Per il Segretario del Partito Laburista britannico Jeremy Corbyn, l’8 giugno sarà il giorno più lungo della sua carriera politica: le elezioni politiche anticipate convocate dal Primo Ministro Theresa May, infatti, potrebbero offrire una decisiva occasione di riscatto a un leader politico a più riprese bollato dai suoi stessi compagni di partito come debole e inadeguato a rappresentare i Labour nella corsa a Downing Street. Corsa che la May ha lanciato a sorpresa nello scorso mese di aprile, confidando da un lato su un invidiabile margine di vantaggio nei sondaggi e dall’altro sulla necessità dei laburisti di sostenere il ritorno alle urne per evitare una definitiva deflagrazione delle diatribe politiche ad esse interne. In una finestra di tempo oltremodo limitata, il grande successo di Jeremy Corbyn è stata la capacità di trasformare in una competizione vera quella che, sulla carta, sembrava destinata a prospettarsi come una marcia sul velluto per il Primo Ministro verso l’ampliamento della maggioranza conservatrice e il lancio del nuovo governo della Stronger Britain post-Brexit. 

I sondaggi più recenti, primo fra tutti quello realizzato da YouGov, hanno mostrato come il Partito Conservatore si trovi, alla vigilia del voto, incerto circa il mantenimento della sua maggioranza assoluta di 330 seggi nella Camera dei Comuni: lo scarto tra i Tories e il Labour Party, inizialmente superiore ai 20 punti, è ora considerato oscillante attorno al 3-5%. YouGov, il 4 giugno scorso, prevedeva un vantaggio conservatore di soli 4 punti percentuali, 42% contro 38%, mentre Survation invece riteneva plausibile uno scarto di un solo punto, 40% contro 39%. Più incerta e di difficile predizione l’effettiva ripartizione dei seggi, legata alle tortuosità insite al sistema elettorale britannico basato sui collegi uninominali first-past-the-post: tuttavia, la debacle annunciata a Corbyn difficilmente si materializzerà, e le motivazioni nell’ascesa dei laburisti nei sondaggi sono connesse non solo ai macroscopici errori commessi da Theresa May, dedita più agli attacchi nei confronti degli avversari che alla promozione dell’agenda elettorale dei Tories, ma anche alla capacità dimostrata dal Segretario dei Labour nello sviluppare una dettagliata piattaforma elettorale e nell’inseguire l’avversaria sui suoi terreni preferiti. 

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Corbyn a una manifestazione contro il rinnovo del sistema Trident a Trafalgar Square, febbraio 2016. Recedendo dalle sue posizioni tradizionali, il Segretario laburista ha infine deciso di inserire il rinnovo di Trident nel suo attuale manifesto elettorale.

Il manifesto laburista per il voto dell’8 giugno è incentrato su un presupposto chiave: la snap election convocata da Theresa May delineerà il futuro del Regno Unito del dopo Brexit, ma la Brexit stessa non sarà l’elemento cardine nell’economia del voto, in quanto fattore oramai assimilato nella dialettica politica d’oltre Manica. Le tematiche economiche, le questioni sociali e la sicurezza, invece, pongono sfide concrete di natura pressante sui candidati: in questo senso, Corbyn propugna una forte discontinuità con la linea assunta dal suo partito nell’ultimo ventennio sulle tematiche economiche, cosa che ha portato numerosi commentatori, come Charlotte Krol del Telegraph, ad accusarlo di guardare eccessivamente al passato. A noi queste accuse non appaiono tali nel momento in cui si considera l’ultima, decisiva fase storica di una delle principali formazioni della Sinistra europea: a partire dalla metà degli Anni Novanta, infatti, il New Labour guidato da Tony Blair ha interiorizzato completamente i dogmi del neoliberismo e ha contribuito al rafforzamento del vincolo legante la socialdemocrazia internazionale alla globalizzazione allora in fase di decollo, ponendo le basi assieme al Partito Democratico di Bill Clinton allo sdoganamento del “pensiero unico” e all’appiattimento della dialettica politica occidentale. Il New Labour di Tony Blair, ebbro delle affermazioni elettorali del 1997, 2001, 2005, non considerò di aver posto al suo interno i semi del suo stesso declino proseguendo la linea politica inaugurata negli Anni Ottanta da Margareth Thatcher e inaugurando una politica estera fortemente legata alla dottrina monopolare di Washington, elementi che hanno contribuito a causare le gravi fratture interne al Regno Unito odierno e ad avviare un avvitamento della socialdemocrazia europea manifestatosi, in Gran Bretagna, nei deludenti risultati alle elezioni del 2010 e del 2015.

In questo senso, vedere Tony Blair prendere le distanze da Jeremy Corbyn ci rinfranca: l’attuale Segretario, depositario di una forte presa sulla base del partito, propugna un rilancio del ruolo dello Stato nell’economia, la nazionalizzazione delle ferrovie e delle autorità di produzione e smistamento dell’energia, una redistribuzione del carico fiscale e ingenti investimenti infrastrutturali. Sanità, istruzione e lavoro sono al centro dei suoi progetti: sotto questo punto di vista, Corbyn punta a sfondare nell’elettorato giovanile e nel campo degli “sconfitti della globalizzazione” della middle class e dei ceti popolari che hanno votato la Brexit dopo aver, in larga parte, voltato le spalle al Partito Laburista, di cui costituivano una spina dorsale in chiave elettorale, sull’onda lunga della sua deriva globalista. La lotta alle disuguaglianze è centrale nel pensiero di Corbyn, che al tempo stesso ha saputo sfidare, in alcune occasioni, Theresa May sulle questioni securitarie. Dopo il recente attentato di Londra, infatti, Corbyn ha puntato il dito contro i vistosi tagli alle forze dell’ordine compiuti da Theresa May nel corso del suo mandato al ministero degli Interni (riportati in un articolo di Alan Travis sul Guardian) e, in precedenza, ha giustamente legato l’insorgenza dell’escalation terrorista ai gravissimi errori compiuti da Londra e dai suoi alleati in politica estera

Noam Chomsly: “Voterei per Jeremy Corbyn”
Corbyn ha dunque guadagnato terreno nei sondaggi sfruttando la sua capacità di far presa sulla base dell’elettorato per far fronte a un establishment partitico decisamente scettico nei suoi confronti; la sua condotta nella campagna elettorale è stata sicuramente positiva e il risultato, per i laburisti, potrebbe andare oltre ogni aspettativa iniziale. Tuttavia, la discontinuità rappresentata da Jeremy Corbyn è nettamente inferiore a quella che avrebbe potuto essere apportata, ad esempio, da un Jean-Luc Mélenchon in Francia, in quanto le battaglie sociali e politiche del deputato di Islington North non si inseriscono in una visione del mondo apportatrice di una decisa volontà di recedere da determinati capisaldi del corso dominante. A testimoniarlo sono le vedute di Corbyn sul negoziato della Brexit, orientate a una visione di eccessiva apertura a negoziare i desiderata di Bruxelles che potrebbe apparire eccessivamente morbida e dissona apertamente con gli strappi decisi previsti in materia economica. Al tempo stesso, Corbyn sembra deciso a puntare a portare avanti il programma di rinnovamento del sistema nucleare Trident e non ha chiarificato, dopo le sue critiche alle mosse geopolitiche di Londra degli ultimi anni, in che modo il Regno Unito possa implementare delle strategie volte a riequilibrare la sua politica estera. In Jeremy Corbyn un sincero sentimento politico, al tempo stesso ammirevole e ingenuo, è purtroppo condizionato dalla sua difficoltà sotto il profilo del carisma: nella società dello spettacolo, un leader che non sappia apparire tale parte con un handicap deciso. Il Segretario laburista si prepara al suo giorno più lungo combattendo, al tempo stesso, battaglie d’avanguardia e di retroguardia: il Labour non è destinato a morire blairiano, ma la strada per tornare a essere una vera forza di rinnovamento è ancora lunga e accidentata.