Ci sono anni in cui il la parola contemporaneità assume una rilevanza tutta particolare, letterale e non solo storica. Sono in genere anni in cui si assiste alla coincidenza del rinnovo dei governi, magari in una congiuntura delicata in cui trend internazionali e politica domestica e regionale corrono sullo stesso filo di alta tensione in attesa che gli esiti del processo elettivo sanciscano i nuovi equilibri.
l 2017 sarà forse ricordato in questo senso come un turning point, dal momento che è  l’anno del rinnovo dei governi di molti paesi: dopo l’insediamento di Trump alla Casa Bianca in gennaio, Macron fresco di Eliseo in Francia e le elezioni tedesche in calendario per settembre, la prossima consultazione che si presta a catalizzare l’attenzione internazionale è la tornata elettorale per il rinnovo della presidenza iraniana, in programma per il 19 maggio. L’appuntamento elettorale iraniano suscita attesa e curiosità soprattutto alla luce della situazione internazionale: dopo il cambio di presidenza statunitense e quello recente francese, il nuovo profilo del governo della Repubblica Islamica è un tassello imprescindibile nel quadro dell’articolazione degli equilibri geopolitici e in ottica diplomatica, stringendo un legame a doppio filo tra il destino di Teheran e quello di tutta la comunità internazionale.

Le felicitazioni manifestate dal governo iraniano per l’elezione di Emmanuel Macron e gli auspici di floride future collaborazioni con la Francia non sono il sintomo di un generale clima di tranquillità, che risulta al contrario raffreddato dal deterioramento progressivo delle relazioni iraniane con Washington: dall’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca, l’amministrazione americana ha sempre più insistentemente puntato il dito contro gli accordi sul nucleare e contro l’Iran, rafforzando al contempo l’asse israeliano e saudita e la presenza in Siria. Proprio le relazioni con Washington e in generale la politica estera della Repubblica Islamica si prestano ad essere in questa tornata elettorale un elemento condizionante, che potrebbe alienare o convogliare il consenso attorno ai candidati in un momento in cui l’Iran vive una recente (seppur progressiva) riabilitazione internazionale seguita al successo dei negoziati sul nucleare del luglio 2015.
Attorno all’Iran aleggia l’aura di un paese imperscrutabile, cangiante, le cui contraddizioni rendono complicato ad un osservatore poco avvezzo la comprensione di un attore che, anche per questo motivo, è stato spesso rappresentato come   nemico. Le presidenziali ci offrono un’occasione per sondare uno di questi aspetti di complessità, sicuramente quello che si presta ad essere centrale nell’imminente appuntamento elettorale: il sistema politico della Repubblica Islamica, che per la sua complessità e peculiarità, oltre ad essere poco noto in Occidente, è spesso anche oggetto di interpretazioni scorrette.

Il sistema politico iraniano: architettura istituzionale
Il sistema politico iraniano è duale, come è facile evincere dalla denominazione Repubblica Islamica: il doppio binario di organi elettivi e non elettivi  costituisce una simbiosi istituzionale del tutto peculiare rispetto alle forme consuete, che rende difficile una classificazione politologica del sistema iraniano nelle categorie tipiche della teocrazia o della democrazia, rappresentando piuttosto un ibrido tra le due. La costituzione iraniana, figlia della rivoluzione khomeinista del 1979, incarna questo dualismo riconoscendo un doppio canale di legittimazione: uno divino, che giustifica la non elettività delle istituzioni di matrice religiosa, e uno civile a giustificazione dell’elettività delle altre.

L’elettorato iraniano conta una popolazione di circa 46 milioni di iraniani, su un totale di circa 65 milioni, di cui quasi la metà under 30. L’elettorato elegge tre organi: il presidente, l’Assemblea degli Esperti e il Majlès, ossia il parlamento. Il presidente, che è a capo dell’esecutivo ricalcando il modello presidenziale, è eletto direttamente, a suffragio universale e a maggioranza assoluta, con ballottaggio tra i primi due candidati nel caso che tale maggioranza non sia raggiunta al primo turno. Il mandato è di quattro anni rinnovabile fino a due volte consecutive e la carica di presidente ha assunto su di sé anche i compiti che prima della riforma costituzionale del 1989 erano assegnati al primo ministro. La presidenza è la seconda più alta carica dello Stato e tutte le candidature alla presidenza sono sottoposte al Consiglio dei Guardiani, composto da dodici membri: sei sono teologi nominati dalla Guida Suprema e altrettanti sono giuristi nominati dal Consiglio Supremo di Giustizia. I membri sono eletti per sei anni con un ricambio ogni tre anni di metà dei loro componenti. Il Consiglio esercita funzioni di filtro e di supervisione su ogni atto legislativo e procedura per assicurarsi che siano in conformità alla costituzione e alla legge islamica e sceglie i candidati finali per le elezioni presidenziali.

Il primo dibattito televisivo tra i sei candidati alla presidenza dell’Iran

I poteri del presidente sono limitati dalla Guida Suprema, la più alta carica dello stato le cui funzioni sono specificate all’articolo 110 della costituzione iraniana; il mandato è a vita e le funzioni della Guida Suprema oltre alla supervisione riguardano ambiti cruciali della vita del paese: è Comandante in capo delle Forze Armate, nomina le dirigenze dei Pasdaran (il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica), della polizia, del sistema giudiziario, dei media e dei giuristi del Consiglio dei Guardiani della Costituzione. La Guida Suprema viene nominata da un organo a legittimazione popolare, ossia l’Assemblea degli Esperti, composta da 86 esponenti del clero sciita che nominano o depongono l’Ayatollah, che può essere solo un esponente del clero. La Guida Suprema è custode della legge islamica (shari’a)  e degli ideali khomeinisti che costituiscono uno dei fondamenti ideologici della Repubblica Islamica.
Ogni decisione finale spetta per questa ragione alla Guida Suprema, con una riduzione dello spazio di manovra del presidente, che agisce entro i binari rappresentati dalle linee guida del Leader Supremo. Nel cono d’ombra tra l’ufficio della Guida Suprema e quello di presidenza si sono spesso accesi focolai di instabilità politica, per via della posizione dominante dell’Ayatollah a scapito di quella del presidente ma anche del conflitto spesso insito nelle istanze che le due istituzioni rappresentano, in un modo che è emblematico del più generale dualismo del paese, teso tra osservanza religiosa e fervore progressista, che si riflette anche nella sua vita istituzionale.

Il potere dell’esecutivo risulta limitato anche dal Majlès, il parlamento iraniano, che consta di 290 membri ed è eletto a suffragio universale ogni quattro anni, con funzioni legislative e di bilancio, le cui attività sono tuttavia sempre sottoposte all’approvazione finale della Guida Suprema. Il dualismo iraniano si rintraccia anche nei corpi militari dello stato, che affianca all’esercito regolare (Artesh) un corpo paramilitare, i Pasdaran, nati all’indomani della rivoluzione khomeinista per preservarne i principi ispiratori e per questo definiti anche Guardie della Rivoluzione.