Il movimento dei Gilet gialli è, con tutte le dovutissime proporzioni, un po’ come certi protagonisti della politica italiana sotto la Seconda repubblica, Silvio Berlusconi e Massimo d’Alema in testa: ogni volta che se ne annuncia la scomparsa, tornano. È stato dato per morto e sepolto un’infinità di volte. Diagnosticato agonizzante dai media francesi a suon di dati, tabelle e dichiarazioni. In via di liquefazione da auto-proclamati esperti di società. In generale si tratta degli stessi che avevano profetizzato la caduta di Bachar al-Assad nel giro di qualche settimana e la vittoria di Hillary Clinton alle presidenziali USA nel 2016.

Il movimento che da mesi scuote le fondamenta della V repubblica francese è ancora là. On est là, même si Macron n’en veut pas, nous on est là scandiscono i manifestanti durante le numerose marce, assemblee e iniziative che avvengono ogni settimana in tutta la Francia. È lì e, seppur meno prorompente, non accenna a estinguersi. Che sta succedendo ?

La Francia non è Parigi

I media internazionali e una parte di quelli francesi hanno fatto un errore concentrandosi esclusivamente sulle manifestazioni di Parigi. E hanno scordato, forse volutamente, che il movimento non è partito dalla capitale, la cui popolazione ha poco o nulla da spartire con le rivendicazioni dei Gilet gialli, ma dalle regioni, da quella Francia profonda e dimenticata che ha perduto tutto a causa della mondializzazione. È lì che prese il via la protesta. Non da Parigi ma da fuori. Segno che contrariamente a quello che martellano incessantemente le istituzioni francesi, la Francia non è Parigi e Parigi non è la Francia, e che le classi popolari sono in piena rivolta.

Non è dunque un caso se la stragrande maggioranza dei gilet gialli era, ed è, composta da pensionati, disoccupati, lavoratori con contratti a chiamata, piccoli commercianti, genitori divorziati, tutta gente che cerca di recuperare un poco di dignità contro un potere vissuto come distaccato e arrogante. Sono i “casi sociali” che la mondializzazione ha contribuito a creare e che suscitano l’emozione tra i ceti medio-alti, soprattutto di sinistra, ma solamente quando li vedono nei vari film premiati nei festival, e che disprezzano quando ne sono per caso a contatto. Avvinazzati, grossolani, incolti, e scrivono pure male, i loro slogan sono farciti di errori di grammatica! Che schifo i poveri! E quanto ci costano!

Da allora, le élites francesi, porta-bandiere della mondializzazione e delle frontiere aperte, hanno fatto secessione dal resto del paese. Detestano lo zio bifolco rimasto al villaggio, e amano l’africano che fa le elemosina sui Champs-Elysées, ma a cui non danno un euro, «…poveretti».

Un terremoto sociale e politico?

Il movimento dei Gilet gialli è inedito in Francia, sia per la sua radicalità che per l’ampiezza. Decine di migliaia di persone provenienti da ogni estrazione sociale hanno occupato e bloccato per diverse settimane, tra novembre e gennaio, rotonde, pedaggi, centri di raffinerie del petrolio, bruciato la maggior parte degli autovelox del paese e via dicendo. La risposta dei media, della maggior parte della classe politica, dei sindacati e delle forze dell’ordine non ha fatto altro che gettare olio sul fuoco fino a quando, l’8 dicembre 2018, un elicottero sorvolò l’Eliseo, residenza del presidente della repubblica francese, pronto a prelevare Emmanuel Macron nel caso in cui i Gilet gialli avessero deciso di marciare seriamente sull’Eliseo, come avevano precedentemente promesso.

Le tensioni e le manifestazioni hanno in seguito causato un effetto a cascata. Il governo ha dunque ritenuto opportuno di riesumare i famosi cahiers de doléances. Cioè dei quaderni disponibili in ogni municipio su cui i cittadini poteva esprimere liberamente le proprie preoccupazioni e proposte, come fu il caso poco prima della rivoluzione francese del 1789.

Ma la Francia dell’inizio XXI secolo non è la stessa della fine XVIII, e i cahiers de doléances sono stati trattati dal potere per rigenerarsi, ponendosi in pompiere piromane. Loro sono il problema e la soluzione; l’alternativa è, dicono, il populismo, cioè il Male. E nessuna persona intelligente e accettabile voterebbe il Male, n’est-ce pas?

Dopo aver raccolto e analizzato i suddetti quaderni, il governo ha allora proposto, o piuttosto imposto, un Grand débat national (Grande dibattito nazionale), adeguatamente inquadrato e purgato dei temi più compromettenti (immigrazione, Unione europea, islamismo…). A detta di quasi tutti gli osservatori, non è stato altro che una tournée dove Emmanuel Macron e i suoi fedelissimi hanno fatto campagna elettorale in vista delle europee di maggio. Il tutto mentre il governo procedeva ad una repressione poliziesca senza precedenti, condannata dall’ONU, che chiede chiarimenti, evocata dal commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Dunja Mijatovic, dal Parlamento europeo, da Reporter senza frontiere, che denuncia 85 violenze poliziesche contro dei giornalisti, e da Amnesty international.

Ad oggi, inizio maggio, il bilancio è di 12 morti, per incidenti vari, circa 9.000 interpellazioni (1.500 nella sola giornata dell’8 dicembre), 2.000 condanne, quasi 400 incarcerazioni, 23 persone, tra cui uno dei leader del movimento, Jerôme Rodriguez, hanno perduto un occhio a causa delle flash ball sparate dalle forze dell’ordine, più di 4.000 feriti, 120 indagini interne alle forze dell’ordine. Di dichiarazione in dichiarazione, Emmanuel Macron non è riuscito a calmare la collera degli oltranzisti, che mesi di insulti, repressioni e vaghe promesse hanno indurito, rendendoli impermeabili a qualunque compromesso.

Un movimento strutturato ma indebolito

Non è possibile ridurre il movimento dei Gilet gialli a una categoria o a una semplice manifestazione di strada. Esso ha attraversato diverse fasi, ed è mutato nel corso degli ultimi sei mesi. Dai quasi trecento mila partecipanti durante il primo fine settimana di mobilizzazione, il movimento è passato a una media di circa 40.000 partecipanti, che si riuniscono in diverse città ogni sabato. I blocchi ai caselli e alle strade sono terminati, le rotonde, sulle quali avevano costruito capanne e luoghi di ritrovo, sono in gran parte deserte e smontate dalle forze dell’ordine. Ormai il movimento si concentra principalmente nelle grandi città, dove ancora avvengono degli scontri. Diverse iniziative a carattere sociale si sono fatte largo, come ad esempio aiuti ai più poveri tramite pranzi popolari, incontri e collette di vestiti e generi di prima necessità, ma il potenziale rivoluzionario pare per ora scemato.

Propaganda mediatica, violenze, fatica e repressioni hanno enormemente contribuito a scremare il movimento, che, da a-politico si è orientato in direzione di rivendicazioni tipicamente di sinistra. Se all’inizio una parte dei media accusavano i gilet gialli di essere dei populisti, xenofobi e di estrema destra, ora li accusano di essere di estrema sinistra. Il movimento aveva però inizialmente suscitato della diffidenza, e pure disprezzo in seno alle varie sinistre, e soprattutto tra gli ecologisti, che vedevano di buon occhio l’aumento delle tasse sul carburante per finanziare l’incoerente e fantasmatica “transizione ecologica” promossa da un governo neo-liberale. Ora invece anarchici, socialisti, comunisti, autonomisti, zadisti, antirazzisti e ecologisti hanno pesantemente influenzato il movimento.

Nelle manifestazioni, accanto alle bandiere delle regioni (segno di una reale volontà di decentralizzazione) e delle bandiere francesi, abbondano quelle rosse, nere, della Catalogna, del Rojava, della Palestina e ritratti di Che Guevara. L’arrivo massivo di Black Blocks e punkabbestia è reale, allorché prima non erano presenti se non in numero molto esiguo. Ormai l’odore di marijuana si mescola a quello dei gas lacrimogeni durante le manifestazioni.

Virata a sinistra?

Questo cambiamento nella sociologia del movimento è visibile anche durante le riunioni e nei “QG”, i quartieri generali. Manifesti contro il razzismo, pro-palestinesi, femministi e per il boicottaggio delle catene di fast-food abbondano. I codici delle nuove sinistre (scrittura inclusiva, femminismo…) sono ripresi da un gran numero di militanti. Une riflessione ecologica è stata ugualmente proposta, con vari tentativi di associare i movimenti ecologici, ma con scarsi risultati. Ora che una parte delle rivendicazioni dei Gilet gialli è stata accolta, come ad esempio l’annullamento dell’aumento delle tasse sul carbone e delle nuove norme per i controlli tecnici delle auto, il movimento tenta di andare oltre, ma arranca sulla direzione da prendere.

Questa svolta a sinistra rischia però di dividere il movimento, che traeva la sua forza proprio dal fatto che non era politicamente orientato, e che dunque aveva permesso una reale unità. All’inizio, cosa fin lì totalmente impensabile, si potevano incontrare manifestanti monarchici che sfilavano assieme a marxisti, e anti-immigrazionisti discutere con no-borders senza per una volta urlarsi addosso.

Il nuovo cavallo di battaglia è, da mesi, il RIC (Referendum di Iniziativa Cittadina) proposto dal militante della sinistra radicale Etienne Chouard, antieuropeista e antiliberale. Si tratta del tentativo, da parte del popolo, di riprendere il controllo della democrazia francese. Il referendum dovrebbe orientarsi su quattro temi fondamentali: legislativo (proporre una legge), revocativo (revocare il mandato di un deputato o anche del presidente della repubblica qualora non accomplisse il suo dovere), abrogativo (sopprimere una legge) e costituente (per modificare la Costituzione).

Altre rivendicazioni attuali sono la lotta all’evasione fiscale, il ripristino della tassa speciale sulle grandi fortune (ISF), soppressa da Emmanuel Macron per compiacere gli oligarchi che lo hanno sostenuto, la tassazione dei giganti del gruppo GAFA, la pensione a 60 anni, il salario minimo a 1500 euro. Altre rivendicazioni, quelle facenti parte della lista delle 25 dei primi mesi, sono stati quasi totalmente abbandonati, come ad esempio l’uscita della Francia dall’Unione europea e dalla NATO

I gilet gialli si sono mobilizzati per il venticinquesimo finesettimana consecutivo, sabato 4 maggio, solamente tre giorni dopo la grande mobilizzazione del primo maggio, dove hanno sfilato assieme a sindacati e movimenti vari. Una settimana di mobilizzazioni di vario tipo è prevista per questo inizio maggio, per “festeggiare” i due anni dell’elezione di Emmanuel Macron e rilanciare un movimento che sta lentamente perdendo militanti ma che perdura contro ogni attesa. Fino a quando e fino dove, è impossibile dirlo.