L’amministrazione Trump sembra aver rispolverato un vecchio sogno di egemonia globale chiamato il “Progetto per un nuovo secolo americano”, sviluppato negli anni ’90 da pensatori e strateghi appartenenti all’universo neoconservatore, come Robert Kagan, Dick Cheney, Donald Rumsfeld, Paul Wolfowitz, e John Bolton, l’attuale consigliere per la sicurezza nazionale di Trump. L’ambizioso obiettivo del think tank, oggi disciolto, ma le cui idee continuano a permeare gli ambienti della destra religiosa, del partito repubblicano e dell’eccezionalismo americano, era di sfruttare adeguatamente la vittoria nella guerra fredda per estendere l’egemonia americana in tutto il mondo, con particolare attenzione al Medio oriente.

I sostenitori del secolo americano sono spesso ricordati per la presunta influenza giocata nella scrittura dell’agenda estera dell’era Bush Jr, in particolare per il lancio della cosiddetta Guerra al terrore, durante la quale l’Iraq di Saddam Hussein fu colpito da un cambio di regime. Fu l’inizio del caos in tutto il Medio oriente, furono sparsi i semi per la diffusione di una cronica instabilità, guerre per procura, violenza interreligiosa, alimentando l’ormai ventennale radicalismo islamico, di cui non Al-Qaeda, ma la nascita dell’autoproclamato Stato Islamico senza dubbio rappresenta l’esperienza più emblematica.

Il problema non era l’Iraq in sé,  ma la presenza di Saddam, un prezioso partner strategico per l’Occidente durante la guerra fredda, convinto, armato e finanziato per dichiarare guerra all’Iran, ma che con il tempo era divenuto intollerabile per via di pericolose ambizioni espansionistiche nella regione arabo-persica. L’Iran, d’altra parte, era descritto dal think tank come una minaccia di diversa natura, ossia non eliminabile attraverso un semplice cambio di regime, ma necessitante di una strategia di contenimento spalmata sul lungo termine, per via di una serie peculiarità culturali e geopolitiche.

Recentemente il New York Times ha pubblicato un’analisi molto interessante a cura di Carol Giacomo, intitolata “Iran and the United States: Doomed to Be Forever Enemies?”. Giacomo descrive con cura le fasi che hanno portato i due paesi a trasformarsi da storici partner ad acerrimi nemici, e le conclusioni sono condivisibili: entrambi dovrebbero trovare un modo di cooperare per evitare che l’escalation diventi ancora più pericolosa, con ricadute sulle intere relazioni internazionali.

Il vero problema, che analisti e politici sembrano non capire, è il seguente: tra Iran e Stati Uniti non potrà mai esserci una pace duratura, perché Tehran, proprio come Mosca, è condannata dai difensori dell’impero americano ad essere vista come un nemico naturale. Iran e Russia condividono una storia ed un destino simili, è stato proprio il senso di accerchiamento perenne da potenze straniere miranti a deprivarle delle loro naturali sfere di influenza, e sottometterle con governi fantoccio, a spingerle ad avvicinarsi sempre di più nell’ultima decade.

Il contenimento antirusso e antiiraniano condividono anche un comune punto d’origine: il Grande Gioco. A quel tempo, però, non erano gli Stati Uniti ad avere un’agenda imperialistica nell’Asia centrale e mediorientale, ma Londra e Mosca. Alcuni paesi sono vittime della cosiddetta maledizione della risorse, altri, come l’Iran e la Russia, sono vittime di quella che può essere ribattezzata la maledizione della geografia. L’Iran è il vero punto di incontro tra Medio Oriente e Asia orientale, tra Asia russa e subcontinente indiano, è sede di una civiltà millenaria che ha prosperato nei secoli sfruttando tale posizione geostrategica, vantando contatti remoti con le civiltà europea, russa, ottomana, indiana e cinese.

Diversamente da altri paesi dell’area, l’Iran ha anche una tradizione di lunga data di stabilità politica e sociale, un’identità nazionale plurisecolare resistita ad ogni tentativo di occidentalizzazione, proprio perché ben definita e non costruita artificialmente, sullo sfondo di una disposizione considerevole di risorse strategiche, come petrolio e gas. È per via di questi fattori che l’Iran è, dai tempi del Grande Gioco, al centro degli scontri egemonici tra le grandi potenze mondiali. Il Grande Gioco fu un periodo di contrapposizione, principalmente tra impero russo e britannico, durato dagli anni ’30 agli anni ’90 del 1800.

I britannici avevano paura che l’avventurismo russo in Asia si potesse concludere con la caduta di Persia e Turchia nella sfera d’influenza russa, con inevitabili ripercussioni sul controllo del subcontinente indiano, e quindi dell’estremo oriente. I russi temevano che i britannici potessero usare la loro influenza sulle terre a maggioranza islamica per provocare moti antirussi sia nell’impero che nei khanati prorussi. Una situazione perdurante ancora oggi, ma che vede gli Stati Uniti ad aver sostituito i britannici.

Il declinante impero persiano era tra due fuochi, guidato dalla dinastia Qajar. La famiglia riuscì a restare al potere fino alla prima guerra mondiale, trovando un modo per soddisfare sia gli interessi russi che britannici, anche se in maniera precaria. Ragion per cui nel primo dopoguerra i britannici approfittarono della rivoluzione russa per deporre i Qajar in favore dei Pahlavi, considerati più competenti e propensi a difendere l’interesse nazionale britannico.

Reza Shah fu scelto dai britannici come il capo della dinastia e il paese, almeno inizialmente, soddisfò le richieste provenienti da Londra. A partire dagli anni ’30, però, la linea politica virò per un radicale cambiamento, palesando le velleità autonomiste ed antibritanniche dello Shah. Nel 1932 egli cancellò la concessione petrolifera all’Anglo-Persian Oil Company per ritrattare una nuova divisione dei profitti maggiormente in favore dell’Iran, ottenendo un compromesso l’anno seguente. Poi trasferì il diritto di stampare moneta dalla Banca Imperiale Britannica alla Banca Nazionale dell’Iran, promulgando una serie di leggi limitanti ruolo e presenza di stranieri nelle istituzioni e nei settori strategici.

In linea con tali ambizioni nazionalistiche, nel 1935 cambiò il nome al paese, da Persia a Iran, sullo sfondo dell’inizio di una forte riduzione del commercio con Unione Sovietica e Gran Bretagna in favore di nuovi mercati, tra i quali la Germania nazista. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Londra e Mosca decisero congiuntamente di deporre lo Shah, invadendo il paese nell’agosto del 1941 ed occupando Tehran. I britannici forzarono lo Shah ad abdicare in favore del figlio, Mohammad.

Reza Pahlavi

Mohammad inizialmente continuò il percorso inaugurato dal padre di occidentalizzazione culturale ed economica ma, presto, proprio come lui, virò verso una nuova politica intrisa di nazionalismo ed anti-imperialismo. Nel 1951 fu nominato come primo ministro il fervente nazionalista Mohammad Mosaddegh, capofila dell’ala politica più sciovinista ed antibritannica del paese, dando inizio ad una battaglia terminata tre anni dopo con l’operazione Ajax. Mosaddegh aveva fatto della nazionalizzazione dei settori strategici, inclusa l’industria petrolifera, il suo più importante cavallo di battaglia.

Mosaddegh convinse lo Shah, la politica e la società dell’importanza di controllare il petrolio del paese, perché funzionale a raggiungere la sognata indipendenza politica ed economica, estromettendo i britannici di uno strumento di dominazione sul paese. I britannici chiesero aiuto agli Stati Uniti per rimuovere lo scomodo primo ministro e riportare lo Shah all’ordine, dichiarandosi (falsamente) preoccupati che il programma di nazionalizzazione potesse nascondere ambizioni comuniste, anche in luce della retorica antiimperialistica e antioccidentale utilizzata dai seguaci di Mosaddegh. Con l’aiuto di una parte delle forze armate, la CIA e il SIS diffusero caos e violenza nel paese come parte dell’operazione Ajax. Lo Shah fu costretto a deporre Mosaddegh in favore del generale proamericano Fazlollah Zahedi.

L’operazione Ajax rappresenta uno spartiacque nella storia recente del mondo arabo-islamico: da una parte ha sancito la fine definitiva dell’egemonia britannica sul Medio oriente e l’entrata degli Stati Uniti, d’altra parte il suo impatto culturale ha giocato un ruolo chiave nell’alimentare il risveglio islamico occorso di lì a breve.

Mossadeq al confino ad Ahmadabad nel 1965

Nel post-Ajax lo Shah rafforzò la politica di occidentalizzazione forzata, conosciuta come la rivoluzione bianca, iniziando a scontrarsi con l’opposizione rappresentata dal clero sciita e dai comunisti, ma anche dalla società non schierata. Inoltre, su iniziativa statunitense, stabilì strette relazioni diplomatiche con l’Arabia Saudita, dando vita alla cosiddetta politica dei due pilastri: Tehran e Riyadh avrebbero custodito e difeso gli interessi statunitensi in Medio oriente.

Negli anni ’70 lo Shah diede vita ad un nuovo corso politico nazionalista, seppure più timido e debole rispetto all’epoca di Mosaddegh, stabilendo rapporti con la Libia di Gheddafi, supportando ed incoraggiando i paesi OPEC durante la crisi petrolifera del 1973, criticando l’influenza della lobby israeliana nella politica americana e, soprattutto, concludendo gli accordi di Algiers con l’Iraq, senza previa consultazione con Stati Uniti e Israele, impedendo loro di usare il territorio iraniano per inviare aiuti ai curdi iraqeni.

L’occidentalizzazione della società e il graduale ritorno dell’anti-imperialismo in politica estera ebbero luogo sullo sfondo della caduta nell’instabilità del paese, per via delle sempre più frequenti proteste messe in atto da sciiti e comunisti. Nel 1979 il paese era sull’orlo della guerra civile, una situazione che convinse lo Shah a fuggire, ricevendo asilo nell’Egitto dell’amico Anwar Sadat, mentre il governo temporaneo di Shapour Bakhtiar richiamò in patria Ruhollah Khomeini, il leader morale delle proteste.

L’1 aprile 1979 gli iraniani furono chiamati ad un referendum per trasformare il paese in una repubblica islamica basata sulla Shar’ia: stravinse il “sì”. Lo stesso anno, Khomeini assunse il ruolo di leader supremo e trasportò rapidamente il paese fuori dall’orbita occidentale.

Ruhollah Khomeini

40 anni dopo la rivoluzione è ancora fonte di dibattito, se e in che modo ci fu un qualche intervento e interesse da parte dell’Occidente a deporre il sempre più scomodo Shah. Fu proprio lui, dall’esilio, a diffondere teorie cospirazioniste condensate nella celebre frase: “Se sollevi la barba di Khomeini troverai scritto sul mento ‘Made in England’”.

Alcuni documenti declassificati della CIA, la cui autenticità è contestata in Iran, sembrano provare che Khomeini cercò di convincere gli Stati Uniti a rovesciare lo Shah già negli anni ’60. Inoltre, è indubbiamente vero che i più alti ranghi militari dell’epoca erano stati infiltrati da uomini sul libro paga degli Stati Uniti sin dal dopo-Ajax e che, perciò, nessuna rivoluzione traumatica avrebbe potuto avere luogo senza un “consenso” in un paese di così vitale importanza geostrategica.

Dovremmo tenere in considerazione le accuse dello Shah anche perché la storia insegna che anche quando una rivoluzione sembra spontanea e nata dal basso, ha sempre luogo un’influenza esterna mirante a sfruttare le dinamiche createsi.

Ma anche se lo Shah avesse avuto ragione e Khomeini fosse stato veramente aiutato dall’Occidente, nulla cambia il fatto che l’Occidente ha perso lo scontro lungo un secolo contro un paese alla ricerca di libertà da sempre incompreso. Infatti, l’Iran di Khomeini cessò subito la politica dei due pilastri, dando vita ad una guerra fredda con Israele e Arabia Saudita, sfidando l’egemonia statunitense sul mondo islamico, e iniziando a diffondere i valori rivoluzionari in tutto il mondo.

L’Occidente cercò di rovesciare la situazione spingendo Saddam a dichiarare guerra all’Iran, ma Tehran mostrò al mondo un’incredibile capacità di sopravvivenza e resistenza.

Ad oggi, nonostante la campagna di omicidi mirati guidata dal Mossad che ha privato il paese delle sue migliori menti, ostacolando la corsa alle armi del paese, ed il regime sanzionatorio in piedi da vent’anni, e i tentativi periodici di scatenare delle rivoluzioni colorate, il khomeinismo continua a permeare profondamente la società, la cultura e la politica iraniane, e il paese è anche riuscito ad avere successo in diverso campi: l’esportazione del khomeinismo nel mondo, come palesato dalla crescita straordinaria dello sciismo duodecimano in Medio oriente e America latina, l’estensione della propria sfera d’influenza fino a Libano, Siria e Yemen, con l’obiettivo finale di dar vita al cosiddetto Asse della resistenza.

Mohammad Reza Pahlavi

L’amministrazione Trump ha recuperato il progetto del nuovo secolo americano e, insieme ad esso, l’idea di esercitare la massima pressione sull’Iran, per provocare un cambio di regime dal basso. La guerra, infatti, non è una valida opzione: i costi, umani ed economici, sarebbero troppo alti e, contrariamente all’Iraq di Saddam, l’Iran ha tutto il potenziale per e la volontà di infiammare l’intero Medio oriente, portando la guerra fino alle porte di Israele e Arabia Saudita, grazie alla galassia di alleati costruita negli ultimi vent’anni.

Ma anche se la linea dura di Bolton dovesse avere successo e il regime khomeinista dovesse cadere, è l’applicazione della geofilosofia alla lettura della storia che ci mostra l’inutilità di provare a sottomettere l’Iran che, per caratteristiche geopolitiche e culturali summenzionate, mostrerà nel lungo periodo volontà autonomiste. Infatti, sono sempre stati gli stessi uomini scelti da Londra e Washington, perché considerati affidabili, a decidere, infine, di spezzare le catene dell’oppressione, pur consapevoli dei rischi, per dar al paese potere e indipendenza.

Il realismo politico deve prendere in considerazione l’esistenza di variabili soltanto marginalmente alterabili che rendono impraticabile la diplomazia della forza dell’Iran, per via della sua coscienza nazionale radicata, cultura resistente e resiliente, entrambe espressioni di una civiltà millenaria. Queste variabili dovrebbero spingere gli Stati Uniti ad accettare la presenza, e l’esistenza, nelle relazioni internazionali di giocatori desiderosi di avere delle proprie sfere d’influenza.

L’accordo sul nucleare siglato durante l’era Obama ha mostrato che entrambi possono, e devono, sostituire la rivalità con il mutuo rispetto in maniera tale da raggiungere obiettivi la cui importanza è di interesse globale, anche se il prezzo da pagare è il sacrificio di obiettivi considerati di vitali importanza.