«Quando pensammo a Nuevo Horizonte volevamo veramente cambiare quel paesaggio piatto e desolato. Avevamo in mente un orizzonte verde, di quel verde acceso che solo la natura viva e feconda può dare. Per questo piantammo centinaia di alberi da frutta dove prima c’era solo savana. Per creare un orizzonte nuovo».

A pronunciare queste parole è Pavel, 48 anni, un sorriso radioso su una faccia indurita da contadino, una discreta sordità causata da una eccessiva dimestichezza con gli esplosivi, e una personalissima teoria riguardo Dio, solidamente basata su due esperienze premorte che lo hanno lasciato incosciente tra la vita e la morte abbastanza a lungo per farsi un’idea su entrambe: la prima volta a 13 anni per una pallottola in fronte durante un combattimento e la seconda una trentina di anni dopo, in tempo di pace, per una trave in testa. All’epoca la campagna di solidarietà internazionale per pagargli l’operazione mise in allerta persino l’antiterrorismo guatemalteco, che si chiese chi era questo contadino che riceveva denaro dalla Spagna, dall’Italia e da altri Paesi sparsi per il mondo.

Nuevo Horizonte (Foto di Ferdinando Calda)

Pavel è uno dei 126 ex militanti delle Fuerzas Armadas Rebeldes (FAR, una delle principali formazioni della guerriglia guatemalteca) che in un’afosa giornata di luglio del 1998 si ritrovarono sotto l’unico albero nel raggio di centinaia di metri in una brulla savana del Guatemala settentrionale per fondare la Cooperativa Agricola Integrale Nuevo Horizonte. Facevano parte dei poco più di 600 uomini e donne che componevano il Frente Norte della URNG – la sigla che radunava le maggiori formazioni guerrigliere guatemalteche – al momento della firma degli Accordi di Pace del 1996, che misero fine a una trentennale e sanguinosa guerra civile. Dopo la smobilitazione, una buona parte di loro tornò alle proprie case e alle proprie famiglie. Ma quei 126 non avevano più una casa o una famiglia a cui tornare. Distrutta la prima e, nella migliore delle ipotesi, disgregata la seconda.

Nessuno di loro, al momento della riunione sotto l’albero, possedeva altro se non i vestiti che aveva addosso e una manciata di quetzales che lo Stato assegnava ai combattenti che deponevano le armi, oltre a un telo di plastica e un pentolino donati dalla Croce Rossa. Nessuno di loro aveva un futuro.

Guerrigliere FAR durante il conflitto armato

Adesso Nuevo Horizonte è una vivace e attiva comunità – con tanto di scuola, parco giochi, museo, ristorante, pub e ostello per gli ospiti – a una quarantina di chilometri dalla pittoresca cittadina di Flores, nel cuore della remota regione guatemalteca del Petén. Qui un centinaio di famiglie, per un totale di 450 persone, coltivano i campi, allevano bestiame, tagliano alberi e accolgono i turisti ai quali testimoniano la vita e gli ideali della guerriglia. Alcune agenzie di viaggi li hanno inseriti nei loro programmi e persino su Tripadvisor potete trovare qualche foto.

Cinque minuti dopo averci descritto con le parole più poetiche il sogno di un gruppo di combattenti di costruire un nuovo orizzonte verde speranza, Pavel ci decanta le qualità delle munizioni russe rispetto a quelle statunitensi. Per la cronaca, le prime resistono decisamente meglio al clima umido e piovoso della giungla.

Pavel si potrebbe definire un figlio d’arte. Suo padre, tenente delle FAR, negli anni ’80 venne immortalato in una fotografia a tutta pagina del National Geographic, con tanto di fucile in mano e bandana rossa a coprire il volto. In quegli anni l’America Latina era agitata dai riflessi della Guerra Fredda, che qui si scaldava e diventava guerra civile. Erano i tempi di Sendero Luminoso in Perù, dei Sandinisti e dei Contras in Nicaragua, delle Farc in Colombia… e in Guatemala di personaggi come il generale (golpista, ovviamente) Ríos Montt, che grazie alla sua breve ma intensa presidenza (poco più di 16 mesi tra il 1982 e il 1983) nel 2013 è diventato il primo capo di stato della storia ad essere condannato per genocidio da un tribunale del suo stesso paese (condanna poi annullata, ma il primato rimane).

Pavel (Foto di Ludovica Popescu)

Pavel è senza dubbio il compañero più fedele e coraggioso che avresti voluto avere al tuo fianco durante un combattimento. Una volta da ragazzino inseguì i Contras fino in territorio nicaraguegno. Ma non avrebbe mai potuto comandare degli uomini. Lui è uno di quelli che, come diciamo noi, è capace di disfare con i piedi quello che ha fatto con le mani,

chiosa Rony, una cinquantina di anni tenuti bene, un lungo passato come ufficiale delle FAR, e una retorica appassionata ed efficace. È lui il nostro Cicerone. O meglio, il nostro Virgilio che ci accompagna per tutto il nostro viaggio alla scoperta di Nuevo Horizonte.

Una comunità di ex guerriglieri che sono riusciti a sopravvivere alla smobilitazione – quando tanti altri sono stati schiacciati dal peso della vita da “civili” o sono finiti a ingrassare le file della criminalità comune e della manovalanza dei narcos – e adesso continuano a portare avanti la loro rivoluzione con altri mezzi.

Nella montagna era un’altra vita; era un mondo diverso, una vera isola di un mondo differente. Con la firma della pace, una delle grandi domande, delle grandi paure era: “Che ne sarà di noi? Come realizziamo il nostro reinserimento? Quale sarà il nostro posto nella società?”. Inoltre, ci chiedevamo: “Quindi, è qui che ci ha portato il nostro movimento rivoluzionario?”. Le ragioni per cui era iniziato il conflitto erano ancora tutte lì, l’oligarchia era ancora lì, e la struttura dell’esercito era ancora intatta.

Quasi a conferma delle sue parole, ad agosto del 2017 il presidente della Commissione Interamericana dei Diritti Umani (CIDH) ha constatato preoccupato che in Guatemala, ad oltre 20 anni dalla fine del conflitto armato, sussistono pericolosamente i problemi che portarono il Paese alla guerra civile, in particolare disuguaglianza, razzismo, povertà, malnutrizione e la persistenza di poteri paralleli in campo economico, sociale, militare.

Rony (Foto di Ludovica Popescu)

Provammo vergogna all’idea di rimanere seduti senza fare nulla. Così scambiammo le armi con la terra,

continua Rony, tenendo l’indice dritto davanti al viso, puntato verso l’alto, come fa sempre quando ti sta dicendo qualcosa di importante.

Abbandonammo i fucili e adottammo l’arma politica, recuperando l’esperienza organizzativa accumulata durante la guerriglia, per vedere se un giorno verranno uccise le radici che hanno dato origine a questa guerra.

Per continuare l’azione politica venne scelto lo strumento del turismo comunitario, fondato sulla patrimonializzazione dell’esperienza della guerriglia e della propria storia, con un duplice obiettivo: da una parte, preservare la memoria del conflitto e degli ideali che hanno animato la guerriglia per rafforzare la coesione all’interno della Cooperativa e trasmettere tale bagaglio alle nuove generazioni della comunità; dall’altra parte, il progetto è concepito come veicolo per trasmettere e diffondere questi elementi verso l’esterno, a livello nazionale e internazionale.

E così ogni anno, anche grazie a una rete internazionale di ONG come l’italiana AMKA Onlus, Nuevo Horizonte accoglie piccoli gruppi di turisti e volontari dall’Italia, dalla Spagna, dal Canada e dal resto del mondo, ospitandoli nel proprio ostello, organizzando progetti di scambio culturale nella scuola della comunità, mostrando il Museo della guerriglia e offrendo incontri e testimonianze dirette sugli anni della lotta armata. Racconti spesso duri, come possono essere le storie nate da decenni di sanguinosa guerra civile di persone che hanno imparato a convivere con i Kalashnikov da adolescenti.

Famiglia di guerriglieri durante il conflitto armato

Rony è una di loro. Al tempo erano i cubani di Castro ad addestrare i guerriglieri guatemaltechi, con l’aiuto economico dei sovietici e il rilevante contributo “tecnico” dei vietnamiti, freschi di vittoria sul potente esercito degli Stati Uniti. La stragrande maggioranza degli abitanti di Nuevo Horizonte ha passato in media dai 6 agli 8 mesi a Cuba imparando a maneggiare armi ed esplosivi.

Rony ci stette per due anni. All’età di 16 anni aveva già imparato a smontare un Kalashnikov, a lanciarsi con il paracadute, a fare il cecchino e a mettere in pratica le più spietate tecniche di guerriglia. Guerra psicologica, la chiamavano gli ex Viet Cong, spiegando perché a volte è meglio ferire un nemico piuttosto che ucciderlo, o come spezzare il morale di una colonna in marcia con mirate e costanti azioni mordi e fuggi. Il grosso fucile di precisione sovietico che Rony utilizzò per un periodo, il celebre Dragunov, era più alto di lui. Durante le marce nella giungla doveva portarlo con le mani piegate dietro la nuca e la testa chinata in avanti, come un calciatore che batte un fallo laterale. Per i compañeros la scena era estremamente spassosa.

Nuevo Horizonte (Foto di Ferdinando Calda)

Ora il guerrigliero – lui non si definisce “ex” – ci sta parlando con passione delle sue piante, di cui elenca ogni caratteristica e proprietà. Il suo sogno per la pensione è un pezzo di terra con un allevamento di galline e altri uccelli, e un bosco “vivo” di alberi da frutta. Sorride orgoglioso quando ci mostra l’appezzamento che la comunità ha assegnato a lui e alla sua compagna. Ha fermato apposta il pick-up lungo la strada che ci stava portando alla Laguna, un incantevole specchio d’acqua di quasi 3 chilometri quadrati dove la Cooperativa alleva pesci e organizza gite in lancha.

Il nostro progetto politico colloca l’essere umano in relazione con l’ambiente e le risorse naturali, per questo la loro protezione è importante per chi vive nella comunità,

spiega mentre ci mostra la rigogliosa boscaglia che circonda la Laguna. A una manciata di chilometri si intravedono i verdi alberi del Bosque de la vida, una intricata e vivace selva di un centinaio di ettari curata dagli abitanti di Nuevo Horizonte per

restituire alla Natura un po’ del rifugio e del sostentamento che ci ha offerto durante gli anni di guerriglia.

Poco più in là svettano gli alti pini della Pinera, un fitto bosco piantato con lo stesso spirito a costo di grandi sacrifici, quando ancora si dovevano finire di costruire le case.

Un lavoro massacrante, tanto per gli uomini quanto per le donne, che nei primi anni soffrirono più aborti spontanei e gravidanze interrotte di quanto fosse successo durante la vita negli accampamenti della guerriglia (e non che lì non si rimanesse incinte e non si nascesse).

Tutto per creare un orizzonte verdeggiante al posto di una brulla savana. Per un nuovo orizzonte.