Il quartiere di al-Mosara, centro storico della cittadina di Awamiyah, a costo di innumerevoli vittime tra la popolazione civile, e presentato dai media filo-governativi come centro di attività terroristiche, di mercato nero e spaccio di droga, è stato definitivamente occupato e sigillato dalle forze di sicurezza saudite. Aziende ed ospedali sono stati chiusi, acqua, energia elettrica e raccolta rifiuti tagliati. I pochi reporter internazionali ai quali è stato concesso l’ingresso in città, comunque accompagnati da ufficiali governativi, non hanno potuto esimersi dal descrivere l’area come una “zona di guerra con cadaveri ovunque lungo le strade”.

Awamiyah_Map-01_0Il presunto piano di riqualificazione del quartiere, volto alla costruzione di centri commerciali e sportivi, in realtà nasconde una precisa strategia mirante ad alterare la componente demografica sciita nell’area attraverso vere e proprie operazioni di pulizia etnico-settaria. A questo sono servite le reiterate violenze delle forze di sicurezza, l’utilizzo di cecchini col preciso ordine di sparare su tutto ciò che si muova, la demolizione del centro abitato ed il trasferimento forzato di larga parte della popolazione (dei 30.000 abitanti soltanto 5.000 sono riusciti a rimanere nelle loro case). L’attivista sciita Amin Namar, infatti, ha apertamente parlato di piano per la deportazione di massa della popolazione deciso come punizione per aver osato chiedere la fine della persecuzione e dell’emarginazione della comunità all’interno del Regno.

E’ dal 2011 che le proteste contro la famiglia Saud vanno avanti nel silenzio dei media occidentali

Di fatto, la comunità sciita in Arabia Saudita, all’incirca il 15% totale della popolazione (2.250.000 abitanti su un totale di 32.000.000) e residente in larga parte nella parte orientale del Regno ricca di petrolio, a partire dal 2011, ha richiesto ad alta voce diritti, riforme e rappresentanza. Una richiesta che il governo centrale ha subito etichettato come “atto terroristico”. I presunti terroristi di cui le forze di sicurezza hanno fatto strage, in larga parte, non sono altro che semplici manifestanti così come i quattordici cittadini sciiti (tra cui Mustafa al-Suayat, già studente alla Michigan University, sic!) in attesa di esecuzione nelle carceri saudite e per i quali diversi premi Nobel hanno chiesto la grazia. La loro unica colpa, alla pari del chierico Nimr Baqir al-Nimr giustiziato nel gennaio 2016, sembra essere solo l’essere sciiti ed originari di Awamiyah.  E sempre nel 2011 l’Arabia Saudita dovette far fronte ad un’altra potenziale minaccia al suo confine orientale: l’ondata di proteste e manifestazioni per le riforme da parte della comunità sciita del Bahrein (circa il 70 % della popolazione della monarchia insulare famosa per il commercio di perle e per la ricchezza in idrocarburi). Dopo tre mesi di stato d’emergenza in cui gli scontro giornalieri causarono decine di vittime ed a seguito dell’intervento dell’esercito saudita, su precisa richiesta del sovrano Hamad bin Isa al-Khalifa, centinaia di oppositori vennero arrestati e torturati, ancora una volta nel quasi totale silenzio della comunità internazionale.

Lo Sheikh Nemer Baqir Al-Nemer è stato ucciso lo scorso anno dalla famiglia reale saudita

Lo Sheikh Nemer Baqir Al-Nemer è stato giustiziato a morte lo scorso anno dalla famiglia reale saudita

 

La percezione di costante pericolo, determinata dalla consapevolezza di una legittimità politica fragile e basata sul mero potere di persuasione economica più che sulla improbabile, e difficilmente giustificabile in termini teologici, auto-proclamazione come rappresentanti dell’identità sunnita e protettori dei luoghi sacri dell’Islam, è all’origine della brutale repressione con la quale la monarchia saudita cerca di mettere a tacere ogni forma di dissenso interno al Paese e, attraverso l’utilizzo di milizie jihadiste in larga parte di natura mercenaria, nella regione e più in generale nel mondo islamico. Non è un caso se la campagna di dislocazione della comunità sciita del Qatif, insieme al quasi patetico tentativo di accerchiamento del Qatar, sia cominciata quasi in concomitanza con il summit di Ryadh di maggio durante il quale l’amministrazione Trump, oltre alla vendita record in armi, ha concesso carta bianca a Re Salman (ormai già sostituito nelle sue funzioni dal figlio Mohammed) per la messa in opera delle politiche di salvaguardia dell’egemonia saudita, e dunque statunitense, nell’area. Tuttavia, gli USA non sono stati gli unici a commerciare in armi con i sauditi. Infatti, oltre ad innumerevoli nazioni europee, anche l’ultra liberal Canada, paladino globale della tutela dei diritti umani, a partire dal 2013, ha incassato miliardi di dollari dalla vendita di blindati che i sauditi hanno utilizzato puntualmente per la repressione violenta del dissenso antigovernativo. Il fatto che la comunità sciita del Qatif abbia dei legami relativamente deboli con l’Iran e che i suoi stessi rappresentanti abbiano manifestato poco interesse per ciò che concerne l’attuale scontro geopolitico nel Levante non sembra aver inciso sul progetto saudita di segregazione. Un progetto che rende ancor più evidente il profondo spregio dell’autorità per qualsiasi forma di pensiero “altro” rispetto all’antitradizionale ideologia di Stato wahhabita.

Il due pesi e due misure della Casa Bianca: le rivolte in Siria valgono una guerra, quelle in Arabia Saudita il silenzio totale.

Il due pesi e due misure della Casa Bianca: le rivolte in Siria valgono una guerra, quelle in Arabia Saudita il silenzio totale.

La comunità sciita del Qatif, di fatto, soffre una situazione di relativo abbandono. Lo stesso Muqtada al-Sadr, indegno cugino dell’Imam Musa al-Sadr, nel corso del suo recente viaggio alla corte dei Saud, non ha fatto menzione della persecuzione subita dai suoi fratelli nella provincia orientale del Regno ed ha parlato dell’Arabia Saudita come “figura paterna nella regione” (sic!). Attraverso il suo incontro col principe ereditario Mohammed bin Salman, il chierico sciita iracheno, già leader del Jaysh al-Mahdi (l’Esercito del Mahdi, ora Saraya al-Salam – Brigata della Pace) e di un movimento politico forte di 34 seggi all’interno del parlamento iracheno, dopo aver sottolineato la necessità di liberare l’Iraq arabo dall’influenza iraniana, avrebbe ottenuto la promessa di un ingente finanziamento economico per le prossime elezioni (che si preannunciano ad alta tensione) ed un aiuto di dieci 10 milioni di dollari per gli sfollati. È quasi paradossale notare che in un incontro tra un religioso sciita ed un principe saudita, volto al presunto superamento del settarismo religioso in nome della comune appartenenza etnica araba (sentimento di per sé estraneo all’Islam) non sia stato trattato il tema della persecuzione degli sciiti del Qatif; anch’essi etnicamente arabi ma considerati eretici ed inferiori dai sauditi. Tuttavia, il sacrificio di questa popolazione non sarà vano. La brutalità del regime non fa altro che mostrare la sua oggettiva debolezza di fronte ad una situazione che gli sta velocemente sfuggendo di mano. A più riprese si è parlato della possibilità (non remota) di una guerra civile in Arabia Saudita. Di fatto, la famiglia reale, mai come oggi, è spaccata al suo interno dopo la scelta del Re Salman, per la prima volta dalla creazione del Regno per mano dell’imperialismo britannico, di indicare come erede al trono il figlio Mohammed (avuto dalla terza moglie Fahda bint Falah bin Sultan) e non un suo fratello discendente diretto del padre fondatore della nazione Abdel Aziz ibn Saud. A ciò si aggiungono il fallimento in Siria ed Iraq delle milizie jihadiste abbondantemente sostenute dal Regno e dai suoi epigoni del Golfo e le gravi difficoltà militari incontrate nelle Yemen; con i ribelli Houthi capaci, nonostante la violenza delle operazioni militari saudite, di portare addirittura attacchi all’interno dei confini del Regno.