Chi pensava che il “sultano” Erdogan e il suo fido Davutoglu avessero esaurito le cartucce delle loro ridicole sparate, rimarrà purtroppo deluso. Ingenuamente eravamo tutti, o quasi, convinti che dopo aver presentato il protocollo “imperiale” per la sua nuova residenza presidenziale, lo scorso gennaio, circondato da ben 16 “guardie ottomane” con tanto di spadoni, scimitarre e picche, la vecchia stella del calcio anatolico ci avrebbe lasciati per un bel po’ tranquilli. Ci sbagliavamo. Succede, per esempio, che in una fredda serata di metà febbraio, il suo esercito in pompa magna con 39 carrarmati, droni e ben più di 500 soldati di fanteria, invada deliberatamente il vicino siriano, in barba a qualunque tipo di accordo internazionale, per riportare a casa il feretro del nonno del fondatore dell’Impero Ottomano, Suleyman Shah. Una vicenda che, se non fosse per il ruolo poco chiaro della Turchia nella crisi siriana, passerebbe piuttosto inosservata, sarebbe insomma solo un’altra delle stranezze del “sultano” di Istanbul e niente più. Purtroppo, però, così non è e l’invasione lampo di sabato notte, è la perfetta fotografia del ruolo turco in Siria. L’esercito di Ankara, come confermato dal primo ministro Davutoglu, non ha avvertito nessuno, ne’ gli alleati ne’ tanto meno il governo siriano, o meglio, lo ha fatto solo quando l’operazione era in pieno svolgimento, cogliendo tutti di sorpresa e mettendo i vari attori davanti al fatto compiuto. Uno schiaffo non solo ai sempre più titubanti alleati occidentali, ma anche e soprattutto al governo di Damasco.

Dopo aver contribuito alla distruzione dello Stato siriano, dopo aver dato rifugio ai miliziani jihadisti dell’ISIS ed aver foraggiato con ogni mezzo tutti i gruppi di opposizione, in particolar modo quelli più radicali, Erdogan ha compiuto il passo ulteriore: ha deliberatamente invaso la Siria. Con la scusa di difendere l’exclave turca dove si trova la tomba di Suleyman Shah che dal 1921(anno dell’accordo con la Francia, che all’epoca esercitava la sovranità su quella parte di Medioriente) è de facto sotto controllo turco, il governo di Ankara ha dimostrato tutta la sua spregiudicatezza, mandando un chiaro segnale al governo di Bashar al Assad. L’incursione, che è stata condotta per ben 35 km all’interno del territorio siriano, rappresenta una palese provocazione e dimostra quanto la Turchia tenga in considerazione i confini internazionali, sempre che non siano i suoi, ovviamente. L’allegra spedizione di questi novelli tombaroli, non ha incontrato alcuna resistenza. E’ stata un’operazione relativamente tranquilla, un solo soldato caduto per colpa di uno sciagurato incidente. Nessun attacco da parte dei miliziani dell’ISIS, gli stessi che, stando a quanto affermato dal parlamento e dal governo di Ankara, minacciavano l’integrità della piccola exclave turca di appena otto chilometri quadrati. Del resto, come potevano, i combattenti dello Stato Islamico, attaccare l’esercito del governo più accondiscendente nei loro confronti tra quelli della cosiddetta comunità internazionale? Insomma, più che salvare la tomba del nonno del fondatore dell’Impero Ottomano da improbabili attacchi islamisti, Erdogan e Davutoglu hanno voluto dimostrare al mondo intero di essere pronti a tutto, anche a forzare i confini internazionali pur di difendere i loro interessi nel loro spazio vitale, favorendo, se necessario, anche i tagliagole dello Stato Islamico. L’azione di forza della Turchia non ha, ovviamente, sollevato la benché minima protesta; solo il governo siriano, la vittima, ha alzato la voce usando parole piuttosto dure nei confronti di questa palese violazione delle basilari norme di diritto internazionale. Parole al vento, che si vanno ad infrangere contro il muro di sordità delle cancellerie europee che continuano a nascondere la testa sotto la sabbia pur di non affrontare la questione turca.