Andate in Francia e capirete che parlare di gilets jaunes a un certo punto è molto riduttivo. A non protestare sono praticamente solo gli straricchi, i quali vengono individuati e derisi per le strade mentre cercano di nascondersi. Chiudersi in casa. Proteggere i loro beni di lusso. Ma è tutto inutile: la folla vuole il sangue. La testa del reSul piano della comunicazione bisogna ammetterlo: la trovata del gilet giallo è un’ottima idea. Un simbolo. Uno. Come lo fu la falce e il martello, che di fatto rappresentava l’oggetto più comune del mondo proletario e contadino. E forse questa idea non è per niente frutto della casualità, ma di qualcuno che conosce bene le dinamiche della comunicazione politica. Da qualche giorno infatti, si è fatta viva l’idea di un complotto ardito nei confronti di Macron, l’ipotesi che gli USA di Trump o la Russia di Putin abbiano a che fare con la rivolta dei giletsin Francia.

Macron pare che al momento avalli questa tesi, accusando – pubblicamente e senza troppi convenevoli – solo chi poteva essere facilmente accusabile: cioè la Russia di Putin e i suoi hacker. Ma l’idea circola anche tra intellettuali e giornalisti. Costoro intravedono – nello stile d’azione e comunicazione dei gilets jaunes – molte similitudini con il modus operandi delle rivoluzioni colorate (e a dir il vero non è una probabilità cosi’ improbabile). Di questi tempi si fa prima a stupirsi poco, meglio dubitare sempre. Perché di fatto non c’è stata volta che il Potere dominante non abbia cercato di infiltrare e pilotare a suo piacimento i movimenti di rivolta. Tra infiltrare e pilotare però, bisogna fare un netto distinguo. Perché ad affermare che il gilets jaunes sono solo frutto di una macchinazione esterna, si corre il rischio di elaborare tesi articolate di un fenomeno, che in realtà è più normale di quello che sembra.

Chi ha abitato in Francia lo sa bene: sia per attitudine che per mantenere viva una certa reputazione ereditata dalla Rivoluzione, il francese medio ci mette un attimo a scendere in piazza per reclamare i suoi diritti. E chi ha seguito l’anno politico di Macron sa che in Francia il corpo di polizia è stato tenuto impegnato, ad appuntamenti fissi, con svariate proteste che hanno coinvolto quasi tutti i sedimenti della popolazione. Dal canto suo l’opposizione ha fatto in modo da esacerbare e coagulare ogni tipo di malumore intorno a un unico nemico: Macron. La gestazione dei gilets jaunes parte tutta da qui. E dall’inopinabile dato di fatto che Macron non ha vinto le elezioni perché voluto dal popolo, ma perché l’élite francese si è stretta intorno a lui, facendo muro contro ogni eventuale svolta euroscettica.

Parigi nell’ultimo decennio si è trasformata in una vera e propria giungla urbana. La vita è difficile per i giovani precari. Crudele per i poveri. I senza tetto proliferano. E sono ombre oscure che si proiettano nei palazzi. Volti che hanno il colore delle panchine di cemento, sopra le quali essi stendono i loro giorni. Volti che a notte fonda, in qualsiasi punto della città, sono presenti, per ricordare che la Ville Lumiere si sta spegnendo.

La Francia molto, molto prima di tutti gli altri, ha dovuto fare i conti con le tensioni nelle periferie. La Francia, prima di tutti altri, ha subito e dovuto giostrare, effetti collaterali di dinamiche geopolitiche tese e pericolose. Le rivolte nelle banlieue e gli attentati terroristici ne sono la prova. Ma oltre ciò, il destino di Parigi si accomuna con i destini di ogni capitale Europea. Si parla ancora di “degrado e violenza nelle periferie”, ma la violenza e il degrado si sono spostati da tempo, dalla periferia al centro. E i gilets jaunes sono sopratutto questo: rabbia. Violenza che attacca il centro. A vederla da dentro, la protesta francese – cioè marciare accanto a una carovana di persone quanto più eterogenea possibile, dove i gilets sono tanti, ma non tutti – aiuta a capire tutto questo. Cioè che la rabbia è viva nel popolo francese. E freme tra le mani della folla en marche, che al suo passaggio lastrica la strada di scritte sui muri. Di vetri rotti. Di fuoco.

Due cose colpiscono in particolar modo: la compattezza e la complicità nell’azione della lotta di questa moltitudine. E poi la presenza di molti, moltissimi minorenni tra di loro. Ragazzini senza paura con lo sguardo di un adulto, che irrompono determinati a decine dentro qualsiasi negozio: saccheggiano la merce – anche la più insignificante – e la lanciano tra la folla urlando di gioia. Sono bambini dentro cui vive un forte desiderio di vendetta. E che alla finta azione del virtuale – forse – hanno preferito il brivido di un’esperienza nella realtà. Sono bambini che su internet vedono la bellezza e il lusso degli altri, ma che a casa hanno genitori che sovente ripetono un’unica frase: “No. Questo non ce lo possiamo permettere”. Questi ragazzini non sono solo i poveri della periferia francese. Ma quelli che provengono da famiglie i cui genitori hanno un lavoro e che tuttavia, a causa dell’elevatissimo costo della vita, non riescono a sopravvivere. Essere poveri lavorando è un ossimoro. Ed è esattamente per lottare contro questo ossimoro che i francesi affollano le strade.

La situazione è molto tesa. Le cose per Macron si mettono male. Si è visto costretto a cercare un punto di incontro. Ha provato a contrattare. Proporre un compromesso. Ma evidentemente trattare con il popolo non è come trattare con gli azionisti in borsa, (cosa che sicuramente gli è riuscita meglio in passato). Ha fatto il suo discorso e come previsto non gli è andata bene. Analizzandolo sul piano della comunicazione non verbale, diremo che è stato un vero disastro. Una pessima recita. Il viso e le mani sono tese. Le labbra asciutte. Palese è l’ansia che lo mangia vivo. Da dentro. Tutto è estremamente strutturato, meccanico: la posa rigida. Lo sguardo sgranato, che legge in alto le parole. E i contenuti – non rassicuranti – vengono sviscerati con molte pause. Intonazioni alte e basse, costruite come si costruiscono nel teatro o nella pubblicità. Ma tutto questo costrutto lo tradisce. Le sue emozioni trapelano. E quando la maschera cade la pièce non è credibile.

Macron sa benissimo che la sua posizione è a rischio. Conosce il Potere dal quale è stato allevato, addestrato, “mandato a combattere”. E sa, che quel Potere non si farà nessuno scrupolo a rimpiazzare la sua figura. È probabile dunque, che a causa di diversi fili che s’incrociano mortalmente tra di loro, Macron finirà la sua carriera di Presidente alla stregua di Paul Deschanel. Con l’unica differenza che uno vuole giocare a fare il pazzo, l’altro lo era davvero.