovvenzioni militari ed economiche per contrastare Israele. Inoltre il Presidente Assad, storico ambiguo alleato degli ayatollah, ha manenuto il controllo del proprio paese a fronte delle pressioni internazionali e delle ribellioni interne rappresentando un ulteriore punto a favore per l’imposizione di una egemonia iraniana sulla regione mediorientale. Il risorgismo sciita è sembrato però arrestarsi nel 2014 con la proclamazione del Califfato kafir sunnita di Abu Bakr al-Baghdadi che ha conquistato parte del nord dell’Iraq, del Kurdistan turco e della Siria. L’Iran si sta battendo in prima linea per contrastare il Califfato in quanto rappresenta attualmente la minaccia più importante ai suoi progetti egemonici nell’area e il sospetto che gli Stati sunniti dell’area (Arabia Saudita, Qatar, Yemen, Oman) sostengano le truppe di al-Baghdadi in funzione antisiriana e antiraniana è più che legittimo e fondato.

La domanda che resta da farsi è: cosa fare dunque con questo nuovo Iran? Probabilmente nessuno, da Washington a Londra, da Parigi a Roma fino a Berlino lo sa con precisione. Quello che è certo è che dove c’era caos l’Iran ha imposto, anche in modo spietato, una parvenza di ordine. Se vogliamo stabilizzare il Medio Oriente, forse è ora di cominciare a tenere i nemici dei nostri nemici un po’ più vicini.