Dopo tre mesi di durissima campagna elettorale, finalmente, domani gli israeliani andranno alle urne. Da quando Netanyahu, poco prima di Natale, ha licenziato anticipatamente il suo terzo governo, sono cambiate molte cose. L’eterno Bibi era sicuro della rielezione, anzi era probabilmente addirittura convinto di riuscire ad incassare un risultato strepitoso, tutto a vantaggio della sua coalizione di destra Likud, Beiteinu e HaBayit HaYehud. Invece, contrariamente a quanto immaginato dal premier uscente, il voto di domani rischia di trasformarsi in un incubo, non solo per lui, ma per tutta la destra israeliana. Secondo gli ultimi sondaggi il Likud, principale partito di maggioranza, sarebbe in caduta libera. Tra il partito del premier e il principale partito di opposizione, Unione Sionista, formata dal partito laburista e dai centristi di Tzipi Livni, ci sarebbero almeno quattro seggi di differenza un distacco significativo soprattutto per un paese, come Israele, dove vige una legge elettorale proporzionale. Ad alimentare le preoccupazioni di Netanyahu è poi la sorte degli storici alleati di governo, soprattutto quella del partito del discusso ministro degli Esteri Lieberman, lo stesso che invocava la decapitazione degli arabi israeliani non fedeli, dal suo punto di vista, allo Stato ebraico. Yisrael Beiteinu rischia infatti di non superare nemmeno la soglia di sbarramento, un’eventualità tutt’altro che remota ma che rappresenterebbe una vera e propria tragedia per il premier uscente. Insomma, quelle che dovevano essere le elezioni del trionfo di Netanyahu e della sua linea intransigente sulla sicurezza, rischiano di trasformarsi in un flop clamoroso.

Se Atene piange, Sparta non ride e se Netanyahu è in difficoltà, dall’altra parte, la coalizione di centro-sinistra non può certo cantare vittoria. Nonostante sia in vantaggio di un discreto numero di seggi, la coppia Herzog-Livni, rischia di non riuscire a formare un governo, complice la complicatissima legge elettorale che assegna la guida del paese non a chi ottiene più seggi, bensì a chi riesce a costruire una coalizione alla Knesset che raggiunga 61 seggi su 120. Un’operazione per la quale, ad oggi, il duo di Unione Sionista non ha i numeri. Anche se aggregasse tutte le forze moderate anti-Netanyahu, non riuscirebbero nell’impresa di riportare alla guida del paese un premier di centro-sinistra, cosa che non accade da ben 16 anni, (l’ultimo fu Ehud Barak nel ’99). Insomma, a meno di 24 ore dall’apertura dei seggi non c’è nessun favorito. Anzi, lo scenario che si fa sempre più probabile è quello del governo di unità nazionale, con i due principali partiti a farla da padrone e con i centristi di Yesh Atid, dell’ex star della TV Yair Lapid, e di Kulanu, capeggiati dal’ex ministro Moshe Kahlon, in posizione minoritaria. Una soluzione che in pochi si augurano, in primis i partiti stessi che, dopo una campagna elettorale tra le più dure della storia dello stato d’Israele, non hanno la minima intenzione di fare alcun tipo di concessione. Tuttavia questa è, ad oggi, l’unica soluzione praticabile a meno di clamorose sorprese, anche se rappresenta tutt’altro che la soluzione ai problemi di Tel-Aviv. Del resto, la crisi di governo dello scorso dicembre, che ha decretato la fine anticipata della legislatura, è scaturita proprio da una coalizione innaturale tra ultradestra e centristi. La stessa campagna elettorale è stata indirizzata rimarcando quelle differenze che hanno portato alla defenestrazione dei ministri Lapid e Livni. I due schieramenti hanno visioni troppo diverse per poter trovare una convergenza, differenze che si sono andate inasprendo proprio nel corso di questo periodo di tesissima campagna elettorale. Una campagna dove a dominare sono stati i temi economici. Infatti, contrariamente a quanto si possa pensare, i grandi temi come la questione palestinese o quelli di geopolitica regionale sono rimasti ai margini se non del tutto al di fuori dell’agone.

Solo Netanyahu, quando ha capito di essere in difficoltà, ha ricominciato a cavalcare i temi della sicurezza che tanta paura suscitano in una parte dell’elettorato. La mossa scellerata di parlare al Congresso americano è andata proprio in questa direzione anche se ha dimostrato, qualora ce ne fosse bisogno, l’inimicizia personale con il presidente americano Obama, mostrando un Netanyahu ancora più debole, ormai completamente isolato. Un isolamento che ha portato l’eterno Bibi a gridare al complotto. Una scusa che in Medioriente hanno usato un po’ tutti, dai libanesi ai siriani, ai palestinesi, per giustificare le loro mancanze. Netanyahu, sulla falsa riga di un altro ami-nemico, Erdogan, ha sostenuto di essere vittima di un complotto internazionale che lo costringerebbe a farsi da parte. Una cospirazione di cui i principali responsabili sarebbero i giornali di sinistra, come Yedioth Ahronoth, e alcuni tycoon stranieri, provenienti dal nord Europa. Del resto, Netanyahu non ha mai nascosto la sua antipatia per i governi scandinavi, soprattutto per quello svedese, reo di essere stato il primo stato europeo a riconoscere e a concedere un’ambasciata alla Palestina, che proprio Bibi ha accusato, dai microfoni di radio Kol Israel di “aver speso migliaia di dollari per una campagna contro di me”. Accuse pesanti, che hanno suscitato più ilarità che altro e, che, lungi dal rivelarsi un’astuta mossa elettorale, sono solo l’ennesima dimostrazione delle difficoltà di Netanyahu e delle sue insostenibili posizioni da “stato canaglia”. Chiunque dovesse uscire vincitore dalle urne non sarà un vero vincitore, sia per ragioni numeriche sia, e soprattutto, perché a vincere non sarebbe il vero cambiamento. Anche se a farcela dovesse essere il centro-sinistra di Unione Sionista cambierà poco, ecco perché i palestinesi guardano con scarso interesse a queste elezioni. Del resto, nel 2008, durante l’operazione “Piombo Fuso”, nella quale morirono più di 1400 palestinesi, Tzipi Livni era ministro degli Esteri e negò che Gaza fosse in emergenza umanitaria.