Le elezioni svoltesi domenica 26 novembre in Honduras rischiano di passare alla storia come il più recente colpo di stato in America Latina. I presupposti purtroppo erano fin troppo evidenti a partire dalla ricandidatura del presidente uscente, il liberista Juan Orlando Hernández, che nonostante il divieto vigente nella Carta Costituzionale del Paese per la ricandidatura a Palacio José Cecilio Del Valle aveva ottenuto il via libera dai giudici della Corte Suprema che lui stesso aveva nominato. Il quarantanovenne presidente uscente aveva dalla sua molti sondaggi ma nel corso dello scrutinio era apparso evidente il vantaggio del suo maggior rivale, l’ex presentatore televisivo Salvador Nasralla fino al momento in cui il Tribunal Supremo Electoral (Tribunale Superiore Elettorale, TSE) ne bloccava il normale corso.

Con il 60% dei voti scrutinati il sessantaquattrenne Nasralla risultava in vantaggio di cinque punti percentuali (45,2% contro il 40,2% di Hernández). A quel punto sono state necessarie tre settimane per provvedere allo spoglio del restante 40% di voti fino a decretare il sorpasso di Hernández per un punto e mezzo percentuale pari a poco meno di trentamila voti (42,95% contro il 41,42%). Nel corso delle tre settimane trascorse in attesa del verdetto definitivo la maggioranza ha adottato il pugno di ferro contro i manifestanti della coalizione guidata dall’ex presentatore di origini libanesi. Dopo aver decretato il coprifuoco le forze dell’ordine hanno represso nel sangue le violenze uccidendo sette cittadini honduregni.

foto scontri nelle piazze

L’Honduras fin dalla sua indipendenza nel 1821 ha mantenuto sempre la forma di stato repubblicana instaurando un bipolarismo dal 1873 al 2013 fra il Partido Liberal de Honduras (Partito Liberale dell’Honduras, PLH) e il Partido Nacional de Honduras (Partito Nazionale dell’Honduras, PNH). Solo in seguito alla destituzione del presidente Manuel Zelaya nel 2009 e all’uscita di questi dal PLH si è formato un terzo raggruppamento capace di sfiorare la vittoria nelle elezioni generali del 2013. Zelaya, eletto nel novembre 2005 con il PLH, aveva proposto un referendum per avviare la procedura di modifica all’articolo 239 della Costituzione che vieta la ricandidatura al mandato presidenziale specificando, però, che non avrebbe corso nuovamente alla tornata elettorale successiva. Le rassicurazioni non bastarono e l’intervento dei militari portò alla destituzione del legittimo presidente nel 2009 a cui seguì la momentanea espulsione dall’Oas (Organizzazione degli Stati Americani) per l’Honduras.

Pur facendo rientrare Zelaya in Honduras le elezioni convocate nel 2009 videro partecipare solamente i due storici partiti con l’affermazione del membro del PNH Porfirio Lobo Sosa in un contesto di fortissima astensione. Negli anni di presidenza di quest’ultimo Zelaya diede vita al movimento Libertad y Refundación (Libertà e Rifondazione, LIBRE) candidando sua moglie Xiomara Castro per le elezioni del 2013. Sull’onda di ciò che è avvenuto in occasione di queste ultime votazioni anche nel 2013 i principali sfidanti, Juan Orlando Hernández e Xiomara Castro, si dichiararono vincitori ben prima del termine del conteggio dei voti che vide prevalere il primo con il 36,9% contro il 28,8% della sfidante. Superato dalla sua scissione a sinistra il candidato del PLH Mauricio Villeda si attestò al 20,3% mentre salì per la prima volta alla ribalta la figura del giornalista sportivo e presentatore televisivo dell’emittente Televicentro Salvador Nasralla che, candidato dal Partido Anticorrupción (Partito Anticorruzione, PAC), ottenne il 14,4%. Le accuse di brogli della coppia Zelaya-Castro restarono inascoltate e Hernández diede inizio al proprio mandato.

Manuel Zelaya

Manuel Zelaya

I quattro anni di governo dell’esponente del PNH si sono concentrati sulla lotta alla criminalità in una nazione il cui tasso di omicidi risulta tra i più elevati del mondo. Hernández ha portato avanti una battaglia contro la corruzione all’interno delle forze dell’ordine, rafforzato la sicurezza con la creazione di un nuovo corpo di polizia militare formato da tremila unità e rinnovato il sistema carcerario dello Stato. Negli ultimi anni la nazione centroamericana è salita agli onori della cronaca anche per gli assassinii degli attivisti indigeni e ambientalisti come quello di Berta Caceres, leader del Consejo Cívico de Organizaciones Populares e Indígenas de Honduras (Consiglio delle organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras, COPINH). La volontà di ricandidarsi a tutti i costi di Hernández ha permesso ai suoi maggiori oppositori di fare fronte comune dando vita all’Alianza de Oposición contra la Dictadura (Alleanza di Opposizione contro la Dittatura) che ha visto la convergenza del movimento Libre sulla candidatura di Nasralla con Xiomara Castro candidata al ruolo di vicepresidente mentre il PLH ha optato per la candidatura di Luis Orlando Zelaya.

Ora, però, anche il candidato del PLH, giunto solamente terzo con il 14,7%, risulta tra coloro che hanno presentato ricorso ufficiale al TSE che dovrà pronunciarsi entro il 19 gennaio. Molto importante sarà anche la conferma dei risultati inerenti la composizione del nuovo Congreso Nacional, il Parlamento monocamerale composto da 128 seggi, che, stante gli attuali numeri, assegnerebbe al PNH 61 seggi ovvero solo quattro meno della maggioranza. Del tutto tardiva è stata la presa di posizione dell’Oas e del suo presidente, l’uruguaiano Luis Almagro sempre solerte nell’attaccare il Venezuela bolivariano di Nicolas Maduro, che ora ha chiarito di non riconoscere il verdetto del TSE e chiede nuove elezioni immediate.