Il rischio è valso la candela. Il premier Abe ha approfittato delle contingenze interne – con la diaspora del principale partito d’opposizione e la prematura sfida del nuovo soggetto politico della governatrice di Tokyo Yuriko Koike – ed esterne, con la sempre più pressante minaccia nordcoreana, per convocare le elezioni anticipate per la Camera bassa. Considerando che lo scioglimento anticipato è stato annunciato nel corso di una conferenza il 25 settembre e il voto si è tenuto il 22 ottobre gli sfidanti del premier uscente hanno avuto meno di un mese a disposizione per la presentazione delle liste e lo svolgimento della campagna elettorale. La misura è stata certamente voluta per limitare l’azione della Koike, fresca vincitrice delle votazioni per l’Assemblea della capitale ad inizio luglio con il suo Tomin First No Kai (Prima Associazione dei residenti di Tokyo).

Se, infatti, le intenzioni della Koike, prima donna ad insediarsi per la carica di Governatrice della capitale nipponica, erano chiaramente quelle di trasformare lo slogan Tokyo first in un Japan first, le poche settimane a disposizione hanno tagliato le gambe all’ambizioso progetto su scala nazionale. La nuova formazione politica, che ha preso il nome di Partito della Speranza (Kibo no to), ha fatto convogliare al proprio interno molti deputati del Partito democratico, compreso il segretario Seiji Maehara, costringendolo ad una scissione con l’ala più spostata a sinistra. Quest’ultima ha dato vita al Partito Costituzionale Democratico (CDP) guidato da Yukio Edano, frammentando l’opposizione e costringendola all’irrilevanza nella legislatura che verrà.

Yuriko Koike

Yuriko Koike

Il voto ha portato alle urne il 53,7% degli aventi diritto, una delle percentuali più basse fatte registrare dal Giappone alle elezioni legislative. Bisogna, però, tenere in considerazione il contemporaneo arrivo del tifone Lan nel fine settimana del voto che ha creato non pochi disagi. E’ stato anche il primo voto consentito a diciottenni e diciannovenni in seguito alla modifica della precedente legge elettorale che consentiva l’elettorato attivo solo dai venti anni in su. I dati definitivi hanno sorriso alla coalizione di governo formata dal Partito Liberaldemocratico (LDP) del Primo ministro e dai buddisti del Komeito (Partito del buon governo) che ha ottenuto 313 seggi confermando la maggioranza dei due terzi (310 seggi sui 465 totali della Camera bassa) necessaria per l’approvazione delle modifiche costituzionali. Nonostante il netto successo c’è, comunque, da registrare un lieve calo per le forze di Governo che partivano da una maggioranza di 325 deputati. Lo scettro di principale forza di opposizione è andato al CDP che con i suoi 55 eletti ha superato di poco la nuova sigla della Koike molto lanciata dai primi sondaggi ma data subito in calo dopo la decisione di non candidarsi da parte della propria leader e fermatasi a 47 eletti.

In ogni caso non è detto che la Koike non riesca a ritagliarsi un ruolo di primo piano in alcune delle scelte del nuovo Governo. D’altronde la neo-governatrice risulta tra i membri della Nippon Kaigi (La Conferenza del Giappone), il principale laboratorio culturale conservatore di cui fa parte anche il premier Abe. La NK, nata nel 1997 e alla quale ad oggi risultano iscritti poco meno di quarantamila aderenti, riunisce il pensiero della Koike a quello di Abe per quanto riguarda l’abolizione dell’articolo 9 della Costituzione, che vieta la riorganizzazione dell’esercito in funzione offensiva, e l’omaggio ai caduti della Seconda Guerra Mondiale presso il santuario shintoista Yasukuni nell’ottica di una politica nazionalista che renda il Giappone nuovamente protagonista nell’area del Pacifico. Proprio la modifica dell’articolo pacifista della Costituzione avrà bisogno, oltre che dell’approvazione con i 2/3 in entrambi i rami del Parlamento, anche del passaggio referendario e sarà proprio in quella occasione che i consensi della Koike risulteranno necessari per la formazione di governo.

Foto santuario shintoista Yasukuni la cui visita, da parte degli esponenti istituzionali giapponesi, provoca, ogni anno, forti contrasti con la Cina e la Corea del Sud

Foto santuario shintoista Yasukuni la cui visita, da parte degli esponenti istituzionali giapponesi, provoca, ogni anno, forti contrasti con la Cina e la Corea del Sud

Di sicuro Abe ha superato brillantemente le critiche, cavalcate più all’estero che in Patria, per la propria vicinanza, e quella della moglie Akie, ad alcune scuole tacciate di estremo nazionalismo e ha potuto accogliere il presidente statunitense Donald Trump, nella sua prima tappa del tour nel sud-est asiatico, da trionfatore. Gli ottimi rapporti con l’alleato nordamericano non sono stati intaccati nemmeno dal venir meno al Partenariato Trans-Pacifico (Tpp) da parte dell’amministrazione di Washington anzi, è stato il Paese del Sol Levante ora a porsi come leader degli altri undici stati aderenti (Australia, Brunei, Canada, Cile, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam oltre al Giappone stesso) nella trasformazione del Tpp nel nuovo Comprehensive and Progressive Agreement for Trans Pacific Partnership (CPTTP). Rispetto all’accordo iniziale la nuova formula ha escluso una ventina di disposizioni riguardanti diritti di proprietà e clausole ambientali e una dichiarazione a favore del multilateralismo commerciale lasciando intatta la possibilità di un ripensamento degli Usa.

Nei rapporti bilaterali il premier Abe ha rilanciato il progetto dell’Asia-Africa Growth Corridor per la creazione di un corridoio marittimo che unisca i porti africani a quelli giapponesi tramite l’India. Seppur diversissime le due potenze regionali asiatiche avrebbero tutti gli interessi a collaborare per frenare l’espansionismo cinese avviato dalla Nuova Via della Seta (One Belt One Road) su cui Pechino sta puntando molto. Nessuna novità dovrebbe figurare nella politica economica che fin dall’insediamento, nel dicembre 2012, di quello che si avvia ad essere il premier più longevo del Giappone ha assunto il nome di Abenomics, basata su una politica monetaria espansiva, una maggior spesa pubblica e un taglio della burocrazia.